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Arte e Cultura

“Isola” via Pilati 6. Cinquanta scatti in b/n di Nicola Eccher. Squarci di vita che si fa scrutare. Tra narrazione, riflessione ed equilibri formali

Via Pilati 6. Un indirizzo che non è semplicemente una via ma il luogo di pena del capoluogo trentino. Luogo di espiazione, luogo di dolore, luogo nel cuore di Trento ma nel contempo estromesso dalla città. 

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Via Pilati 6. Un indirizzo che non è semplicemente una via ma il luogo di pena del capoluogo trentino. Luogo di espiazione, luogo di dolore, luogo nel cuore di Trento ma nel contempo estromesso dalla città. 

Sì, una sorta di isola sulla quale, negli anni, tante vite vi hanno approdato, per periodi più o meno lunghi, transitando oltre quel confine delimitato da possenti muraglie nell'attesa dell'agognata libertà.

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Via Pilati 6 rivive oggi grazie agli scatti di Nicola Eccher che, con lucida emotività, ci ha restituito, quasi come in una sineddoche, frammenti, dettagli, parti di quel “tutto” che ha significato, soprattutto a livello esistenziale, il carcere di Trento. Cinquanta scatti in bianco e nero esposti a Trento in una sede espositiva decisamente suggestiva in quanto le opere si trovano attualmente (si ricorda che la mostra sarà visitabile fino al 2 giugno) presso Le Gallerie nel quartiere di Piedicastello. Si tratta di due tunnel stradali in disuso ora dedicati alla storia del Trentino.

Percorrere le cinquanta fotografie di Nicola nella Galleria bianca è anch'essa un'esperienza singolare, ove l'umidità e il freddo tipico del luogo scavato nella montagna, si mescolano al senso di grandiosità e di claustrofobia. Un senso dunque, se vogliamo, di costrizione che ben si amalgama alla tematica della mostra, a quell'universo carcerario che si fa impronta e testimonianza di sofferti vissuti psicologici, di solitudini taciute o urlate, di fame d'aria e di libertà.

Cinquanta scatti di via Pilati che l'occhio/obiettivo del fotografo ha percorso con analisi e discrezione restituendo indelebili tracce di memoria non solo individuale ma anche collettiva e storica.

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Lo sguardo di Nicola è molto spesso uno sguardo sensibilmente ravvicinato sulle cose, è uno sguardo che in punta di piedi accarezza la desolazione di quei luoghi e con partecipazione emotiva ne seleziona delle parti le quali, anche in virtù del loro isolamento, acquisiscono una notevole carica emozionale. L'obiettivo si sostituisce così al nostro occhio e diventa il pass per entrare in un luogo segregato, normalmente inaccessibile, quale l'istituzione carceraria.

Le fotografie si succedono le une alle altre come fotogrammi di un vissuto che ha per protagonista, non gli uomini che hanno occupato il carcere, ma gli ambienti che di loro ne testimoniano la pregnante presenza, gli oggetti, quegli oggetti dimessi e quotidiani, ritagli di realtà più o meno ampi catturati dalle zoomate del fotografo.

Nicola si è addentrato silente in questi spazi ora disabitati, spogliati di tutti quei rumori che quotidianamente li animavano. E' vero, i detenuti, dopo il loro trasferimento nel nuovo carcere trentino, non sono più fisicamente lì, fra quelle mura e oltre quelle finestre sbarrate. Ma molto è rimasto di loro e del loro vissuto. Moltissimo.

Al vuoto dei corpi si sostituisce un pieno gravido ancora di tracce lasciate da quella quotidianità segnata da ritmi che a fatica forse comprendiamo in quanto, al varcare di quella soglia, di quelle severe muraglie, tutto cambia.

Non solo le finestre sono sbarrate, ma la stessa vita è sbarrata, rinchiusa in spazi che la pena forzatamente obbligava loro ad accettare.

Tuttavia, quegli spazi sono stati abitati da individualità che, per far fronte a quella nuova condizione, hanno cercato, nel limite del possibile, di riappropriarsi di un senso di vita più pieno, costruendosi una quotidianità fatta sì, di piccole cose, ma in grado di rendere la loro esistenza maggiormente ricca di significazione.

Ecco dunque che quelle celle, fatte di arredi disadorni, di ritagli di giornali alle pareti, di scritte sui muri e di improvvisati altarini costruiti con le scatole della pasta, diventano un estremo, e umanissimo, tentativo di rivalsa nei confronti di quell'innaturale denudamento della propria soggettività frustrata all'interno di una casa qual'è quella circondariale.

E' una porta sbarrata da una pesante cancellata la prima immagine fotografica nella quale mi imbatto. Un'immagine che dialoga, sul lato opposto, con ciò che a prima vista potrebbe sembrare una sorta di geroglifico ma che avvicinandosi, svela come quei segni tracciati sul muro, sul quale spicca anche il dettaglio di un interruttore, siano la trascrizione del conteggio del tempo da parte dei detenuti. Conto alla rovescia è il titolo. Non una successione di fotografie “anonime” bensì immagini alle quali il fotografo ha voluto dare un nome, come una sottolineatura di esistenza o presenza delle cose che hanno carpito la sua attenzione.

Celle più piccole si alternano a celle più grandi che si differenziano sì, ma non per quel senso di soffocante angustia che le caratterizza tutte indistintamente. Sono spazi estremamente minimi questi, riempiti di quelle cose minimali capaci, come dicevo prima, di strappar via quel vuoto che ogni giorno, in quella ripetitività seriale di micro accadimenti, tenta di assediare psicologicamente le persone costrette a questo internamento.

Ecco Preghiera: il già citato altarino fatto con la scatola degli spaghetti di una nota ditta, presente anche sulle nostre tavole ogni giorno, diviene tale in quanto da esso pende un rosario. Rimane sospeso nel vuoto, come sospesa è la vita qui dentro e con essa la dimensione del tempo che sembra scorrere più lento se non immobile.

Sono celle solcate di vita. Da una parte la vita reale, quella delle ristrettezze della quotidianità, di aria viziata, di fili sospesi sui quali appendere indumenti bagnati e dall'altra la vita fatta di vagheggiamenti ed evasioni nel sogno, di fogli di giornale attaccati ai muri, di icone femminili della moda presenti in rotocalchi sfogliati probabilmente tramite passamano dai detenuti.

C'è essenzialità negli scatti di Nicola e superbi giochi chiaroscurali che si spalmano in morbide velature di luci e ombre su questi luoghi disadorni. Anfratti di mondi a parte che, grazie alla sua sensibilità emotiva, ora possiamo scrutare in quasi religioso silenzio. Ricordiamo per un attimo anche il luogo espositivo. Il bianco quasi abbacinante della Galleria bianca sembra quasi dialogare con questa dimensione per il suo essere al limite dell'essenziale.

Dunque proseguiamo questa galleria nella galleria. Pasto è lo sguardo ravvicinato su tre ciotole, su avanzi di cibo e su un asciugamano sporco di vita. Vi è sempre sapiente maestria compositiva nelle opere di Nicola Eccher. Sono composizioni rette da equilibri perfetti, mentre un delicato bianco e nero sfumato ammorbidisce, in parte, lo sguardo su queste realtà toccate dal suo fluido artistico.

Cella, una fra altre omonime immagini in esposizione, si sofferma sul soffitto a volta che appare come una sorta di “cielo stellato” fatto di costellazioni di ritagli di giornale con volti di bellissime modelle, volti di politici e frammenti di pagine dalle quali è stata estratta, più volte, la parola “amore”.

Solitudine, disperazioni, sogni e amore. Nessun sentimento dunque fa eccezione se questo può allentare un po' quelle catene invisibili di chi, per il momento, non è libero.

Un cappello nero, unico indizio del comando, è il protagonista di Ufficio del comandante. Giace silenzioso e inoffensivo sul davanzale di un'imponente finestra provvista di massicce grate che, schermando parzialmente i raggi di sole, creano giochi di luce elegantemente raccolti dall'obiettivo fotografico.

Ma proseguiamo. “Amate i vostri nemici” recita una scritta su un modesto foglio bianco incollato alla parete al quale un altro foglio, altrettanto semplice, aggiunge “Ogni albero si riconosce dal suo frutto”. Il titolo che Nicola ha scelto per quest'opera è Cappella.

Sono dettagli, frammenti di realtà che, tramite il filtro artistico, si espandono e si fanno narrazione.

Lo sguardo ravvicinato, spesso scelto dal fotografo, in virtù di quella selezione che va' ad escludere ogni altra cosa, ha il potere di trasmettere un messaggio, o una pluralità di messaggi, che giungono silenziosi allo spettatore, chiamato a compartecipare alla lettura di queste opere. Sono immagini quindi che, parlandoci con il loro linguaggio minimale ma potente, raccontano non solo storie che hanno segnato singole individualità ma, e forse grazie anche a quella condensazione giunta tramite il dettaglio, si dilatano per farsi significato universale.

Il dettaglio dunque viene investito di una missione più grande e più vasta per divenire simbolo. Solitudine, sofferenza, isolamento, rassegnazione, speranza, amore, disperazione, alienazione (e l'elenco si potrebbe allungare) sono vissuti che non orbitano attorno soltanto all'universo carcerario ma a quello dell'essere umano, alla sua esistenza in senso profondamente ed estensivamente universale.

Ma andiamo avanti ad osservare questa rassegna di fotogrammi evocativi. Reparto detentivo è un'opera che ci presenta, in una ricercata ritmicità modulare, dei cancelli in prospettiva. Geometrie, fatte di sbarre severe, dominano il nostro sguardo costretto ad inseguire l'anonimia di moduli che per assonanza giungono a parlarci di quella spoliazione della soggettività operata in luoghi quali appunto i luoghi di pena.

A riempire le celle vi scorgiamo flaconi di medicine, detersivi, stoviglie, libri in spazi occupati da arredi consunti. Uno spioncino aperto inoltra il nostro sguardo in quella che un tempo fu la sede della Biblioteca, spazio fisico e mentale, luogo per una metaforica dislocazione dal senso quotidiano di oppressione. In Il cellulare ciò che abbiamo innanzi è uno spazio estremamente spoglio, occupato da arredi minimali quali un semplice tavolino e uno sgabello disposti quasi religiosamente in una sorta di dimensione azzerata.

E ovunque, percorrendo quei corridoi e quelle celle dai muri scrostati dal tempo, oltrepassando quelle sbarre ed entrando in quegli ingressi con poche uscite, regna un silenzio impenetrabile. Mentre l'uso della prospettiva diventa profondità che inghiotte. Nelle equilibrate inquadrature di Nicola, ogni cosa viene quindi investita non soltanto di un'aura simbolica ma anche, da un punto di vista estetico, di un'aura nobilitante tramite sapienti composizioni governate da chiaroscuri intensamente emotivi.

Così vi scorgiamo una perfezione in quell'ovale nerissimo che troneggia severo al centro della composizione. Wc diventa l'ovale in cui gettare anche ogni sofferenza e truce pensiero. Mentre Ora d'aria, con la ripresa delle severe architetture che circoscrivono il piazzale adibito appunto all'intervallo, a quell'ora di respiro e di sole, è ancora un'altra manifestazione di sapienza compositiva che sfiora qui una misura classica da sezione aurea. Un piazzale chiuso da mura altissime, scavate da quelle finestre sbarrate oltre le quali pare di sentir udire il brulichio incessante di pensieri, sogni, speranze, illusioni e disillusioni di chi ha occupato quelle celle per giorni o per anni. Ognuno con la propria storia, ognuna diversa.

E poi ancora dettagli. Si osservi adesso Tracce. Per Nicola, e per noi ora, quella coperta consunta e quella scarpa da ginnastica spaiata diventano sensibili testimonianze di vita. Tracce appunto, resti. E ancora. Riprese di sotterranei, luoghi umidi e poco raggiunti dalla luce, tubature. Ai grigi morbidi e silenziosi, si alternano anche immagini caratterizzate da intensi contrasti chiaroscurali, da bianchi che talvolta abbagliano nell'oscurità e da neri densi come la pece. Nelle sue fotografie, luci e ombre sembrano scivolare e spalmarsi sulle pareti e su ogni dove, tracciate da un immaginario e sensibilissimo pennello.

Un superbo dettaglio, uno zoom che invoca persino sensazioni tattili è il bellissimo scatto Porta Carraia. Protagonista è un mazzo di chiavi che, nella sua muta autonomia, gravita nello spazio con tutto il proprio peso addolcito da vellutati chiaroscuri che si stendono su ognuna di queste cinque chiavi.

La tentazione è quella di avvicinare la propria mano per raccogliere quel mazzo che finora abbiamo forse idealmente tenuto in mano e che, tra corridoi e inferriate, ha aperto ogni uscio, ogni porta e ha dato accesso al nostro sguardo e alla nostra riflessione.

Il nostro percorso termina con Isola. Ecco che ancora l'occhio di Nicola, posandosi sulla realtà, ne ha ricavato un altro simbolo. Questo umilissimo muro corroso dal tempo diventa forse l'isola che non c'è.

Certo è l'isola via Pilati, ma non solo. E' quella sulla quale loro si trovano ma è anche, e vorrei dire soprattutto, l'isola della possibilità o semplicemente quella che di notte loro sognano. E' l'isola, la loro isola.

 

 

Sabrina Tabarelli
tabarelli.sabrina@libero.it

 

Info mostra:

Titolo: Via Antonio Pilati 6. Il carcere di Trento in 50 scatti di Nicola Eccher

Dove: Fondazione Museo storico del Trentino. Le Gallerie di Piedicastello, Trento. Le Gallerie si trovano nel quartiere di Piedicastello, sotto il Doss Trento. Sono raggiungibili a piedi in pochi minuti dal centro storico, dalla stazione ferroviaria e dal Muse

Quando: dal 18 febbraio 2015 al 2 giugno 2015

Orari e giorni di apertura: da martedì a domenica ore 9.00-18.00. Lunedì chiuso (ad eccezione dei lunedì festivi)

Ingresso libero

 

Fonti da cui sono state tratte le immagini:

https://www.cultura.trentino.it 
http://www.spaziobiennale.eu

 

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