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Trento

Democrazia diretta: serve una revisione sostanziale

Non una bocciatura, ma la necessità di una revisione sostanziale del testo e di un serio approfondimento degli strumenti proposti: questo, in estrema sintesi, quanto emerso dall’incontro presso la prima Commissione permanente di Luca Zeni, tra i primi firmatari del disegno di legge d’iniziativa popolare in materia di democrazia diretta (Alex Marini e Stefano Longano) e la Commissione europea per la democrazia attraverso il diritto (detta anche Commissione di Venezia).

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Non una bocciatura, ma la necessità di una revisione sostanziale del testo e di un serio approfondimento degli strumenti proposti: questo, in estrema sintesi, quanto emerso dall’incontro presso la prima Commissione permanente di Luca Zeni, tra i primi firmatari del disegno di legge d’iniziativa popolare in materia di democrazia diretta (Alex Marini e Stefano Longano) e la Commissione europea per la democrazia attraverso il diritto (detta anche Commissione di Venezia).

Il disegno di legge in questione si inserisce in un percorso che dura da quasi tre anni. Il 16 luglio dello scorso anno il Consiglio provinciale interrompeva la discussione del testo e lo rinviava in Commissione per un supplemento di analisi. Il testo originale, infatti, sottoscritto da oltre 4000 cittadini, veniva completamente stravolto da un pacchetto di 50 emendamenti della Giunta provinciale, depositati poco prima della discussione in aula. Prima tappa dell’iter di ri-esame è il passaggio odierno, che prevede l’ascolto della Commissione di Venezia,organo consultivo del Consiglio d’Europa in materia di diritto costituzionale

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QUORUM, REGOLE DEI REFERENDUM, ARMONIZZAZIONE CON IL DIRITTO SUVRAORDINATO: LE CRITICITÀ – Per la Commissione di Venezia hanno preso parte ai lavori, che hanno occupato l’intera mattinata e una prima parte del pomeriggio, i commissari Regina Kiener(Università di Zurigo), Anne Peters(Università di Basilea), Francesco Maiani(Università di Losanna) e il segretario della Commissione Pierre Garrone.

In primo luogo sono stati chiariti i compiti della Commissione di Venezia e la finalità dell’incontro odierno che non intende “bocciare o promuovere” il disegno di legge. Non si tratta, infatti, hanno precisato a più riprese i commissari, di esprimere un giudizio definitivo, quanto di fornire degli spunti di riflessione e dei suggerimenti per approfondire la proposta, alla luce dell’esperienza maturata nella materia e del raffronto con altre realtà istituzionali.

Regina Kiener e Anne Peters hanno fornito un quadro d’insieme, analizzando il disegno di legge articolo per articolo. Ci sarebbero alcuni aspetti poco chiari sui singoli strumenti di partecipazione. Un punto ampiamente dibattuto riguarda la questione del quorum per i referendum e la raccolta delle firme. La posizione della Commissione di Venezia propende per l’abolizione del quorum (abolizione definita “un progresso per la salute del referendum”) e l’astensione dall’indicazione del numero di firme. Il quorum, è stato notato, comporta due aspetti negativi: da un lato le astensioni vengono sommate dal punto di vista politico ai voti contrari e il quorum può portare ad un boicottaggio attraverso l’astensione e dall’altro i voti dati alla proposta non sono rilevanti, frustrano il cittadino che si è recato al voto.

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Lo Statuto di autonomia, all’articolo 47, infatti, parla di un quorumdel 2% che attualmente corrisponde più o meno a 8000 firme (quelle indicate nel disegno di legge in discussione). La tecnica legislativa migliore sarebbe però quella di indicare la soglia percentuale per non trovarsi alla lunga con una regolamentazione “sregolata” (a causa dell’incremento della popolazione). Su questo punto c’è un passaggio da approfondire. Come hanno notato nella replica gli stessi firmatari, l’esigenza del quorumè fissata dalla Costituzione (art. 75) così come lo Statuto di autonomia enumera una serie di strumenti di partecipazione e democrazia diretta. Appare complesso dunque fissare regole con dei paletti normativi a monte come quelli elencati.

L’istituto del Comitato popolare dei pretaniè stato definito una previsione del tutto originale. Tuttavia, le competenze non sono chiaramente disciplinate e il potere affidato a questo soggetto rischia di mettere in gioco il principio della rappresentanza politica.

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Altro passaggio ritenuto critico, l’assenza di una limitazione tematicadella proposte: questo significa che potrebbero essere sottoposti a referendum anche regolamenti amministrativi o leggi finanziarie e questo è difficilmente sostenibile, per ovvie ragioni. E’ difficile immaginare un referendum su queste questioni, si rischia di fare dei pasticci. Forse va ridisegnato il sistema di separazione dei poteri a monte: una questione molto delicata, ma che produrrebbe gli effetti di concentrare il referendum sulle leggi, anziché sui regolamenti.La Commissione di Venezia sui referendum sostiene che i limiti devono essere fissati per legge. I limiti materiali del referendum devono garantire che il popolo non produca testi illegittimi o con natura non permanente. E’ dunque sensato parlare di “controllo di regolarità” e non solo di “ammissibilità” (non solo requisiti formali dunque), un controllo che deve avvenire prima della raccolta delle firme (affinché non si creino false aspettative): secondo gli standard internazionali le proposte soggette a una votazione devono essere armonizzate con tutto il diritto sovra ordinato.

Ancora. Il testo prevede che la mozione di sfiducianei confronti del Presidente dell’Esecutivo e degli assessori possa avvenire su richiesta di 5000 aventi diritto al voto. Una fattispecie riservata finora solo ai consiglieri. Questo nuovo strumento è poco chiaro e non soddisfa gli standard internazionali. La dimissione diretta di Presidente e Giunta provinciale rappresenterebbe una lesione degli stessi principi del diritto democratico. In alternativa, si potrebbe rimandare ad una delibera di maggioranza. Appare inoltre troppo grande per le autorità l’onere di sostenere le proposte legislative popolari e di trattare obbligatoriamente le petizioni.

PROPOSTA ENTUSIASTA MA POCO ATTENTA ALLE ESIGENZE DELLE ISTITUZIONI – Premesso che “non si tratta di esprimere valutazioni conclusive, bensì di offrire spunti di riflessione e sollevare questioni che andrebbero approfondite”, ha notato il commissario Maiani, il problema principale di tutto il progetto appare essere l’assenza di chiari parametri per il referendum e la conformità a tutto il diritto sovraordinato.

La proposta, ha detto, è permeata da molto entusiasmo per la democrazia diretta e la partecipazione, ma l’impressione è che ci sia poca attenzione rispetto alle esigenze del buon funzionamento delle istituzioni provinciali:il problema del coinvolgimento degli organi della Provincia nell’assistere a formulare i testi è un rischio concreto che comporta un carico amministrativo non indifferente. In secondo luogo sembra basti un referendum consultivo ammissibile per paralizzare il settore di attività soggetto al referendum. Infine, una petizione sottoscritta da 20 persone avrebbe il potere di determinare l’ordine dei lavori del consiglio provinciale: un po’ troppo.

LE RAGIONI DEI PROPONENTI – La debole separazione tra Giunta e Consiglio e il tendenziale “ricatto” dell’Esecutivo sui consiglieri per non mettere in crisi la maggioranza che li ha eletti è stato messo in evidenza da Stefano Longano per spiegare l’ampio ricorso al referendum. L’equilibrio va trovato a suo avviso all’interno di un quadro complessivo. Il numero di firme è stato introdotto per non generare incertezza ed il riferimento è alla percentuale indicata nello Statuto.

Un elemento di difficoltà evidenziato è stato quello del laborioso procedimento di raccolta delle firme, cui segue la certificazione e tutta una serie di incombenze che spesso scoraggiano i promotori dell’iniziativa referendaria. Quanto alla valutazione di compatibilità/validità costituzionale, essa compete esclusivamente la corte costituzionale, un aspetto certamente limitante, nel senso che rende molto più lenti e complessi i diversi passaggi. Appurato che la separazione dei poteri non è chiara, ha aggiunto Alex Marini, nel nostro testo il referendum può essere proposto anche da 1/3 dei consiglieri, un aspetto che in diversi casi potrebbe tagliare la testa al toro. Il referendum obbligatorio su particolari atti in materia tributaria è valutato come inopportuno, mentre in molti casi sarebbe auspicabile a suo avviso, come nel caso di opere a grosso impatto economico, come per esempio il Not.

IL DIBATTITO – Nel dibattito sono intervenuti a chiedere un approfondimento i consiglieri Mattia Civico e Luca Zeni. “La sensazione”, ha detto Mattia Civico che ha chiesto un supplemento di informazione circa gli effetti prodotti in altre aree geografiche da iniziative di questo genere, “non è quella di una bocciatura, ma certamente di una necessità di riflessione”. Il Presidente Luca Zeni, sul tema dei pretani ha rilevato la stessa perplessità evidenziata dalla Commissione di Venezia così come i diversi orientamenti che erano emersi su referendum e quorum. Per Rodolfo Borga “questo disegno di legge non ha avuto “qualche problemino”, è stato totalmente stravolto e questa è la motivazione per cui siamo qui oggi a riparlarne. Occorrerebbe un chiarimento da parte della maggioranza, per non far perdere tempo a nessuno”.

I PROSSIMI PASSAGGI – La Commissione di Venezia si esprimerà ufficialmente con un parere definitivo entro il mese di giugno. Dopo quella data i promotori dell’iniziativa faranno le opportune valutazioni “tenendo conto delle osservazioni della Commissione”, ha detto Alex Marini. Un’ipotesi potrebbe anche essere la riscrittura del testo che sarebbe in quel caso sottoposto nuovamente al giudizio popolare, prima di riprendere l’iter in Commissione. 

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