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Trento

Giovani: Emigrazione e precarietà 2.0

La videochiamata su Skype è disturbata e la voce metallica del mio interlocutore pare giungere da un altro mondo. Barba folta ed occhi vispi, Massimiliano ha 29 anni, una laurea in Biotecnologie Industriali e un contratto a progetto con un’azienda per la quale vende biglietti nell’aeroporto di Brema.

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La videochiamata su Skype è disturbata e la voce metallica del mio interlocutore pare giungere da un altro mondo. Barba folta ed occhi vispi, Massimiliano ha 29 anni, una laurea in Biotecnologie Industriali e un contratto a progetto con un’azienda per la quale vende biglietti nell’aeroporto di Brema.

Il lavoro è modesto,” ammette con una smorfia di disappunto, “è una vita di sacrifici e coabito con una sessantottenne. Ma sto imparando molto, cavarsela da soli non è facile”.

Cerco di indagare le motivazioni che lo hanno spinto a lasciare l’opulenta Val di Non e già pregusto parole come libertà e rivalsa. Dal suo sguardo, invece, trapela una cortina di malinconia: “La situazione era diventata insostenibile psicologicamente: la mancanza di prospettive e le tante porte sbattute in faccia mi hanno indotto a cambiare aria”.

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Quando lo esorto a immaginarsi come sarà tra dieci anni, mi risponde arguto: “Pelato!” Ride spensierato, per un attimo dimentico della distanza, poi torna serio: “In Germania si percepisce meno l’opprimente sentore di disfattismo che aleggia in Italia. Per ora affronto questo allontanamento come una sfida, ma spero che le cose cambino presto. Voglio ritornare e dare il mio contributo”.

La voce di Monica è squillante e ravviva l’intera piazza. La incontro vicino al Duomo di Trento mentre reca un paio di borse colorate. “Qualche pensierino di Natale, ma il budget è ristretto” precisa, lievemente contrariata.

Le chiedo cosa faccia nella vita e mi racconta di avere un contratto da Colf-Badante. La punzecchio: “Soddisfatta?” La replica non tarda ad arrivare: “Mi sforzo ma alle volte è degradante. Non è facile sapere di aver investito così tanti anni nello studio e di non riuscire a trovare un lavoro adeguato”.

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Solo a questo punto scopro che la ragazza ha 30 anni, una laurea triennale in Psicologia, un master e, non ultima, una relazione sentimentale che dura da 6 anni. “Lui ha 35 anni, lavora ed ha un contratto a tempo indeterminato. Ma non conviviamo: mi pesa il fatto di non avere un reddito sicuro, dovrei dipendere da lui ed avrei pochissima autonomia”.

Monica non ha però l’espressione di una che si lascia abbattere tanto facilmente: “L’ozio è pericoloso, porta ad accumulare ansia e insofferenza verso chi ti circonda. Quando non lavoro eseguo manufatti ed orpelli che espongo ai mercatini e su una pagina Facebook. Inoltre volontariamente facilito un gruppo di auto/mutuo aiuto. Ho bisogno di tenermi attiva”.

Prima di salutarci la imploro di rivelarmi l’elisir del suo entusiasmo. “Occorre essere accondiscendenti,” mi spiega gioviale, trovare un punto d’incontro tra le proprie aspirazioni e la realtà”.

Ritorno in Val di Non, mi infilo in un bar. Davanti a me c’è Sabrina, 28 anni e un viso che mette di buon umore. Mi informa di aver lavorato come Oss (operatrice socio-sanitaria) e di essere attualmente disoccupata, iscritta a Garanzia Giovani, il piano europeo rivolto agli under 30 inattivi con lo scopo di collocarli o reinserirli nel mondo del lavoro.

Cerco di scoprire come passi le giornate, forse sono inconsciamente a caccia della classica nenia d’autocommiserazione. Ma la sua vitalità mi sorprende: “È dura, all’ultimo concorso a cui ho partecipato c’erano 800 candidati, ho inviato decine di curriculum e non ho ottenuto risposta. Ma voglio rimanere attiva, cucino e faccio piccoli lavori. Occorre compiere uno sforzo per investire di significato anche i più piccoli gesti”.

Voglio testare la solidità del suo ottimismo, provo a tenderle un’imboscata: “Immagino che vivi coi tuoi…” E infatti è ritornata dai suoi, dopo aver vissuto da sola sei anni. “All’inizio la vivi quasi come un fallimento, devi cercare un nuovo equilibrio. A costo di risultare banale però ringrazio di avere un luogo in cui stare. Ora ho un legame molto più maturo con i miei”.

Se il mio proposito fosse stato quello di scoraggiarla, sarebbe fin troppo evidente la mia sconfitta. Lo intuisco dal suo sguardo spontaneo e dalla frase con cui si congeda: Il posto migliore dove nascondere un dispiacere è il sorriso”.

a cura di Gianni Paris 

L'articolo ha vinto il primo premio del contest «Comunità fra le righe» organizzato dalla cassa rurale Tuenno – Val Di Non – in collaborazione con La Voce del Trentino

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