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Trento

Trento Film Festival. Perdutamente Cerro Torre. Da Cesare Maestri a Casimiro Ferrari

Un secolo di attività da festeggiare e un anniversario da onorare. È il 1974 e la sezione CAI di Lecco è pronta al taglio di un nastro importante. Per questo ha messo in cantiere un progetto di tutto riguardo: una spedizione che porti la bandiera della sezione sulla cima Fitz Roy, in Patagonia

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Un secolo di attività da festeggiare e un anniversario da onorare. È il 1974 e la sezione CAI di Lecco è pronta al taglio di un nastro importante. Per questo ha messo in cantiere un progetto di tutto riguardo: una spedizione che porti la bandiera della sezione sulla cima Fitz Roy, in Patagonia

Ma Casimiro Ferrari, alpinista del gruppo dei Ragni di Lecco, ha altro per la testa, in quel 1974. Ha un altro desiderio, un’altra cima da conquistare. Un sogno che gira e vola libero tra i suoi pensieri ed ha un nome: Cerro Torre. Anzi: l’impossibile Cerro Torre, come lo aveva definito qualche anno prima Carlo Mauri, uno scalatore suo amico e conterraneo.

Impossibile? Ma io sul Cerro Torre ci sono stato! E per dimostrarvelo ci tornerò” aveva risposto a quella dichiarazione Cesare Maestri, preparandosi ad una nuova spedizione in terra argentina e ad una nuova ascesa che verrà ricordata per l’impresa di aver portato in quota l’ormai celebre, e pesantissimo, compressore che ancora oggi campeggia appeso in parete, a memoria di quella immane fatica.

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Quello tra l’alpinista trentino e il Torre sarà sempre un rapporto tormentato. Su di esso continueranno a soffiare i venti delle polemiche dei colleghi e antagonisti che si ostineranno a riconoscere la sua impresa perché priva di documentazione.

E a poco serviranno le parole del Ragno delle Dolomiti e i suoi dolori. In Patagonia, infatti, non ha lasciato solo un onore ferito dal sospetto di parte del mondo dell’alpinismo. Lì Maestri, nel 1959, aveva dovuto dire addio all’amico Toni Egger, deceduto davanti ai suoi occhi vittima di una valanga durante la spedizione che porterà in vetta il trentino, secondo la sua versione e contestazioni a parte.

A far da sfondo, per una parte del documentario prsentato al Trento Film Festival, anche il volto e la voce del giornalista e alpinista lecchese Giorgio Spreafico mentre a sfilare raccontando davanti alla macchina da presa di Paola Nessi in Perdutamente Cerro Torre ci saranno i racconti narrati dalla voce di alcuni protagonisti, i filmati dell’epoca e le foto.

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Imprese che prendono vita e diventano immagini da toccare e rivivere. Come il ritratto tracciato dalle parole dei figli di Casimiro Ferrari, che disegnano un padre “innamorato più della montagna che della famiglia”, di un uomo “egoista e buono nel medesimo tempo”.

È lui che guiderà la spedizione del 1974, arrivando sulla cime del maestoso monolite dopo giorni, anche, di compromessi. Di scelte operate e dolorose come quelle di razionare i vivere e imporre ad alcuni di fare ritorno a valle, per permettere agli altri di compiere l’impresa. Per poter, finalmente, dire “il Torre è nostro!”

Emanuela Macrì

artecultura@lavocedeltrentino.it

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