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Italia ed estero

Gli eroi non muoiono: l’eredità di Boris Nemtsov

 

L'hanno colpito alle spalle. Nella notte tra venerdì 27 e sabato 28 febbraio Boris Nemtsov, deciso e coerente oppositore del presidente russo Vladimir Putin, è stato freddato da dei sicari con quattro colpi di pistola alla schiena. Stava passeggiando con un'amica nel centro di Mosca, non lontano dal Cremlino.

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L’hanno colpito alle spalle. Nella notte tra venerdì 27 e sabato 28 febbraio Boris Nemtsov, deciso e coerente oppositore del presidente russo Vladimir Putin, è stato freddato da dei sicari con quattro colpi di pistola alla schiena. Stava passeggiando con un’amica nel centro di Mosca, non lontano dal Cremlino.

Negli anni Novanta, Nemtsov era stato una promessa della politica russa. Fisico di formazione, divenne vice-primo ministro nel 1997 e per un po’ si parlò di lui come del possibile delfino dell’allora presidente Boris Yeltsin.

La terribile crisi economica del 1998 mandò in frantumi le sue ambizioni: fu costretto a ritirarsi come la maggior parte degli esponenti della classe politica che aveva guidato il Paese negli anni precedenti. Fu così che per Vladimir Putin, ex-agente del Kgb, si spalancò un’autostrada che portava dritta alla presidenza.

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Fuori dal governo e dal Parlamento, Nemtsov continuò a fare politica da attivista. Obiettivo dichiarato: salvare la Russia dall’ingordigia del nuovo presidente e del suo clan. Quella di Nemtsov verso Putin era un’avversione totale. “Dobbiamo liberare la Russia da Putin. Perché, se non lo faremo, saremo un paese emarginato, saremo poveri e avremo una crisi che durerà per annidichiarò recentemente il popolare attivista in un intervista a Radio Free Europe/Radio Liberty – Putin ha condotto questo paese in un vicolo cieco ed è responsabile al 100% di ciò che succede”.

Diversamente dai suoi assassini, Nemtsov non colpì mai l’avversario alle spalle. La sua lingua era una frusta che non temeva ritorsioni. Le sue armi: un cartello con cui tentava di seminare il disordine manifestando nelle piazze, conscio che questo gli sarebbe valso probabilmente l’ennesimo soggiorno alle carceri di Mosca.

Era un oppositore “moderato”: alla rivoluzione armata preferiva la forza delle argomentazioni. Scriveva editoriali e commenti per le principali testate di tutto il mondo, pubblicava rapporti in cui portava alla luce i casi di frode e corruzione che vedevano coinvolti Putin e i membri della sua cerchia. Ad esempio, nel 2014, accusò gli organizzatori delle Olimpiadi invernali di Sochi di aver rubato tra i 30 e i 50 miliardi dai fondi stanziati per l’evento.

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Nemtsov sapeva di rischiare la vita ma rifiutò sempre di fuggire all’estero. “Perché dovrei andarmene? Io amo la Russia. Lasciamo che siano loro, ladri e criminali, ad andarsene”, disse una volta alla giornalista Anna Nemtsova.

Nemtsov condannò senza mezzi termini la guerra di aggressione di Putin all’Ucraina. Sosteneva che “se i russi sapessero che Putin sta combattendo in Ucraina, lo odierebbero già da tempo”. Aveva organizzato una grande marcia, che si sarebbe dovuta tenere proprio ieri a Mosca, per protestare contro la guerra che ha portato il Cremlino ad annettere la Crimea e a supportare i separatisti delle regioni orientali nel confronto con Kiev. Ma ciò che spaventava maggiormente il governo russo era il dossier che Nemtsov stava per pubblicare, che prometteva di rivelare prove sull’aggressione della Russia in Ucraina.

In seguito a questa presa di posizione, il popolare attivista divenne vittima della propaganda del regime: fino a pochi giorni fa, la sua foto compariva insieme a quella di altri oppositori politici su un poster affisso in una libreria di Mosca. Una specie di “Wanted” in salsa russa. Inoltre, sono diversi i programmi televisivi che hanno fatto il suo nome e quello di altri oppositori politici insultandoli e chiamandoli traditori.

Ieri decine di migliaia di persone hanno manifestato in piazza a Mosca per ricordarlo. Il dito è puntato contro il governo, accusato di essere responsabile direttamente o indirettamente, attraverso la sua campagna dell’odio, della sua esecuzione. Hanno gridato “Je suis Nemtsov” e “Io non ho paura”, sfilando con un lungo striscione nero con la scritta: “gli eroi non muoiono”.

È vero, gli eroi non muoiono. Le loro idee sopravvivono a qualunque intimidazione.

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