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Italia ed estero

Tra speranze e paure, l’Europa dice addio alle quote latte

 

Da oggi gli allevatori europei potranno produrre quanto latte vorranno. Con il 31 marzo sono infatti scadute le quote latte, da trent'anni nell'immaginario degli italiani per le spettacolari proteste degli allevatori contro le multe europee. Oggi a temere il nuovo regime sono in molti, anche tra coloro che per tre decenni si sono lamentati delle quote e delle multe per chi le sforava.

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Da oggi gli allevatori europei potranno produrre quanto latte vorranno. Con il 31 marzo sono infatti scadute le quote latte, da trent’anni nell’immaginario degli italiani per le spettacolari proteste degli allevatori contro le multe europee. Oggi a temere il nuovo regime sono in molti, anche tra coloro che per tre decenni si sono lamentati delle quote e delle multe per chi le sforava.

La quote latte vennero introdotte dalla Comunità economica europea il 31 marzo 1984. Il loro obiettivo era porre rimedio al problema dei “laghi di latte” e delle “montagne di burro” che invadevano il mercato europeo.

Questa situazione era il risultato di una politica che garantiva ai produttori di latte di mucca europei un prezzo per il latte che producevano di gran lunga superiore a quello dei mercati mondiali. La politica di Bruxelles mirava ad assicurare cibo a un prezzo accessibile ai cittadini europei e un reddito dignitoso ai contadini. Tuttavia, questa strategia aveva un effetto collaterale: incentivava la produzione anche in assenza di domanda.

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L’Unione europea corse allora ai ripari per limitare i costi di questa sovrapproduzione. Fu così che vennero introdotte le quote latte, un sistema che imponeva a ogni contadino di produrre una quantità fissa di latte, oltre la quale sarebbe scattata una multa. Successivamente, venne deciso che la multa avrebbe dovuto essere pagata solo nei casi in cui anche lo stato membro avesse superato la propria quota nazionale.

Fin dalla sua nascita, il sistema delle quote latte fu oggetto di numerose critiche. A non piacere fu soprattutto il modo in cui vennero assegnati i tetti di produzione. Era infatti opinione diffusa che paesi come Irlanda, Olanda e Germania avessero ricevuto quote superiori al loro fabbisogno e che a stati come l’Italia fosse stata assegnata una quota pari a circa la metà dei loro consumi interni.

Le organizzazioni agricole italiane fecero subito presente questa situazione all’allora ministro dell’Agricoltura, Filippo Maria Pandolfi. A loro avviso, con quelle quote ci sarebbe stato un problema di sovrapproduzione in Italia. Si prospettavano multe salate della Ue. Ma Pandolfi rassicurò gli allevatori italiani, facendo loro credere che le multe non sarebbero mai state pagate. Da allora, il sistema delle quote latte provocò non poche grane ai successori di Pandolfi. Nel frattempo, fioccavano le condanne della Corte di Giustizia dell’Ue in seguito alle ripetute infrazioni da parte degli allevatori italiani.

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Nel 2003, all’interno del quadro della riforma della politica agricola comune, venne deciso che il regime delle quote sarebbe stato interrotto a partire dal primo aprile 2015. Il grande giorno è arrivato e le reazioni all’attesa liberalizzazione del mercato del latte europeo variano da paese a paese. Da un lato, i paesi del Nord Europa, con la Germania in testa, vedono la possibilità di un aumento della produzione come un’occasione per conquistare nuovi mercati. Dall’altro, i paesi del Sud temono di perdere i sussidi e subire un tracollo a causa della caduta dei prezzi.

Con la fine delle quote, la grande paura dei produttori è infatti la volatilità dei prezzi. A tal riguardo, sono in molti a temere che l’aumento della produzione di latte ne provochi un crollo del prezzo, determinando la chiusura delle stalle meno competitive. A Bruxelles si moltiplicano gli inviti alla calma: la Commissione europea afferma che ci saranno al massimo contenute oscillazioni nei primi mesi dopo la liberalizzazione, ma che già nel medio periodo i prezzi torneranno a essere stabili.

Inoltre, dovrebbe restare in piedi una rete di emergenza, per aiutare le aree geografiche che non reggeranno la nuova competizione. Si tratterebbe di interventi che ricalcherebbero quelli con cui l’Europa negli ultimi mesi ha aiutato allevatori baltici e finlandesi, privati del mercato russo a causa delle sanzioni. Anche i singoli governi nazionali potranno aiutare le zone più vulnerabili, come quelle di montagna, con fondi speciali e attraverso il programma di sviluppo rurale.

Nonostante i timori, Bruxelles ostenta ottimismo, in quanto ritiene che il consumo del mercato globale stia crescendo e che la fine delle quote permetterà ai produttori europei di liberarsi di una camicia di forza che impediva loro di rispondere a una domanda mondiale in costante aumento. Per le stalle europee è quindi giunto il momento di sfruttare appieno le opportunità offerte dai mercati al di fuori del Vecchio continente.

Buona fortuna, a loro e alle loro bovine.

 

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