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Italia ed estero

Il presidente turco Erdogan perde la maggioranza in Parlamento: fine di un regime?

Solo una settimana fa circa l’87% dei quasi 54 milioni di cittadini turchi aventi diritto di voto, si è recato alle urne per rinnovare i membri del Parlamento nazionale facendo registrare un’affluenza da capogiro con cifre per noi europei al di sopra di ogni immaginazione.

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Solo una settimana fa circa l’87% dei quasi 54 milioni di cittadini turchi aventi diritto di voto, si è recato alle urne per rinnovare i membri del Parlamento nazionale facendo registrare un’affluenza da capogiro con cifre per noi europei al di sopra di ogni immaginazione.

L’elevata affluenza di elettori alle urne, tra l’altro non insolita per la Turchia, ha sottolineato ancor di più il momento storico di un voto molto importante per il Paese,un voto che potremmo quasi definire rivoluzionario.

Il risultato sensazionale, quanto non del tutto inaspettato, è stata la perdita, da parte del partito del Presidente Erdogan, l’AKP (Il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo), della maggioranza assoluta in Parlamento dopo ben 13 anni di indiscusso ed indiscutibile predominio.

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Il partito del Presidente Erdogan non ha infatti raggiunto il numero di voti necessario a formare in autonomia un governo, fermandosi al 40% dei voti che hanno assegnato all’AKP 254 seggi in Parlamento. Ne sono mancati 22 all’ottenimento della maggioranza.

Avendo comunque ottenuto più voti di tutti gli altri partiti, l’AKP ha a disposizione 45 giorni per trovare alleanze presso le altre coalizioni e formare un governo stabile. Sarà una dura impresa per Erdogan che, appena terminato lo scrutinio, ha dichiarato che i risultati elettorali “non danno l'opportunità ad alcun partito di formare un governo da solo”.

E ha proseguito con un appello a tutti gli altri partiti che hanno ottenuto seggi in Parlamento affinché si“valuti accuratamente e realisticamente” il risultato delle elezioni e ci si impegni responsabilmente “per la stabilità e la fiducia nel nostro Paese e per la tutela della nostre conquiste democratiche”.

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Sebbene il presidente Erdogan si ponga a difesa della continuità e stabilità del governo così come del Paese, queste elezioni sono state a dir poco rivoluzionarie. E non solo perché dopo ben tredici anni il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo ha perso la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento e di conseguenza la fiducia di molti elettori.

Per prima cosa il partito guidato dall’attuale Primo Ministro Ahmet Davutoglu dovrà scendere a compromessi con le altre forze politiche se vuole continuare a governare, seppur non come ha potuto fare fino a questo momento.

In secondo luogo, il Presidente Erdogan dovrà rivedere il suo progetto di riforma costituzionale per la trasformazione dell’assetto istituzionale del Paese da repubblica parlamentare a repubblica presidenziale.

Infine, ed è forse questa la vera rottura con il passato, ci sono le opposizioni e le nuove opposizioni al dominio incontrastato del presidente Erdogan e del suo partito conservatore ed islamico.

In questa ultima tornata elettorale infatti, nonostante una soglia di sbarramento altissima che limita molto il numero di partiti rappresentati in Parlamento, il piccolo partito filo curdo, l’HDP (Partito Democratico dei Popoli) ha raggiunto il 13% dei voti e ha così ottenuto ben 79 seggi.

Il Partito Democratico dei Popoli è nato dalla società civile e istituito da vari gruppi di sinistra e dai settori più al margine della società come reazione al conservatorismo del partito che dal 2003 governa in Turchia, l’AKP.

Tra i punti principali del programma del partito HDP c’è sicuramente quello di dar voce alla minoranza curda che vive in Turchia e farle acquisire sempre maggior peso nella vita politica nazionale, cosa che sotto il potere di Erdogan non è mai accaduto.

Il nuovo governo, comunque venga costituito, non potrà non interfacciarsi anche con questa realtà e dovrà aspettarsi un’opposizione più pungente e tenace di quanto lo sia stata fino ad ora. Lo scenario più plausibile è quello delle elezioni anticipate con un governo temporaneo di minoranza guidato dal partito del presidente.

Ben più preoccupante è l’alternativa a tutto ciò che sembra prospettarsi, secondo alcuni, come una possibile scappatoia per i conservatori: l’alleanza con il partito nazionalista che ha ottenuto il 16% dei voti e basterebbe all’AKP a raggiungere la maggioranza dei seggi nell’unica camera che compone il Parlamento turco.

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