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La Sfera e lo Spillo

Amarcord, intervista ad Alessandro Scanziani: una vita da mezzala

 

Le vicende legate alla sfera del calcio s’intrecciano, talvolta, con quelle tenere e toccanti della vita. Persone cresciute nel cuore della Brianza che non si conoscono (o quasi) svolgono attività sociali differenti, unite da un filo sottile e invisibile, quello del rispetto e della passione.

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Le vicende legate alla sfera del calcio s’intrecciano, talvolta, con quelle tenere e toccanti della vita. Persone cresciute nel cuore della Brianza che non si conoscono (o quasi) svolgono attività sociali differenti, unite da un filo sottile e invisibile, quello del rispetto e della passione.

Vicissitudini che connettono un tappezziere brianzolo, che si gode la meritata pensione, dopo una vita di lavoro, e un ex giocatore del pallone.

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In un pomeriggio estivo, fresco e festivo, scovo per caso una “vecchia” foto della fine degli anni settanta appesa ad un originale buffet gelosamente custodita dall’ex artigiano. Nel fronte, l’immagine dell’Inter del 1977, sul retro tre autografi. Riesco a leggere chiaramente la prima sigla: è di Alessandro Scanziani.

Accanto allo storico mobile, lascito dei genitori, vi è un suppellettile su cui è appoggiato un piccolo gagliardetto del FC Internazionale Milano, un altro segno tangibile della lealtà del destino.

L’uomo brizzolato e commosso mi racconta che per anni ha seguito la sua squadra del cuore al Giuseppe Meazza, la Beneamata, e con la voce rotta dall’emozione mi narra la storia della foto. Si entusiasma e si accalora nel ricordo, dell’immagine, dell’autografo richiesto per il proprio “figliolo”, una richiesta esaudita da un giocatore di classe.

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Si scopre, in questi casi, il valore sociale del calcio; il senso dell’appartenenza, della riconoscenza, dell’amore di una fede, di una maglia colorata a tinte unite o a strisce.

Condividere la gioia e l’emozione dei piccoli seguaci che con la passione vitale e genuina inondano di felicità i cuori dei loro cari.

Alessandro Scanziani nasce a Verano Brianza (un comune di poco più di 9.000 anime nella provincia di Monza Brianza) nei primi anni cinquanta. Muove i primi passi nel Meda, minuta squadra della Brianza, per poi approdare in Toscana, nel Livorno. Un’esperienza in riva al Lario nel Como prima di indossare la maglia dei Bauscia dell’Inter (1977-1979).

Sotto le guglie della Madonnina vince la Coppa Italia (1977-78); i nerazzurri guidati in panca dal “sergente di ferro” Eugenio Bersellini battono il Napoli di Giovanni detto Gianni Di Marzio (2-1)

Si colora di bianconero dell’Ascoli a cavallo degli anni ottanta.

In seguito cinque anni da incoronare nella Sampdoria (1981-1986); nel golfo genovese vince, con le mostrine da capitano, la prima Coppa Italia della storia per il club ligure (1984-1985). Colleziona 152 partite segnando 25 reti. Nella finale, il Doria, guidato dal già citato Eugenio Bersellini batte nelle due sfide il Milan di Nils Liedholm. Vittoria esterna dei blucerchiati a San Siro (0-1) e vittoria casalinga al Luigi Ferraris (2-1).

Il brianzolo chiude la carriera agonistica dopo l’esperienza nel Grifone rossoblù del Genoa e Arezzo. Appende le “scarpe al chiodo” dopo la stagione 1988-89, all’età di 36 anni. Alla guida tecnica del Como vince una Coppa Italia Serie C nell’edizione 1996-1997.

Rimane profondamente legato alla ”Superba”, ovvero alla città di Genova, nella quale trascorre un brillante e prolungato periodo della sua carriera agonistica. Il suo rapporto privilegiato con la famiglia Mantovani, in particolare, delinea un segno distintivo ed indelebile della sua esperienza umana e sportiva.

In totale, da professionista, colleziona più di 500 presenze segnando più di 80 reti.

Un capitano, il capitano che tutti gli sportivi vorrebbero avere nella propria squadra del cuore. Un campione dentro e fuori il rettangolo verde, una bandiera, amato e rispettato in tutte le piazze dove ha con onore militato.

Lo incontriamo per una breve, ma sentita intervista; 12 domande alle quali risponde con sincerità e schiettezza che delineano con spontaneità il personaggio e la sua caratura morale.

-Alessandro parlaci del tuo inizio e approccio nel mondo del pallone. Qualche cenno al settore giovanile e al tuo debutto nel professionismo ?

“Come tutti i ragazzi dei miei tempi si giocava all’oratorio e nella squadra del paese. All’età di 13 anni mi acquistò il Calcio Como iniziando l’avventura nella categoria degli allievi. In seguito, giocavo nella squadra Primavera al sabato e in De Martino al mercoledì. Al termine del settore giovanile ho giocato nel Meda in serie D. Poi un altro campionato in serie C, a Livorno. Infine, il ritorno a Como ed esordio in B. Arrivò subito la promozione in serie A. I miei genitori insistevano perché frequentassi l'università. Iscritto a farmacia, ho sostenuto due esami. Poi ho abbandonato e mi sono dedicato al calcio.”

-Com’è cambiato il calcio oggi ? Quali aspetti positivi e quelli negativi rispetto agli anni ottanta ?

“È cambiato molto rispetto a quando ero giovane. Con lo svincolo sono cambiate le regole. Ora sei libero di poter scegliere la squadra che preferisci. Ci sono i procuratori che difendono i tuoi interessi e ti consigliano la soluzione migliore dal punto di vista tecnico ed economico.”

-Descrivi la tua carriera da giocatore ? Quale era il tuo ruolo preferito, in quale posizione ti sentivi a tuo agio ? Quale allenatore ti ha compreso maggiormente dal punto di vista tattico ?

“Dopo le giovanili ho giocato in tutte le categorie: serie D, serie C, serie B e successiva promozione in A. Ho indossato le maglie di Inter, Ascoli, Sampdoria, Genoa ed Arezzo,  avendo così la fortuna di conoscere diversi allenatori più o meno bravi. Personalmente ho avuto uno splendido rapporto con il compianto Giovanni Battista Fabbri (a Livorno ed Ascoli). Con il tecnico nativo di San Pietro in Casale giocavo a centrocampo, libero di svariare, di muovermi come volevo. Con il discepolo del cosiddetto “calcio totale” (di tipo olandese) mi sentivo bene ed ero compreso, con licenza di cercare il gol con inserimenti repentini nell’area avversaria. Il mio ruolo preferito era in mezzo al campo svolgendo i compiti assegnati sia in fase difensiva che in quella offensiva.”

-Riassumi la tua esperienza nella veste di allenatore.

“Al termine della carriera di calciatore ho iniziato a studiare da allenatore. Prima con i giovani e poi con le prime squadre. Ma con poca fortuna. Ho perso due finali di play off per andare in serie B. Non mi piacciono i compromessi. Molti esoneri. Forse non era il mio mestiere.”

-Chi è il tuo allenatore e chi il tuo giocatore ideale ? Perché ?

“L'allenatore ideale è quello che sa valorizzare i giocatori a disposizione. Sarebbe facile citare quelli che hanno vinto di più, da Giovanni Trapattoni a Marcello Lippi. Io mi sono trovato bene con quelli che mi rispettavano come giocatore e, soprattutto come persona, ma non tutti lo hanno sempre fatto. Come giocatori la scelta è ancora più difficile: da Diego Maradona a Michel Platini o Marco Tardelli. Come potrei dimenticare i “gemelli del goal” Roberto Mancini e Gianluca Vialli o Gabriele Oriali. Ricordo con affetto Claudio Correnti nella mia esperienza a Como. Troppi, bravi e corretti.”

-Ci descrivi gli uomini che hai incontrato, quelli a cui sei più legato in termini d’amicizia, stima e rispetto ?

“Mi è rimasto qualche amico nel mondo del calcio, ma la lontananza non ci permette di frequentarci come vorrei. Ma al bisogno so che ci sarebbero. Come io per loro.”

-Quanto conta il valore della famiglia nell’ambiente dello spogliatoio ?

“Sono stato fortunato e lo sono anche ora. Mio padre e mia madre penso mi abbiano conferito una buona educazione, insegnandomi il rispetto degli altri come individui. Ora ho una bella famiglia: tre figlie e cinque nipotine che si vogliono bene, si aiutano e si rispettano.”

-Cambieresti qualche scelta fatta in passato ?

“Ogni volta che cambiavo squadra era perché volevo mutare. Trovare altri stimoli e migliorare. Ho commesso diversi errori nella carriera, ovviamente con il senno di poi, facile dirlo. Non ho mai scelto le squadre in base a ragioni puramente economiche. Anzi. Ho rinunciato ad andare alla Roma che mi offriva un contratto più vantaggioso per stare alla Sampdoria. La ragione è semplice, l’indimenticato presidente Paolo Mantovani mi aveva conquistato.”

-Parlaci della tua carriera da opinionista e commentatore

“Fino a qualche anno fa commentavo le partite per il gruppo  Mediaset. Prima di ogni gara in fase di preparazione della partita mi imponevo di ricordarmi di quando ero giocatore. Degli errori che facevo. E nei miei commenti cercavo di spiegare gli eventuali errori come una cosa normale. Mettevo sempre in evidenza gli aspetti positivi di una giocata. Il merito a chi faceva belle cose piuttosto i demeriti dell’avversario. “

-Se non avessi sfondato nel calcio che lavoro avresti svolto ?

“Se non avessi giocato a calcio avrei probabilmente esercitato la professione di farmacista. Non oso pensare al tipo di vita che avrei dovuto fare. Sono stato molto fortunato.”

-Che consiglio daresti a un bambino che gioca a calcio ?

“Direi e dico ai ragazzi che iniziano a praticare questo sport di divertirsi, di non sognare la carriera, di studiare e di pensare a cosa vogliono fare da grandi. Un giocatore intelligente e istruito giova alle opportunità di carriera.”

-Sei nato in Brianza, qual è il tuo rapporto con questo territorio ?

“Nato in Brianza e qui tornato al temine della carriera. La terra dei miei genitori, le sorelle, la famiglia e gli amici; qui ho le mie radici. Era naturale il mio ritorno a casa.”

Alessandro Scanziani: una vita da mezzala (dedicata a Marco)

Emanuele Perego             www.emanueleperego.it              www.perego1963.it

 

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