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Trento

La vera storia del rione di Cristo Re (2° parte)

Continua la storia del rione di Cristo Re con questa seconda e ultima parte (qui puoi leggere la prima parte) che affonda le radici sull'importanza che ha avuto la chiesa e Don Guido Avi per la comunità del rione, ma che riporta alla mente anche l'inizio del consolidamento delle attività commerciali, la nascita di numerosi spazi aggregativi per i giovani, il cinema, la scuola, tutto ciò insomma che garantisce ad una comunità di guardare al futuro con serenità e fiducia. 

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Continua la storia del rione di Cristo Re con questa seconda e ultima parte (qui puoi leggere la prima parte) che affonda le radici sull'importanza che ha avuto la chiesa e Don Guido Avi per la comunità del rione, ma che riporta alla mente anche l'inizio del consolidamento delle attività commerciali, la nascita di numerosi spazi aggregativi per i giovani, il cinema, la scuola, tutto ciò insomma che garantisce ad una comunità di guardare al futuro con serenità e fiducia. 

A questo punto occorre tornare alla storia del piccolo gruppo di persone, che fin dal 1931 avevano allestito la cappella di San Benedetto. Carlo Battisti e i pochi altri che si erano impegnati in questa iniziativa, avevano anche formato un Comitato "pro erigenda chiesa" e avevano fatto domanda alla questura per dare il via ad una raccolta di denaro tra i cittadini per la costruzione della nuova chiesa.

LA PARROCCHIA, DON GUIDO E IL VILLAGGIO DELLA GIOVENTÙ – Il 30 ottobre 1931 il Comitato si rivolse al podestà Giandomenico Larcher, presentando il progetto della nuova costruzione e la richiesta di poter disporre di 2000 mq. circa di terreno edificabile. La domanda fu accolta e dopo un paio d'anni di ricerche e discussioni fu individuata la vasta piazza, non ancora usata per gli insediamenti, che si trovava tra le officine Silvestri e la Centrale elettrica vicino all'Adige.

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Aggregandosi ad un concomitante comitato della Curia romana, impegnato nella promozione di una nuova chiesa da erigere in Trento e da dedicare a Cristo Re, in ricordo del Concilio e delle sue affermazioni, ne uscì una soluzione unica, che accontentava entrambi i comitati: il nuovo quartiere avrebbe avuto la sua chiesa e sarebbe stata intitolata a Cristo Re. Vennero avviate iniziative popolari per la raccolta dei fondi necessari, come ad esempio una serie di vasi della fortuna e fu aperto un conto corrente, dove iniziarono a confluire contributi in denaro da parte di cittadini ed istituti di credito locali.

Finalmente il 23 novembre 1941, l'arcivescovo di Trento de Ferrari benedisse e posò la prima pietra.I lavori si interruppero, però, pressoché subito a causa dello scoppio della seconda guerra mondiale.

Ciononostante la Curia non abbandonò mai il suo iniziale progetto, insistendo anzi caparbiamente, al contrario, nella ricerca di una figura sacerdotale apposita, capace di prendersi personalmente in carico la realizzazione della difficile, quasi impossibile, impresa.

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Fu così che il 6 gennaio 1948 don Guido Avi entrò per la prima volta nella cappella di San Benedetto in corso Buonarroti, dando vita ad un connubio ventennale, destinato a conformare profondamente la nascita, la crescita e lo sviluppo del nascente rione di Cristo Re.

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Don Guido non era ancora parroco (lo diverrà tempo dopo) e la Parrocchia di Cristo Re non era ancora stata formalmente istituita, ma da quel giorno don Guido, per tutti, parrocchiani e non, divenne egualmente il Parroco (e il padre) di Cristo Re e della omonima Parrocchia; da quel giorno l'entusiasmo, il dinamismo e le capacità di don Guido hanno demolito ogni ostacolo incontrato lungo il difficile percorso intrapreso; da quel giorno chiunque entrasse nel pensiero di don Guido, di qualsiasi estrazione o posizione sociale fosse, si ritrovava, a modo suo, coinvolto e impegnato nel comune progetto: edificare la nuova chiesa e formare la nuova parrocchia.

La fantasia e l'intraprendenza del giovane sacerdote hanno varcato i confini del quartiere e anche quelli della città. Autorità di ogni tipo, politici di ogni rango, lavoratori di ogni specie, mamme e padri e figli di ogni famiglia, tutti ebbero a che fare con il progetto di don Guido, facendoselo proprio. Furono scomodati ministri, presidenti e persino papi, per un risultato che resterà unico nel suo genere e nel suo straordinario successo. L'archimedica frase "datemi una torta e vi farò una chiesa" gli valse il soprannome di "don Torta", che lo accompagnerà per il resto della sua vita; una frase giusta al momento giusto, comunicatrice dello spirito battagliero con il quale aveva deciso di affrontare un problema apparentemente irrisolvibile e, sicuramente, non conforme al difficilissimo momento storico; una frase che è servita da stimolo a sé stesso e a tutti i residenti.

Con lo stesso entusiasmo e con la stessa tenacia promuoveva lotterie, vasi della fortuna, carri allegorici, raccolta delle uova, abbonamenti, conti correnti postali e così via: la finalità di raccolta del denaro per la costruzione della chiesa accomunava idee e persone. Non vi era azione e non vi era giornata che non lo vedessero protagonista indiscusso; entrava nelle case di tutti per benedirle o per conoscerle o, molto spesso, per entrambe le cose.

L'intera popolazione lo ha seguito fedelmente, riconoscendogli il particolare ruolo che si era confezionato per il raggiungimento dell'incarico affidatogli. E' così riuscito a forgiare il legame tra le famiglie e la loro chiesa in un messaggio divino venuto dal cielo; un messaggio da proteggere e da assecondare attraverso una comunicazione continuativa con ogni singolo residente.

Indimenticabile nel tempo sono rimaste le varie forme di "rito religioso" introdotte da don Guido durante la sua gestione parrocchiale del nuovo quartiere. Le diverse ricorrenze religiose si trasformavano in festose processioni lungo l'intero quartiere, alla cui celebrazione nessuno si sottraeva, aderendovi come "processante" o come attento spettatore. L'atmosfera festosa che le accompagnava, tramutava la circostanza di turno in un'occasione quasi ludica per i ragazzi e le ragazze e in una sociale conferma della propria presenza per gli adulti; appuntamenti attesi e vissuti con una partecipazione impensabile fino a qualche anno prima.

La "Prima Comunione", passaggio obbligato della prima fase scolastica, non era solo l'iniziazione degli alunni elementari all'Eucarestia; quel giorno tanto atteso consegnava ai ragazzi il loro primo ruolo sociale da protagonisti e alle famiglie l'orgoglio di averceli portati. Era un riconoscimento ufficiale, festeggiato in pompa magna con tutti i parenti, preparato e curato come le grandi cerimonie dall'onnipresente don Guido.

Per alcuni anni l'onere della "vestizione" dei protagonisti è rimasta in carico alle famiglie, pur sempre limitato dalla sua adattabilità al rito religioso celebrato. Poi un giorno, casualmente, don Guido venne a conoscenza delle peripezie economiche affrontate da una famiglia per confezionare l'abito cerimoniale, costretta a vendere parte dell'arredamento casalingo pur di non far sfigurare il proprio figlio in esteriorità; da allora venne introdotta la tunica/divisa, eguale per tutti e a disposizione di ognuno.

Vi era poi la "dottrina", che si celebrava il sabato pomeriggio, come appendice settimanale del catechismo scolastico, ed era riservata ai ragazzi/ragazze in età scolastica. Non amatissima dai ragazzi, don Cornelio Branz l'aveva allora assurta a passaggio obbligato per chi voleva far parte della squadra di calcio parrocchiale: non parteciparvi infatti provocava l'esclusione dalla successiva partita domenicale. Alle ragazze invece risultava gradita, anche perché costituiva un'occasione di libera uscita, da non perdere assolutamente.

La più amata e partecipata di tutte le funzioni si rivelò, comunque, il "Maggio della Madonna", funzione serale dedicata alla Madonna e ripetuta per tutto il mese di maggio, che, proprio per cadere in un periodo meraviglioso dell'anno solare, assumeva atmosfera e spiritualità proprie. Era il ritrovo autorizzato di ragazzi e ragazze di ogni età, durante il quale sfociavano i primi amori e i primi turbamenti, coltivati furtivamente sotto gli occhi scrutatori dei rispettivi genitori, che, pure, partecipavano in massa alla cerimonia.

Ogni anno, o quasi, don Guido vi applicava una formula diversa di adesione; di particolare successo risultò quella combinata al rilascio di un biglietto di partecipazione, numerato in ordine crescente conformemente al passare dei giorni, il cui complessivo mensile possesso (non era ammessa nessuna assenza) permetteva di partecipare alla susseguente gita parrocchiale. La frenesia del mercato di compravendita e di scambio degli attestati di adesione rimarrà per sempre nella storia del quartiere e dei protagonisti.

Risultando la composizione famigliare dell'abitato tendenzialmente numerosa e giovanile, ci si rese ben presto conto che questa crescente presenza giovanile necessitava di nuove strutture di svago, di incontro e di educazione. Don Guido ne era ben consapevole, come era altrettanto consapevole che una simile carenza poteva provocare una pericolosa "devianza" sui molti giovani che stavano crescendo.

La mente fervida del dinamico prelato, favorita dall'incredibile partecipazione raggiunta nell'opera di erezione della chiesa, programmò e promosse l'annessione ad essa di una studiata canonica, atta ad accogliere lui, la parrocchia e l'oratorio e, addirittura, un diverso luogo esclusivo per lo svago rispondente alle esigenze rionali e a disposizione, però, dell'intera città; solo infatti convergendo l'attenzione e il coinvolgimento di tutte le istituzioni comunali, sarebbe stato possibile affrontare con fiducia il problema economico dell'iniziativa.

I lavori della canonica iniziarono e terminarono velocemente, allargandosi in seguito all'ulteriore annessione di uno studentato, destinato ad ospitare studenti provenienti dal resto della provincia. Più complessa e difficoltosa risultò invece la realizzazione dell'impianto per lo sport e per lo svago denominato "Villaggio della gioventù".

Fu acquisito il terreno, situato in via Maccani, a ritroso delle palazzine popolari e subito a nord dell'area diroccata delle caserme, e si arrivò alla successiva sistemazione del fondo; ma, alla fine, l'impresa risultò più difficile del previsto, inducendo gli ideatori a ridimensionarne il progetto e a vendere parte del terreno, divenuto nel frattempo edificabile. Piscina, campo da calcio regolare, sale da oratorio e da riunioni, furono cancellati e ridotti ad un campo sportivo dalle dimensioni più piccole, che funzionava meravigliosamente bene anche durante il periodo invernale, come campo da pattinaggio sul ghiaccio. Nonostante la delusione generale (e qualche polemica tuttora perdurante), l'iniziativa ottenne egualmente il desiderato successo di adesione; i ragazzi e le ragazze del quartiere frequentarono assiduamente, sia la canonica/oratorio, sia il ridimensionato Villaggio della gioventù.

LE CASE POPOLARI – Lo sviluppo industriale della zona attirò un numero notevole di manodopera proveniente soprattutto dai paesi delle valli e da fuori provincia. Era necessario a quel punto reperire nuovi alloggi per le famiglie dei lavoratori della zona industriale. L'Istituto fascista autonomo per le case popolari nell'ottobre 1938 avviò i lavori per costruire un complesso di case popolari, sulla via che prese il nome dal pilota trentino Ezio Maccani, caduto nella guerra di Spagna.

Si trattava di tre blocchi che comprendevano sei case con 54 alloggi, richiesti espressamente dalle due fabbriche della zona, la Caproni e la Sloi. Il 13 maggio 1939 il presidente dell'Istituto informò il consiglio di amministrazione di avere affittato 43 alloggi di via Maccani alla Caproni, che a sua volta li aveva destinati ai suoi dipendenti, altri otto alla Sloi, che però ne aveva chiesti venti, e i rimanenti a famiglie singole.

Un altro intervento venne realizzato in via Fratelli Fontana, sempre alla fine degli anni Trenta. Il quartiere si stava popolando in maniera crescente e la fame di case diventava sempre più forte. Negli uffici dell'Istituto giacevano circa trecento domande di alloggio e, però, il centro storico risultava ormai saturo.

Nel 1941 il progetto di urbanizzazione della zona era già pronto e prevedeva la realizzazione di due piccoli condomini, che poi diventarono tre, per un totale complessivo di 84 appartamenti. I lavori ebbero subito inizio, ma, a causa degli eventi bellici, nel 1943 dovettero essere sospesi.

Pur tuttavia, l'opera di espansione e di affollamento riprese immediatamente con la cessazione del periodo bellico, rimettendo in moto la frenetica composizione del nuovo quartiere, che aveva comunque già acquisito la sua caratteristica popolare, ideale per le famiglie operaie che si stavano formando. Ed è stata probabilmente questa celata uniformità sociale del quartiere, ben amalgamata in queste nuove costruzioni popolari, moderne ma semplici, simili ma egualmente diverse, tutte dotate di cortili super affollati, ad aver favorito la rapida e incredibile integrazione dei nuovi gruppi famigliari.

Le porte delle case rimanevano sempre aperte, le persone passavano da un appartamento all'altro con una confidenza e una condivisione inimmaginabile ed eccitante; non vi era nulla da nascondere o da proteggere da occhi indiscreti. A fine giornata, la sera, la gente si ritrovava all'aperto, nei cortili, portando con sé le sedie di casa, pur di poter condividere con i vicini anche gli ultimi momenti della giornata.

Potrebbe apparire paradossale, ma quella comune e dignitosa semplicità architettonica/strutturale dei nuovi edifici, unitamente alla loro impareggiabile funzionalità, hanno concorso non poco a favorire il senso di partecipazione e condivisione, caratteristica distintiva del rione di Cristo Re rispetto a tutte le altre zone della città e non solo.

Tutti coloro che hanno avuto la fortuna di vivere personalmente queste sensazioni, sono perfettamente consci di essere stati fortunati e privilegiati.

LE CASERME BATTISTI – Erette nel 1932, poco oltre Piazza General Cantore, come imponente complesso militare, le caserme Battisti hanno finito per confondersi con tutti gli altri edifici residenziali del quartiere, divenendo un punto di riferimento fondamentale per il futuro rione. L'iniziale viavai di militari che entravano e uscivano dalla caserma e che circolavano nei dintorni, si tramutò, dopo la seconda guerra mondiale e a causa dei bombardamenti subiti, in un maestoso condominio dove risiedevano militari di professione con le loro famiglie.

Fu la tragica notte dell'8 settembre a determinarne la futura sorte. Subito dopo l'annuncio dell'armistizio, i tedeschi, a notte fonda, occuparono i posti strategici della città, iniziando dalle caserme. Quella di corso degli Alpini venne bersagliata dai colpi dei carri armati e delle mitragliatrici.

I danneggiamenti subiti e la sempre più crescente necessità di nuovi alloggi, ne favorirono la ristrutturazione e il cambio di destinazione; nel 1951 cominciarono così i lavori per la realizzazione di alloggi da destinare alle famiglie dei militari di stanza a Trento. L'integrazione di queste famiglie con il resto del tessuto sociale del quartiere risultò praticamente immediata e assoluta.

Il profondo rapporto uscito ne fu però determinato da una circostanza molto particolare.

Per diversi anni la parte delle caserme non ristrutturata rimase abbandonata a sé stessa tra macerie e incuria, rivelandosi spazio ideale per i ragazzini dell'intero quartiere. L'edificio diroccato si dimostrò infatti un impareggiabile campo di battaglie con le "pive". Durante la giornata vi si potevano intravedere schiere di ragazzi, alcuni addirittura in cima ai cornicioni dei muri diroccati, affannati a colpirsi con quei mitici proiettili di carta.

Fu soprattutto per questo che i figli dei militari trasferitisi nell'edificio ristrutturato allacciarono rapide e profonde amicizie con i ragazzi del quartiere; giocare assieme era, ed è, d'altronde, la miglior forma possibile di integrazione.

Vi fu poi un secondo motivo determinante a favorire l'assimilazione in questione.

Erano tempi in cui il gioco del calcio accomunava grandi e piccoli, ricchi e poveri; bastava una palla e i problemi di ognuno si concentravano su di essa. Tra la parte ristrutturata delle caserme e quella diroccata vi era un grande spazio appetitoso, ben presto trasformato in un arrabattato campo da calcio. In verità il fondo del terreno era ghiaioso (meglio dire pietroso), tanto da provocare evidenti e dolorose escoriazioni ad ogni caduta; pur tuttavia, l'ampiezza dello spazio disponibile, dava l'idea e il sogno di poter correre su un vero campo da calcio ed era questo ciò che contava.

Tra "pive" e pallone le caserme "diroccate" divennero pellegrinaggio quotidiano e continuato di ragazzi di ogni parte, provenienti anche dagli altri quartieri della città. In realtà lo stato pericolante dei manufatti ne rendeva pericoloso, in determinate situazioni, quello sfrenato utilizzo; l'occhio vigile e sempre presente del maresciallo Iannone, mitico e simpatico militare ivi residente, interrompeva, però, immediatamente tale pericolosità.

Anche per questo modo particolare di vivere le caserme la nostalgia è ancora grande in coloro che ne sono stati protagonisti.

Per contro vi è una considerazione diametralmente opposta, che convalida maggiormente quella appena fatta.

Quello spazio di gioco è sempre stato terreno esclusivamente maschile; non vi erano ragazze del quartiere che andavano a trascorrere le loro ore di gioco in mezzo a quelle macerie. Ebbene, conseguenza ne è stata che tra le ragazze del quartiere e le figlie dei militari non è mai sbocciata una eguale amicizia.

LA SCUOLA STEFANO BELLESINI – Più complessa, come è comprensibile, la costruzione della scuola elementare. L'amministrazione comunale era intervenuta tempestivamente già nel luglio 1952, individuando in via Stoppani un terreno edificabile, ideale per localizzarvi la scuola. I lavori iniziarono subito, tant'è che il giorno 26 ottobre 1954 si svolse la sua inaugurazione intitolata al beato Stefano Bellesini. Da quel giorno flotte di ragazzi e ragazze varcarono la soglia di quella scuola, che rappresentava con orgoglio, la crescita culturale di tutto il rione.

E non fu solo scuola. Fuori orario, vi si tennero cicli di "cultura sociale" per le famiglie, corsi di taglio e cucito, riunioni di quartiere e, soprattutto, il cinema domenicale per ragazzi e ragazze.

Un nuovo altro crescente legame con i residenti, di cui l'intero rione andava fiero e che concorse alla crescita socio/economica/culturale dell'intera sua popolazione.

IL CINEMA ASTRA – Nel luglio 1951, lungo corso Buonarroti, iniziò la sua avventura il cinema Astra. La famiglia Artuso, navigati cineasti gestori del cinema Roma, aveva acquistato qualche anno prima un terreno, lungo corso Buonarroti, ideale per realizzarvi un locale nuovo. La fortuna aveva poi sorriso loro attraverso un biglietto della lotteria nazionale abbinata alla regata di Venezia: 5 milioni di lire, una cifra considerevole!

Il figlio Ernesto convinse allora il padre Antonio sulla bontà del progetto e così, con il beneplacito della moglie e madre Maria, i lavori presero inizio, tanto che nel settembre del 1952 il cinema Astra accendeva il proiettore e spegneva le luci in sala.

La sensibilità, l'educazione e il buon senso dell'intera famiglia Artuso furono sempre tali da evitare l'insorgere di qualsiasi contrasto, sia con la neonata parrocchia e le autorità, sia con il rimanente tessuto sociale del rione. L'insediamento della famiglia Artuso e, parimenti, della loro attività fu assimilato come il normale riempimento di un vuoto che andava riempito e di cui il progressivo miglioramento del quartiere aveva bisogno.

Anche il cinema Astra è così entrato a far parte del nuovo rione e della sua storia.

L'ALBERGO EVEREST – Negli anni successivi il rione fu dotato dei servizi ancora mancanti. Arrivò per prima la farmacia, sull'angolo tra Piazza Cantore e via Fontana; poi la posta e via via tutti gli altri. I tempi stavano cambiando, l'economia cresceva rapidamente e l'intero quartiere si presentava ormai maturo: tutto era divenuto più funzionale e funzionante, non vi erano ulteriori grandi necessità.

Giuseppe Sembenotti, imprenditore benestante che doveva la sua posizione al proprio lavoro e alla famiglia (i figli Livio, Alcide, Ferruccio, Guido e Anna), aveva sempre partecipato in prima linea allo sviluppo del quartiere, instaurando con don Guido un profondo rapporto, che andava al di là dei confini dell'amicizia e del reciproco rispetto. Tra Cristo Re e la famiglia Sembenotti si formò così uno dei tanti e particolari binomi, che hanno determinato e contraddistinto la storia del nuovo quartiere.

Il figlio Ferruccio aveva aperto una fiorente macelleria all'angolo tra via Morone e corso Alpini, con annesso bar e trattoria. Coinvolto dall'atmosfera di entusiasmo e di rapido miglioramento, che si respirava ovunque nel quartiere, nel 1954 decise, spronato dal padre, di trasformare la trattoria in un punto ricettivo, che chiamò "Albergo Sembenotti". Fu un successo immediato, tanto che, di lì a poco, fu costretto a chiudere l'amata macelleria e lanciarsi, a capo fitto, nella nuova attività; mantenne in essere (saggiamente) il bar e si trasformò in un albergatore, incontrando sul lavoro (e sposandola) la moglie Gina, che lo seguirà per il resto della vita.

L'alluvione del 1966, che non aveva risparmiato Ferruccio e il suo albergo, lo convinse poi a trasformare la drammatica circostanza nel momento giusto per la totale ristrutturazione e per l'ampliamento dell'albergo, che nel 1969 venne ampliato divenendo così un moderno e capiente punto ricettivo, cui fu assegnato il nuovo nome di "Albergo Everest".

Trasformazioni che hanno fatto parte integrante dello sviluppo del quartiere e del suo naturale evolversi e che hanno sempre rappresentato punti di riferimento e di ritrovo costanti per l'intera comunità rionale e per tutta la città.

L'ALLUVIONE DEL 1966 – Nella notte tra il 4 e il 5 novembre 1966 il fiume Adige, in piena, ruppe il suo argine sinistro a Roncafort e si catapultò contro tutto ciò che incontrava lungo l'occasionale percorso. La tragedia non ebbe riguardo per nessuno.

Il rione di Cristo Re contava allora 1977 famiglie, per un totale di 7 mila residenti, delle quali 1894 furono disastrate; 130 imprese, tra artigiane, industriali e commerciali, furono messe in grave difficoltà. L'insostituibile e ineguagliabile Claudio Tonina visitò casa per casa, compilando uno storico registro di ogni singolo danno subito e mettendolo a disposizione delle autorità per la programmazione degli interventi necessari.

In tutto il quartiere la macchina della solidarietà e della condivisione, offuscata dal sopraggiunto benessere generale, si rimise immediatamente in moto, rispolverando il vecchio entusiasmo e coinvolgendo grandi e piccoli, maschi e femmine.

IL DIVERTIMENTO E LO SPORT – Il calcio e il ciclismo erano gli sport più amati da ogni età e soprattutto dai ragazzi, con una differenza fondamentale tra le due attività; il calcio poteva essere uno sport ed anche un gioco, mentre il ciclismo rimaneva solo uno sport. E' ben vero che anche con le biciclette si inventavano le peripezie più strampalate ( se è vera la leggenda secondo la quale Gianni Gadotti ha pedalato sui cornicioni delle caserme e corrispondendo al vero che Nino era capace di tutto con due ruote tra le gambe), ma la bici rimaneva pur sempre costosa, non accessibile a tutti e, pertanto, non altrettanto condivisibile come il pallone.

Il calcio era un gioco quando lo si praticava nei cortili con gli altri ragazzi del quartiere; in quel caso ciò che contava era l'amicizia dei vari contendenti ed era quella che andava difesa dall'attacco di altre amicizie. Le regole del gioco potevano essere diverse da quelle dello stesso sport; non vi erano misure, tempi o arbitri da rispettare e le norme venivano stabilite al momento.

Poi vi era lo sport, ovvero l'attività ufficiale, svolta da squadre tesserate, con regolamenti, tempi, arbitri e dirigenti responsabili ed in quel caso non era più l'amicizia ad essere difesa, bensì l'onore della squadra nei confronti del resto del mondo.

Può sembrare impossibile, eppure la bravura nel gioco poteva non corrispondere ad una eguale bravura nello sport e viceversa. Ne erano esempio i ragazzi residenti nel complesso di edifici popolari tra via Pedrotti e via Oberziner, al cui interno era stato realizzato un mitico campetto polivalente; ebbene sul quel campetto i "padroni di casa" non conoscevano rivalità: neppure il grande Giannino Scotti è mai riuscito a impensierirli.

I genitori e gli istitutori spingevano però i ragazzi verso lo sport del calcio, più educativo e direttamente da loro gestibile, necessitando di organizzazione e attrezzature specifiche.

Ben accetto da tutti e su spinta di don Guido, entrò allora in scena l'indimenticabile Claudio Prada. Coadiuvato dall'amico Mario Facchinelli si caricò sulle spalle il compito di insegnare a tutti i ragazzi del quartiere lo sport del calcio, con le sue regole, le sue tattiche e i suoi segreti, creando e gestendo una squadra ufficiale che entrerà immediatamente nella storia del calcio provinciale e regionale.

Rivolgendosi con l'uso del "lei" nei confronti di tutti, grandi o piccoli, si presentò subito con la serietà che lo ha sempre contraddistinto. La sua frase "zero tiri zero goal, cento tiri un gol" faceva immediatamente capire ad ognuno quale era il compito affidatogli: lottare fino alla fine per provare a far vincere la squadra.

I ragazzi "sentivano" di dover difendere l'onore e l'orgoglio dell'intero rione, riuscendo a mettere in campo questo comune sentimento; così imparavano a vincere e a perdere, anche quando meritavano il risultato opposto, apprendendo, volta per volta, che, in qualsiasi caso, ciò che valeva era l'aver applicato il massimo impegno, lottando insieme ai compagni di squadra per raggiungere un risultato che poteva anche non arrivare.

IL PONTE DI SAN GIORGIO – Anche il ponte di S. Giorgio è entrato a buon diritto nella storia di Cristo Re, di cui ha poi fatto parte costante e integrante.

Costruito nell'inverno '43-'44 dalla ditta SCAC di Mori, sotto la direzione dell'organizzazione paramilitare tedesca TOD, con una tecnica particolare, che prevedeva la realizzazione di cinque arcate in legno, facilmente sostituibili in caso di bombardamento, la struttura ha svolto superbamente la sua funzione finanche alla drammatica alluvione del 1966, dopodiché venne demolito nel 1969 e rifatto nel giro di qualche mese con l'odierna moderna struttura a due sole arcate.

Ma ciò che lo legò al nascente quartiere, entrandone prepotentemente a far parte, è la storia del suo nome, derivata da una "bravata" giovanile di stampo patriottico.

Come detto, il ponte era stato voluto e realizzato dall'apparato militare tedesco, per facilitare l'accesso all'importante viabilità gardesana. Pur costituendo un'indubbia comodità, venne però immediatamente recepito in modo ostile dai residenti del quartiere, non per le sue caratteristiche strutturali, ma in quanto opera di un popolo reputato nemico, pur essendo stato inseparabile alleato durante tutto il periodo bellico.

Per questo venne subito identificato come “el pont dei tedeschi”, in senso ostico e spregevole, mantenendo tale appellativo anche a guerra finita, fintanto che, alla mezzanotte di uno qualunque dei difficili e faticosi giorni del dopoguerra, il giovane Aldo Lunelli e altri due ragazzi del nascente rione di Cristo Re, furtivamente e senza lasciare traccia alcuna, usarono vernice e pennello per scrivere sulla struttura a caratteri cubitali la dicitura "ponte S.Giorgio", rifacendosi al patrono degli esploratori.

Da quel giorno il tanto odiato "pont dei tedeschi" mutò nome per tutti, mantenendolo nel tempo e divenendo ufficialmente il ponte di Cristo Re.

LE ATTIVITÀ DI VOLONTARIATO – Nei primi anni 70 nasce il «centro fraternità anziani» all'insegna dello slogan «con gli anziani e per gli anziani», lo scopo del gruppo è quello di promuovere azioni di carità e servizio con la gioia di donare volontariamente del tempo a chi ne ha bisogno. Assistenti e guide sono stati il parroco don Mario Baldessari (sostituto di don Guido Avi) e il cappellano don Domenico Pincelli che hanno dato come direttiva le parole di madre Teresa di Calcutta, «voi non potete fare grandi cose ma piccole cose con grande amore»

Il gruppo ha continuato ininterrottamente il lavoro che nel 2015 ha superato i 40 anni di attività. Le finalità sono diverse, visite negli ospedali, case di riposo, in casa, nonchè la consegna degli auguri di Pasqua e di Natale oppure «grostolade e castagnade», feste dei nonni, incontri con consulenti sociali, e dottori. Seguendo gli insegnamenti della prima comunità nata nel rione, coloro che allora erano bambini, ora sono diventati nonni e organizzano il centro fraternità anziani di Cristo Re correndo in aiuto a persone sole e ammalate.  

I PROTAGONISTI – Si è soliti affermare che la storia è fatta dai protagonisti. Anche Cristo Re ha avuto la sua storia e, quindi, deve avere avuto i suoi eroi. E però, in questo caso, si potrebbe invece sostenere che è stata la storia a creare i suoi protagonisti e non viceversa. Con lo sguardo di oggi e col pensiero al passato, tutto ciò che è accaduto in Cristo Re, sembrerebbe infatti essere avvenuto proprio e solamente perché accaduto in Cristo Re.

Personaggi romanzeschi, spuntati dal nulla, hanno fatto da riferimento e da appoggio a migliaia e migliaia di altri personaggi. E' facile ricordare la presenza dell'intera famiglia Gadotti, di don Guido e don Cornelio (Branz e Merler), di Prada e Facchinelli, della famiglia Sembenotti e dei Silvestri, dei Lunelli e tanti altri, ma tutti loro, probabilmente, sono stati a loro volta conformati da ogni altra presenza.

Che ne sarebbe stato del nascente rione se non vi avessero fatto parte figure memorabili come quelle di Alice (non vi è abitazione nella quale non abbia lasciato traccia) o del Caset, o del Mario Mazzolenni, o dei Conci, o degli Orsingher e così via fino all'ultimo arrivato di quel fantastico periodo!

Forse ognuno di loro non sarebbe stato egualmente "grande" a quanto in realtà è stato, se non avesse fatto parte in quel preciso periodo di quella ineguagliabile comunità.

Se, pertanto, questa mitica storia deve comunque avere un suo "patriarca", questo titolo deve essere assegnato tranquillamente a Carlo Battisti, dalle cui azioni e previsioni è derivata la nascita di ciò che non c'era e che nessuno poteva immaginare.

A lui e a tutti gli altri un riconoscimento e un ringraziamento per un periodo irripetibile!

Il prossimo articolo sarà dedicato a Don Guido Avi e conterrà una sua esclusiva intervista con il racconto di alcuni aneddoti sorprendenti e «miracoli» mai divulgati. (intervista da non perdere) 

Questa storia viene raccontata per evidenziare l'evento che si terrà i giorni 30 e 31 maggio presso il Campo Coni di Cristo re – (leggi qui l'articolo)

Altri articoli che parlano dell'argomento: 

La vera storia del Rione di Cristo Re (1° parte)

«'40 Quaranta – '70 Settanta»: Va in scena la storia del rione di Cristo Re

Il rione visto dall'alto il mattino dell'alluvione del 1966 
 

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