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Trento

L’infinito viaggiare.

Pubblichiamo volentieri per i nostri lettori il diario di viaggio e l’esperienza umana di Donatella Cont, roveretana ed insegnante di educazione fisica al liceo “A. Rosmini” di Rovereto; Donatella è prossima alla pensione ma ha ancora grinta da vendere e tanta voglia di mettersi in gioco per aiutare gli altri.

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Pubblichiamo volentieri per i nostri lettori il diario di viaggio e l’esperienza umana di Donatella Cont, roveretana ed insegnante di educazione fisica al liceo “A. Rosmini” di Rovereto; Donatella è prossima alla pensione ma ha ancora grinta da vendere e tanta voglia di mettersi in gioco per aiutare gli altri.

Donatella, cosa ti ha spinto a fare un'esperienza di volontariato dall'altro capo del mondo?

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«Amo le sfide, ma soprattutto i viaggi. Ho girato molto e da sola, ma questa volta il motivo era diverso e molto più legato alle mie emozioni. L’aiutare il prossimo o meglio condividere esperienze di vita è sempre stato il motivo trainante della mia esistenza. 

Le mie esperienze scolastiche e di studio spaziano dalla pratica della Medicina Tradizionale Cinese, che mi ha portato in Cina ben quattro volte e per lunghi periodi, poi in Mongolia ed in Kerala, Vietnam e Cambogia. L’Oriente mi ha sempre affascinata.

L’America Latina? E precisamente l’Ecuador mi hanno cercata loro…»

Quali sono i valori che quest'esperienza ti ha donato e che non ti abbandoneranno più per il resto della vita?

«Padre Antonio Polo, salesiano che vive da circa 40 anni a 3600m, mi ha stregato con la sua forza d’animo e fede nel prossimo. Gli abitanti sono poverissimi, in tutti i sensi, ma totalmente disponibili ad assorbire e dare spazio alla tua immaginazione. In parole povere “tutto è possibile”»

Dovendo consigliare ai nostri lettori un'esperienza analoga, quali sono i valori con cui dovrebbero riempire il loro zaino virtuale prima di partire?

«Invito tutti quelli che desiderano fare questa esperienza a lasciare a casa tutte le paure, le aspettative e le esigenze speciali o indotte e partire con una valigia piena di sogni …»

ECUADOR e PERU’… in solitaria (di Donatella Cont)

L’inizio è sempre duro. Dopo 42 anni di lavoro la pensione sembra allontanarsi. Sono stanca, delusa e distratta e decido così di prendere un anno di aspettativa e partire. Per dove? A fare che cosa? Da sola!

Scarto il continente Africano ed Asiatico e scelgo l’America Latina.

Forse per esclusione, forse per la lingua. Lo spagnolo mi attira, da sempre ma non ho mai avuto il tempo per dedicarmi.

E’ arrivato il momento. Mi iscrivo ad un corso collettivo che non parte per mancanza di iscritti. Allora cerco e trovo Jimmy, il mio insegnante è di Cusco in Perù. Paese misterioso, ricco di archeologia e storia, cultura precolombiana, colori e musica, ma  piuttosto pericoloso.

Dove posso essere una VOLONTARIA?

Le mie competenze sono ricche e diversificate e posso aiutare e far del bene alla gente. Decido di rimanere tre mesi lontana da casa.

Il Perù mi affascina, ma è dall’Ecuador che arrivano risposte.

Un centro salesiano con ospedale annesso ha bisogno di fisioterapisti ed educatori. Eccolo… è il mio posto! Lascio tutto dietro e parto il 13 di gennaio per l’Ecuador con rientro in aprile da Lima. Il Perù c’è, forse da turista. Arrivo a notte piena, dopo 30 ore di voli.

A Quito mi accoglie Felipe, con un cartello grande. Amorevolmente mi prende e mi porta a casa di sua madre Marta, dove in un letto morbido riposo magnificamente bene. In mattinata dalle finestre della villa vedo il vulcano Cotopaxi alto 5.897 metri. Enorme e bianco, mi affascina, ma scopro che dove poi sarò ospitata c’è il vulcano più alto del mondo, il Chimborazo alto ben 6.310 metri!

Padre Pio, come un buon genitore, mi preleva con le sua grossa jeep e mi informa che il mio posto era stato occupato da una famiglia americana con 3 figli e quindi la mia sistemazione doveva cambiare.

Si va a Salinas de Guaranda a 3.600 metri! Paese dedito ad attività molto varie in forma cooperativa, grazie alla determinazione di Padre Antonio Polo, Salesiano che vive li da 37 anni e che ha saputo ben organizzare le braccia, ma anche le menti di questi abitanti.

Ma io che cosa farò?

La mia valigia è piena di pastelli, pennarelli e libri per bambini. Sono disposta a fare tutto quello che mi verrà richiesto.

L’Ecuador è un esame di sopravvivenza in cui viene testata la determinazione, l’adattabilità e la perspicacia della nostra razza. Nessuna prova viene risparmiata ed un viaggio in quel paese è veramente una sfida alle forze della natura.

Terra di pecore, capre e lama altezzosi e morbidi. La vacca però è la salvezza che con il latte e la carne risolve il problema della fame  in quasi tutte le famiglie. Il "ciancio" (un maiale tutto nero) legato fuori casa al posto del cane, ed i teneri "cuy" (il porcellino d'india), insieme con i conigli e le galline, aspettano la loro festa.

A Salinas sono ospitata in una celletta nella canonica della chiesa. Mi ambiento in fretta e trovo subito compagnia. Padre Antonio è pieno di vita e gioca volentieri tutti i giorni a scacchi e a ping pong, oltre che inventare nuovi progetti… continuamente.

Altri volontari sono Luisa, Felipe, Paola Elena Caren, ma non si conta la gente che va e viene dalla casa e si ferma a pranzo e a cena o per un semplice ristoro!

All’inizio sono sconcertata, ma poi mi organizzo e cucino per tutti, anche se non so mai per quante persone! Ma va sempre tutto benissimo…

L'impasto per il pane integrale si prepara con il lievito madre e con il latte avanzato che si fa? Ricotta ovviamente, buonissima con le erbette e, perché no, anche con la marmellata. Poi "tomate da arbol", un buonissimo frutto asprigno che da noi non esiste, il "platano" (della famiglia delle banane) troppo maturo per essere consumato va invece bene per essere cucinato e la torta di banane. Conquisto tutti anche i più coriacei…  Il cibo, non manca, si mangia a tutte le ore.

Osservo tutto con stupore.

La parrocchia si compone di 34 comunità che circondano Salinas de Guaranda e vanno da quota zero nell’Amazzonia ai 4.200 metri della Sierra. Si raccolgono banane ed ananas e si possono ammirare le vigogne alla base del vulcano Chimborazo.

Trovo subito dove posso essere utile.

Al mattino lavoro in una cooperativa di donne che tessono a mano la lana prodotta direttamente dalla filanda a monte. Lana di alpaca e pecora di colori vivacissimi e qualità eccellenti.

Le signore lavorano la lana che si portano dietro in una bustina di plastica e contemporaneamente portano sul dorso un piccolo che allattano fino a 4-5 anni e per mano altri poco più grandi. Normalmente si alzano con la luna nel cielo e vanno al campo dove sta la loro vacca, mungono e per le 6 del mattino hanno già portato 15-20 litri di latte al caseificio sociale (ricchezza, che con il  famoso "queso duro" fornisce cibo a tutta la popolazione).

Il mezzo di trasporto? L’asinello, il lama e la famosa "sciarpa tuttofare". Sempre con stivali di gomma, il poncho e l’immancabile cappello, che da noi sarebbe da uomo, la treccia nerissima, gli occhi sempre bassi e la testa incassata fra le spalle. I prodotti finiti sono bellissimi, coloratissimi e qualche volta non perfetti, ma fatti a mano con amore.

Mi appassiono e comincio a realizzare con l’uncinetto berretti con gli avanzi di lana. Piacciono tantissimo e vogliono imparare. Che bello gli occhi si alzano e sorridono. Ora parliamo la stessa lingua! E' magnifico…

Quando ho tempo faccio delle passeggiate fino a 4.200 metri e vado a trovarle. Aiuto negli orti e mangio la loro insalata che cresce non so nemmeno io come!

Il vulcano è lì, la sua maestosità mi affascina e voglio salire. Mi informo e scopro che ci sono due rifugi. Una domenica mattina mi decido, parto e arrivo sino a 5.200 metri. Che giornata fantastica; fatico, ma è fatta!

Credeteci si può fare… e io ho 60 anni!

Nei pomeriggi sono al centro di incontro e fisioterapia per gli anziani del luogo.

All’inizio, bionda occidentale, mi guardavano diffidenti e non si fidavano a farsi toccare. Poi la fila lunga tutti i giorni per un consiglio o per un massaggio.

Inventiamo il bingo a premi per allenare la lettura dei numeri e le letterine per riprendere confidenza con le parole. Poi le lezioni di coreografia e danza alla cioccolateria per il carnevale. E tanto altro…

Le settimane volano. Nei week end visito la capitale Quito ricca di chiese dorate, Banos con le terme, Cuenca la città bianca, Riobamba con l’università andina ed il famoso treno rosso.

Visito poi Latacunga e la laguna del Quilotoa con l’acqua verde smeraldo che ha colmato la caldera spenta a fianco del vulcano Cotopaxi.

Sono ospite dal Padre Marianista Bruno Galas, nato a Riva del Garda. Dirige una scuola con 3.000 studenti, dove tutto è ordinato e pulito, con fiori e piante ovunque ed il rispetto e l’educazione si respirano dappertutto. Presso la scuola faccio un corso di aggiornamento per insegnanti di educazione fisica: orienteering, volley, pronto soccorso e valutazioni. Mi diverto molto.

Vedere e condividere paesaggi felici, cieli infiniti con lune enormi, sarebbe bellissimo, ma questo è un viaggio in solitudine. La ricchezza che porto dentro è tutta per me.

Il mio viaggio non è finito. Ora mi aspetta la regione "la Costa" con Machala, bruciata dal sole e con una temperatura di 40 gradi sempre, anche la notte. Porto principale per l'esportazione delle banane, dove – pare – insieme vengono stivate anche altre "cose"… pericolosissimo!

Zaruma, la città dell’oro, tanta fatica e poca ricchezza, ma un "tigrillio" (piatto locale) fantastico.

Lascio l’Ecuador cotta dal sole, saluto gli amici che mi hanno ospitata e parto per Tumbes città sul mare in Perù.

Ora vacanza con zaino in spalla e viaggio sugli autobus della Cruz del Sur. La sfida è grande, come si tornerà a casa?

Tutti ti raccomandano di stare all’erta; è tutto pericoloso. Bisogna stare attenti ad ogni cosa, eccome! Si capisce subito, tutto è caotico. Viaggio fino a Lima ed in periferia vedo le favelas. Caldo, polvere… scappo subito a Cusco. Paradiso di bellezza dove il clima è mite, il cibo e le persone ottime.

La tappa intermedia è Nazca. Il fascino delle linee, le storie vere e le leggende, i disegni tracciati sulle colline deserte. In questi luoghi non piove mai (4 mm all’anno) e nel pomeriggio visitando i siti archeologici nel deserto improvvisamente… la pioggia! Immaginate la magia. Tutto ha il sapore della polvere e la trasparenza del vetro. Il cielo è enorme ed i pensieri nella mente non si domano…

Finalmente il famoso Machu Picchu e la Valle Sagrada e Agua Caliente

Tutto bellissimo, ma molto turistico. Guide molto preparate raccontano di civiltà antiche molto evolute e la bellezza del territorio, domato da terrazzamenti con acque cristalline che scorrono in canali secolari, parla di rispetto e ringraziamento al creato così perfetto e totale.

Le patate ed il mais selezionati per crescere nelle diverse altitudini permettevano a tutti un nutrimento sano e sicuro. Il lavoro in comunità consentiva la costruzione di città fantastiche e di strutture ciclopiche. Come si può credere a tutto questo? E poi non conoscevano nemmeno la ruota… incredibile! Ma producevano ceramiche finissime e lavoravano l’oro rituale con ceselli elegantissimi.

Tutto risulta impressionante e meraviglioso.

Ancora curiosità. Autobus puzzolenti dove le donne, quasi tutte aspiranti modelle del pittore Botero, siedono in pompa magna con ampie gonne colorate portando sulle spalle sacchi di tela grossa che contengono ogni ben di Dio. Le mamme portano i bimbi dietro o davanti, ma non si vedono mai; ti accorgi che ci sono solo se piangono quando hanno fame.

Viaggiando di notte si arriva a Puno sul lago Titicaca. Visita all’isola flottante di Uros. L’ingegno umano si spreca!

Vivono camminando sull’acqua, la "totora", caratteristica pianta acquatica, forma con i suoi diversi strati una superficie galleggiante dove vengono costruite capanne, piazze, archi e poi canoe singole o doppie per spostarsi. In realtà non si capisce come possano muoversi da tanto è il peso caricato; comunque tutto è possibile… con i tempi adeguati.

Si rientra dalle steppe lacustri con l’autobus di linea ad altitudini impensabili, con soste ovunque.

Lima, 12 milioni di abitanti, città dai cento volti. Il centro storico è pulitissimo, le cattedrali enormi e splendenti d’oro e specchi per impressionare gli indios ed i campesinos, mentre i palazzi coloniali mettono le balconate in bella mostra.

Tutto è enorme e misteriosamente ricco e distante dalla quotidianità.

Le persone sono eleganti ed ordinate. Non più cappelli e poncho, ma scarpe e vestiti di stile pregiato. Poi la periferia dove tutto il peggio che credevo di essermi evitata arriva come un pugno nello stomaco. Strade polverose piene di buchi, ripide scale ed i copertoni delle auto che sorreggono fatiscenti baracche fatte di onduline e cartoni. Qui non piove veramente mai.

All’interno di queste favelas ogni tipo di immondizia, con mosche, cani randagi e zoppi che fanno i loro bisogni ovunque.

Ma possono persone vivere qui? Perché?

Vedo una fabbrica di cemento che scarica direttamente nelle navi al porto tramite un tunnel sotterraneo e scopro che quasi tutto il cemento del mondo viene da qui. Ha delle ciminiere che continuano a fumare polvere maledetta. La montagna viene quotidianamente macinata… E la gente che cosa respira? La TBC è di casa.

Visito un centro scolastico, una biblioteca finanziata dal Trentino, un centro sanitario. Posso essere utile anche qui?

Certamente… i bambini sono bellissimi.

Incontro un medico ed un volontario che pratica l’agopuntura. Parliamo un po' e poi mi metto al lavoro. Ci intendiamo subito. Quando ritorni? Rispondo che vorrei tornare a vedere le colline verdi al mio ritorno!

Ma certamente a luglio-agosto è tutto verde anche qui. Crediamoci!

Sono convinta che tutti i volontari che spendono la loro vita in luoghi come questi hanno una fiducia ed una speranza che non si possono misurare. La sfida di far nascere la vita nel deserto è un miraggio… o forse NO?

 

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