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Trento

Progetto FARe: Esperienze a confronto per una qualità migliore della vita nel disagio mentale.

Qualche mese fa avevamo informato i lettori sulla partenza del progetto FARe (Formarsi Assieme Responsabilmente) un programma formativo/informativo sulla salute mentale coordinato dalla dottoressa Roberta Pederzolli del Servizio di Salute Mentale di Trento dell’APSS (Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari) in collaborazione con le associazioni trentine AMA (Auto Mutuo Aiuto) e La Panchina.

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Qualche mese fa avevamo informato i lettori sulla partenza del progetto FARe (Formarsi Assieme Responsabilmente) un programma formativo/informativo sulla salute mentale coordinato dalla dottoressa Roberta Pederzolli del Servizio di Salute Mentale di Trento dell’APSS (Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari) in collaborazione con le associazioni trentine AMA (Auto Mutuo Aiuto) e La Panchina.

Nei trascorsi quindici anni di attività il Servizio di Salute Mentale di Trento ha elaborato alcune strategie di base, confluite nella buona pratica chiamata il “fareassieme”.

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Le strategie del “fareassieme” prevedono la condivisione del sapere professionale degli operatori e delle esperienze di utenti e familiari, lo sviluppo della consapevolezza negli utenti delle proprie fragilità e il diretto coinvolgimento degli stessi ad una partecipazione attiva al proprio percorso di cura e riabilitazione.

Tali prassi sono state declinate nel progetto FARe, unitamente alla convinzione che il cambiamento è sempre possibile e che la collaborazione e la fiducia tra utenti, familiari, operatori e volontari (in breve quella che si definisce capacità di fare rete) porta necessariamente al miglioramento della qualità della vita dell’utente, arricchendo al contempo di esperienza e valori sociali chi gli sta vicino.

Il progetto FARe attraverso una serie di incontri a tema, ci racconta le attività del centro diurno e le strategie del “fareassieme”, come ad esempio i gruppi di lavoro misti (utenti, operatori, familiari, volontari, cittadini) che da un lato offrono opportunità ed attività concrete agli utenti del servizio (gruppi di filosofia, di respiro, di teatro, di sport ed anche la redazione della rivista mensile Liberalamente) che si sentono di nuovo attivi, utili ed al centro dell’attenzione; mentre dall’altro provvedono alle iniziative formative ed informative per la sensibilizzazione dei cittadini e dell’intera comunità, che si vuol sempre più coinvolgere nei percorsi di inclusione sociale degli utenti.

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Ci è sembrato doveroso approfondire l’argomento partecipando ad uno degli incontri previsti, per raccogliere dal vivo le testimonianze e le esperienze di vita degli utenti, dei loro familiari, dei medici e degli operatori che quotidianamente affrontano le problematiche legate alla salute mentale.

Anzitutto per affrontare il tema è necessario, da utente come da cittadino, liberare la propria mente da qualunque pregiudizio verso i disturbi psichici, essendo l’area del disagio mentale molto vasta: dall’ansia agli attacchi di panico, dalla depressione alle psicosi, dal disturbo bipolare al disturbo della personalità.

Non è improbabile infatti, essere affetti in forma più o meno grave da uno di questi disturbi e non esserne consapevoli, perché il più delle volte sono proprio i pregiudizi ad impedirci di vedere la realtà dei fatti, di accettarla e di chiedere aiuto, al momento opportuno, per vivere al meglio la vita anche in presenza del disagio mentale.

Calarsi in uno di questi incontri è un’esperienza intensa piena di pathos, che tocca l’anima.

Nella sala affollata a mano a mano che gli utenti mettono a nudo le loro fragilità e le loro esperienze, si respira un’aria positiva, di accettazione del problema dell’altro, si sviluppa empatia, un senso di vicinanza affettiva, condivisione e solidarietà tra utenti, operatori del servizio e volontari che apre le porte alla speranza e ad un domani possibile nella comunità sociale.

Esternando le proprie esperienze personali, gli utenti ci prendono per mano e ci raccontano senza riserve il loro percorso di recupero, dal buio angosciante delle proprie ansie e paure alla luce della consapevolezza dei propri problemi, che con l’aiuto di operatori e volontari sono riusciti a risolvere.

Sì, perché il segreto del successo del FARe è nella presa di coscienza e nella condivisione dei propri problemi con persone che si dimostrano amiche, accoglienti, gentili, in grado di trasmettere “calore umano”.

Sono proprio gli incontri con queste persone, con le quali puoi parlare senza remore e senza timore di essere giudicato, che ti aiutano a trovare la forza in te stesso, la determinazione per andare avanti e dare una risposta consapevole e mirata ai tuoi disturbi.

Questi i racconti degli utenti che arrivano al Centro di Salute Mentale di Trento e vengono accolti dagli UFE (Utenti Familiari Esperti), persone che prima di loro hanno vissuto sulla propria pelle l’esperienza del disagio mentale e sono riusciti a risalire la china, ed ora aiutano gli altri nel loro percorso di recupero.

Gli utenti ci dicono, inoltre, che al centro diurno come a casa propria non sono mai lasciati da soli, non soffrono mai quel senso di abbandono, perché hanno sempre a loro disposizione un operatore, o meglio un amico, che ha la capacità di accoglierli, accettarli, rispettarli, capire le loro difficoltà, talvolta finanche coccolarli, qualcuno insomma, che riesce a comunicare con loro e a stabilire un rapporto di fiducia autentico.

Il “fareassieme” incentrato sulle esigenze del singolo converge sempre più sul concetto di Recovery, che avendo alla base le buone pratiche fin qui illustrate diventa un processo di “guarigione personale”, da non confondere con quello di “guarigione clinica”.

Il Recovery, grazie al coinvolgimento diretto dell’utente nel proprio percorso riabilitativo, alla sua partecipazione ad attività stimolanti ed alla creazione di relazioni significative per il proprio ego consente, a quest’ultimo, di recuperare soddisfazione e maggior qualità nella propria vita all’interno della società civile, pur con le limitazioni dovute alla malattia, riducendo così i ricoveri in reparto, il ricorso alla residenzialità e, non ultimo, consentendo anche un risparmio ai servizi socio-sanitari.

FARe, un progetto per provare a ridurre i pregiudizi sul disagio mentale assieme.

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