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Trento

I Trentini dell’Agro Pontino

Se vi capiterà di percorrere una delle tante strade che attraversano l’Agro Pontino, la grande piana coltivata che si estende da sud di Roma fino alla Provincia di Caserta, non potrete non notare numerose vecchie case coloniche accomunate, oltre che dal medesimo stile costruttivo, da una sigla sulla facciata, l’acronimo O.N.C., seguito da un numero.

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Se vi capiterà di percorrere una delle tante strade che attraversano l’Agro Pontino, la grande piana coltivata che si estende da sud di Roma fino alla Provincia di Caserta, non potrete non notare numerose vecchie case coloniche accomunate, oltre che dal medesimo stile costruttivo, da una sigla sulla facciata, l’acronimo O.N.C., seguito da un numero.

Ebbene, se una di quelle case coloniche si trova nei pressi di Pomezia, il grosso centro abitato posto lungo la via Pontina, a una trentina di km da Roma, è probabile che abbia un legame storico … con il Trentino.

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Per comprendere bene il legame che unisce Pomezia al Trentino bisogna fare un lungo passo indietro, alla seconda metà dell’800, prima ancora dell’Unità d’Italia. Con la 2^ e la 3^ Guerra d’Indipendenza, l’Austria perse nel giro di pochi anni prima la Lombardia (1859) e poi il Veneto (1866), cosicchè il Trentino (allora Welschtirol, ovvero Tirolo italiano) divenne terra di confine fra l’Impero Austro-Ungarico ed il neo-nato Regno d’Italia.

Le vallate trentine che fino a quel momento avevano vissuto in prevalenza di fiorenti commerci con le regioni confinanti (le Giudicarie con la Lombardia, la Valsugana ed il Primiero con il Veneto), piombarono improvvisamente nella miseria, a causa dei dazi doganali sulle importazioni e fu così che nacque il massiccio fenomeno migratorio che nel giro di qualche decennio portò migliaia di trentini “ai quattro angoli del Mondo”, dall’Europa alle Americhe.

Fra le varie destinazioni migratorie dei nostri conterranei, va segnalata la Bosnia-Erzegovina, anch’essa all’epoca facente parte dell’Impero Austro-Ungarico, dove il governo austriaco inviò numerose famiglie originarie della Valsugana e della Valle dell’Adige, con il malcelato intento di porre un freno, trapiantandovi degli abitanti di religione cattolica, all’espansione dell’Islam, che si era diffuso in Bosnia all’epoca dell’invasione ottomana dei Balcani.

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Con la fine della 1^ Guerra mondiale, nel 1918, l’Impero Austro-Ungarico si dissolse e i trentini emigrati in Bosnia – partiti anni prima con cittadinanza austriaca – si ritrovarono senza volerlo cittadini del Regno di Jugoslavia.

Una ventina d’anni più tardi, nel 1939, il governo italiano concluse un accordo con quello jugoslavo, in virtù del quale venne concesso ai cittadini bosniaci di origine trentina di optare – entro 6 mesi – per la cittadinanza italiana, vendendo tutti i propri beni immobili posseduti in Jugoslavia e trasferendosi in Italia entro 2 anni dall’opzione.

La scelta non fu univoca. Alcune famiglie, specie nella zona di Stivor, scelsero di rimanere nella loro terra d’adozione (dove a tutt’oggi esiste una nutrita colonia di discendenti), altre – invece – optarono per l’Italia e andarono incontro alla loro seconda emigrazione.

E’ qui che la storia dei trentini si allaccia con quella di Pomezia. Negli anni ‘30, infatti, il governo italiano diede avvio ad un’imponente opera di bonifica agraria che nel giro di una decina d’anni trasformò quelle che fino ad allora erano state le “paludi pontine” (dove ancora si moriva di malaria) in quello che oggi chiamiamo “Agro Pontino”, ovvero una vasta terra coltivata, risanata per mezzo di un complesso sistema di canali e pompe grazie alle quali l’acqua di ristagno viene fatta defluire in mare, superando l’ostacolo delle dune che caratterizzano il litorale a sud di Roma.

Oltre alla bonifica agraria, il governo fondò anche delle nuove città, come Littoria (divenuta Latina dopo la caduta del fascismo), Aprilia, Pomezia, Sabaudia, solo per citare le principali.

La terra coltivabile venne suddivisa in lotti, chiamati poderi, ognuno dei quali venne assegnato a famiglie provenienti da zone povere d’Italia, come ad esempio il Polesine, che fu il principale bacino d’utenza delle neo-nate località pontine, dove ancora oggi si parla un dialetto con forti inflessioni venete.

La gestione dei poderi venne affidata all’Opera Nazionale Combattenti (in sigla O.N.C., ed ecco spiegato l’acronimo presente sulle facciate delle case rurali), un ente nato durante la prima guerra mondiale, con la finalità di fornire assistenza ai reduci di guerra ed alle loro famiglie. Ovviamente avere in famiglia un reduce del primo conflitto mondiale era titolo di merito per ottenere l’assegnazione di un podere.

Nel 1939 Mussolini in persona posò la prima pietra della nuova città di Pomezia e nel 1940, a lavori quasi ultimati, avvennero le prime assegnazioni dei poderi di quella zona. E chi venne scelto per abitare inizialmente la neo-nata città? Le famiglie trentine di ritorno dalla Bosnia, quelle che avevano accettato l’opzione per la cittadinanza italiana.

Così i trentini (o meglio, i loro discendenti, perché nel frattempo erano passati 60 anni) dovettero ripartire da zero in una nuova terra e in una nuova Patria. Partiti qualche decennio prima da austriaci e trasferiti in Bosnia, si ritrovavano ora italiani, a sud di Roma!

Oggi Pomezia conta oltre 60.000 abitanti e i discendenti trentini sono riuniti nel “Circolo Trentino Pontino”, una delle tante associazioni aderenti alla “Trentini nel Mondo”, che raccoglie soci anche nelle vicine Ardea ed Aprilia. Scorrendo la lista degli iscritti (che hanno un gruppo attivo su Facebook), si scoprirà che i cognomi non lasciano davvero dubbi sulla provenienza di quelle famiglie: Cimadom, Piffer, Dallago, Zanotti, Gasperi, Potrich, Bocher, Clazzer, Coser … Insomma, dei laziali “atipici”, dalla lunga e contorta storia famigliare, che orgogliosamente rivendicano le loro lontane origine trentine.

A cura di Nicola Tretter

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