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Italia ed estero

A caccia del macellaio: quando i servizi di sicurezza britannici catturarono Jihadi John

 

Il boia dell'Isis, “Jihadi John”, terrorista tra i più ricercati al mondo, fu arrestato nel 2009 dal MI5, l'agenzia per la sicurezza e il controspionaggio del Regno Unito. Tornato in libertà, il giovane riuscì a far perdere le sue tracce e a raggiungere la Siria.

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Il boia dell’Isis, “Jihadi John”, terrorista tra i più ricercati al mondo, fu arrestato nel 2009 dal MI5, l’agenzia per la sicurezza e il controspionaggio del Regno Unito. Tornato in libertà, il giovane riuscì a far perdere le sue tracce e a raggiungere la Siria.

Ora i servizi di sicurezza britannici sono al centro di una bufera, accusati di essersi lasciati scappare il macellaio dello stato islamico.

Ieri il Washington Post ha svelato al mondo l’identità di colui che era stato fino ad ora chiamato con l’appellativo di “Jihadi John”. A detta del quotidiano americano, il responsabile delle brutali esecuzioni degli ostaggi occidentali si chiamerebbe Mohammed Emwazi e sarebbe nato in Kuwait e cresciuto nei quartieri occidentali di Londra. Avrebbe ventisei anni e una laurea da programmatore di computer. Questi sono i risultati di un’inchiesta che ha coinvolto amici e conoscenti britannici del jihadista, nonché persone al corrente delle indagini.

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Il giovane è stato a lungo sotto osservazione dei servizi di sicurezza britannici. Conseguita la laurea presso l’Università di Westminster, Mohammed decise di partire nel maggio 2009 per un viaggio con altri due amici, un tedesco convertito all’Islam di nome Omar e un altro britannico di nome Abu Talib. La Tanzania era la destinazione del viaggio. I ragazzi raccontarono in seguito che erano partiti con l’idea di andare a fare un safari.

Messo piede in Tanzania, i tre vennero subito fermati dalla polizia locale che, temendo che volessero unirsi alla guerriglia jihadista somala, li rimandò in Europa e, più precisamente, ad Amsterdam. I tre musulmani raccontano di esser stati detenuti per giorni in “condizioni disumane” nel paese africano, su ordine del MI5 britannico.

Arrivato in Olanda, Mohammed venne interrogato dagli uomini del controspionaggio britannico, che lo accusarono di avere legami con la formazione islamista degli Al Shabaab, in Somalia. Il giovane raccontò di essere stato minacciato dagli agenti britannici, che gli dissero, tra le altre cose, che era sulla lista degli osservati speciali per i suoi legami con il terrorismo e che, perciò, non avrebbe potuto viaggiare in nessun paese musulmano. Per di più, Mohammed accusò un agente di aver tentato di strangolarlo. La vicenda mise il MI5 in una situazione scomoda, tanto che lo scandalo venne ripreso anche dal quotidiano inglese The Independent.

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Mohammed tornò in libertà, ma ormai era un sorvegliato speciale. Nel giugno del 2010, venne nuovamente fermato. Questa volta, gli vennero prese le impronte digitali e la polizia controllò tra i suoi averi. Il giorno successivo tentò di fuggire in Kuwait, ma fu bloccato dalle autorità. Nel 2012 il ragazzo riuscì però ad eludere la sorveglianza dei servizi di sicurezza: abbandonò il paese e raggiunse la Siria.

Asim Qureshi, direttore del gruppo britannico per i diritti umani CAGE che conobbe Mohammed dopo la vicenda della Tanzania, intervistato dai media britannici ricorda il giovane come “una persona estremamente gentile e amabile, la persona più umile che abbia mai conosciuto”. Nell’articolo pubblicato dal Washington Post, Qureshi sembra quasi sostenere che siano stati i servizi di sicurezza britannici, con i loro metodi disumani, a spingere Mohammed al radicalismo.

Le dichiarazioni di Qureshi sono intrise di semplicismo e di mala fede, tanto più se si tiene conto che in passato il direttore di CAGE fu filmato mentre inneggiava al jihad fuori dall’ambasciata statunitense.

Tuttavia, la versione di Qureshi è attualmente l’unica disponibile. I servizi di sicurezza britannici hanno scelto, per ora, di non commentare. La loro situazione è particolarmente difficile. Sospettati di sorvegliare il jihadista Mohammed, rischiarono un’accusa per molestie. Ora che è chiaro che non sono riusciti a tenerlo sotto controllo, vengono accusati di averlo lasciato scappare.

Una spiegazione comprensibile sarebbe che i servizi segreti dovevano seguire delle priorità e che, quando sorvegliare una persona 24 ore su 24 può arrivare a impegnare dai 30 ai 50 uomini, è necessario decidere chi sono coloro che richiedono questo tipo di sorveglianza. Questa è una spiegazione comprensibile, ma non sufficientemente persuasiva. Infatti, il pubblico britannico vede solo un terrorista che è riuscito a fuggire dal paese e che ora giustizia i suoi concittadini nel deserto della Siria.

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