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Italia ed estero

Oltre il populismo: i partititi di protesta si preparano a cambiare la Spagna e sé stessi

Dopo le elezioni di domenica il panorama politico spagnolo non sarà più come prima. Si vota in 13 regioni su 17: l’appuntamento rappresenta un importante banco di prova per le elezioni nazionali di novembre. Per la prima volta sono ben quattro i partiti a contendersi la testa dei sondaggi. Il tradizionale bipolarismo spagnolo sembra condannato a scomparire.

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Dopo le elezioni di domenica il panorama politico spagnolo non sarà più come prima. Si vota in 13 regioni su 17: l’appuntamento rappresenta un importante banco di prova per le elezioni nazionali di novembre. Per la prima volta sono ben quattro i partiti a contendersi la testa dei sondaggi. Il tradizionale bipolarismo spagnolo sembra condannato a scomparire.

Per decenni la scena politica spagnola è stata dominata da due protagonisti indiscussi: i socialisti del Partito socialista operaio spagnolo (PSOE) e i conservatori del Partito popolare (PP), a cui appartiene l’attuale primo ministro, Mariano Rajoy.

In molte regioni, i conservatori dovrebbero confermarsi il primo partito di Spagna, senza però ottenere la maggioranza assoluta. Tradotto: in molti casi non sarà possibile formare un governo senza il sostegno della sinistra di Podemos (Possiamo) o dei liberali di Ciudadanos (Cittadini).

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Le elezioni di domenica segnano quindi la fine di un’era politica caratterizzata dall’alternanza tra conservatori e socialisti. Un’alternanza che ha garantito stabilità al paese ma che al tempo stesso ha prodotto scandali legati a corruzione e malgoverno. Società fittizie create a spese dei contribuenti, appropriamenti indebiti di finanziamenti e milioni di euro provenienti dalle casse del partito e nascosti in Svizzera: questi sono solo alcuni dei casi in cui i politici dei due partiti di punta hanno usato le casse dello stato come un vero e proprio bancomat.

Da lunedì a sedere nella stanza dei bottoni non saranno più i soliti noti. Il rischio di derive populiste sembra di gran lunga inferiore rispetto agli altri paesi europei, Italia compresa.

Podemos, che inizialmente mirava a seguire l’esempio  del primo ministro greco Alexis Tsipras e del suo partito Syriza, ha ultimamente virato verso un approccio più responsabile. La perdita di consensi, le querele interne al partito, l’eccesiva presenza mediatica del leader, Pablo Iglesias (foto), la crescente insofferenza della stampa spagnola nei confronti dei “populisti di sinistra” e gli insuccessi dei colleghi greci sono tutte cose che hanno spinto Podemos ad abbandonare le sue posizioni radicali, compresa la minaccia di rinegoziare il debito pubblico spagnolo.

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Al ridimensionamento delle istanze di Podemos ha contribuito la concorrenza di un altro nuovo partito e, cioè, Ciudadanos. Sia Podemos che Ciudadanos nascono da movimenti sociali di cittadini. Il progetto di Podemos ha preso piede in seguito alle manifestazioni dei cosiddetti “Indignados”, che protestavano contro austerità e corruzione. Ciudadanos nasce invece come risposta al nazionalismo catalano.

Come Podemos, anche Ciudadanos promette lotta alla corruzione e una maggiore trasparenza e vicinanza ai cittadini. L’approccio però è completamente diverso: alla rivoluzione, Ciudadanos preferisce di gran lunga le riforme.

La sfida per la Spagna è delle più difficili: la crisi economica non è ancora alle spalle, nonostante il primo ministro Rajoy continui ad affermare il contrario. La disoccupazione è al 23%, un giovane su due non ha prospettive per il futuro, chi ha una buona formazione fugge all’estero.

I nuovi partiti non rinnoveranno di punto in bianco il Paese, ma potrebbero comunque contribuire a risolvere molti problemi. Una cosa è certa: dato che in molte regioni si prevede che non emergerà un netto vincitore, tutte le forze politiche in campo dovranno impegnarsi a fare propria l’arte del compromesso, superando le rispettive divisioni e dando prova che la Spagna può contare su un sistema politico maturo.

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