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Trento

Lo Stato che non esiste più. “DDR: che cosa rimane?”

È il titolo del fortunato volume di Francesco Alberti, edito da Osiride di Rovereto, giunto alla seconda edizione, che verrà nuovamente presentato a Trento lunedì 16 febbraio 2015, alle ore 17.30, presso la Sala degli affreschi della Biblioteca comunale, in via Roma 55.

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È il titolo del fortunato volume di Francesco Alberti, edito da Osiride di Rovereto, giunto alla seconda edizione, che verrà nuovamente presentato a Trento lunedì 16 febbraio 2015, alle ore 17.30, presso la Sala degli affreschi della Biblioteca comunale, in via Roma 55.

Francesco Alberti, Maresciallo della Guardia di Finanza, ripercorre quarant'anni di vita della Repubblica Democratica Tedesca, conducendo un'indagine profonda ed appassionata delle tappe storiche di un Paese che oggi si pone come leader politico dell'Unione Europea.

Il saggio è il frutto di un prezioso lavoro di ricerca definito anche un "affresco sulla società senza libertà e democrazia, in cui la vita delle persone era condizionata dall’ideologia socialista, da un Muro che ha separato per quasi trent’anni la nazione tedesca e da uno Stato che ti prendeva anche l’anima".

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A presentare il libro assieme all'autore, il direttore del Museo Storico, Giuseppe Ferrandi che aveva già lodato l'approccio non ideologico di Alberti e la descrizione scientifica, asciutta, di quel sistema "di un'ideologia che aveva in sé degli elementi di forza".

Ma torniamo alla domanda iniziale.

La DDR è uno Stato che non esiste più. Ma di un Paese così piccolo, quasi minuscolo, incastonato in Europa, isolato da un muro, da una cintura che per 28 anni ha diviso un popolo, un'unica grande famiglia… Che cosa rimane?

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Forse, anzi è proprio questo l'auspicio dell'autore, "un grande insegnamento per le generazioni future".

Dott. Alberti, Lei ha scritto un libro su uno Stato che non esiste più, da dove nasce questa idea e questa passione?

Questa idea è nata per valorizzare i miei studi accademici e le mie ricerche correlate di storia internazionale contemporanea, nello specifico la cosiddetta “guerra fredda” ed in particolar modo il blocco dell’Est Europa.

La passione per il blocco orientale mi ha sempre affascinato e questo Stato che non esiste più come dice Lei, la Repubblica Democratica Tedesca, ha caratterizzato questa epoca, fungendo dapprima come Stato cuscinetto nella guerra geo-politica globale e poi schierandosi definitivamente a fianco del suo alleato storico sovietico.

Penso proprio che il modo di pensare comunista così diverso dal nostro modo di proporci e di essere sia stata la molla che sin da ragazzo mi ha portato ad interessarmi alla storia internazionale contemporanea della “guerra fredda” e nello studio di tale accadimento della storia.

La DDR di tale periodo ne è stata protagonista e per questo volevo raccontare la sua storia, così diversa dalla storia degli Stati occidentali benché geograficamente così vicina ad essi; una storia paradossale, con contorni bui e storie crude di umanità che ha rappresentato lo spaccato tipico di quell’epoca dominata dalla deterrenza nucleare.

Il libro è un manuale che raccoglie anche tante fotografie e documenti… insomma uno studio politico, economico, sociale e culturale di quarant'anni di vita della Repubblica Democratica Tedesca.

Quando ha iniziato la sua ricerca e quali strumenti ha utilizzato per portare avanti questo lavoro?

Il nucleo iniziale del lavoro è stata la ricerca finalizzata alla tesi di Laurea in Scienze Politiche Internazionali due anni fa; tale lavoro successivamente è stato innestato con ulteriori ricerche documentali in Italia su scritti in lingua italiana e tedesca ma soprattutto in Ucraina, ex Unione Sovietica, tramite le dottoresse Alena Sharun e Maria Dementieva, le quali hanno reperito la documentazione presso le biblioteche di Kiev e Kharkiv, in biblioteche di Stato, tuttora interdette ai cittadini occidentali.

Tale documentazione successivamente è stata da me sistematizzata ed innestata nell’opera, risultando preziosa per valorizzare il lavoro di ricerca.

Soprattutto le parti dedicate alla politica interna ed all’economia esprimono concetti e giudizi di teorie comuniste, relazionate alla Germania dell’Est che per la prima volta vengono pubblicate in un libro di storia contemporanea dell’Europa Occidentale.

Quello che lei chiama il “muro invisibile” tra le due Germanie, quanto ha influito all'indomani della riunificazione avvenuta politicamente il 1° luglio del 1990?

La riunificazione delle due Germanie doveva essere la panacea dei problemi dell’Est tedesco ma storia insegna che così non è stato. L’Ovest tedesco, ricco ed organizzato, dall’unificazione ha tratto benefici economici e sociali incalcolabili, depauperando la ex Germania Est di tutte le risorse economiche che disponeva e non investendo in essa, se non negli ultimissimi anni, grazie anche ai finanziamenti dell’Unione Europea.

Soprattutto i valori sociali sono stati calpestati, introducendo la privatizzazione su larga scala anche in quelle parti della società dove la solidarietà comunista aveva espresso valori e risultati positivi, come nella sanità e nell’educazione scolastica; tutto questo è stato estirpato dalla radice iniettando nella società solamente il concetto di beneficio economico e di proprietà, che nella visuale socialista era ben diverso e soprattutto di minore importanza rispetto a quello di solidarietà sociale.

Per questo negli anni immediatamente successivi alla riunificazione, in ampie parti della società si è propagata la cosiddetta “Ostalgie”, la nostalgia della vecchia DDR, uno Stato, se gli eri fedele,che non ti dava la libertà e la democrazia, ma che ti faceva vivere senza angoscia pensando al futuro, come è accaduto nel dopo riunificazione, con l’arrivo di problematiche sociali gravi come la disoccupazione ed il disagio sociale e familiare conseguente.

Alla principale organizzazione di sicurezza e di spionaggio denominata Stasi è dedicato un intero paragrafo, oltre a numerosi richiami nei vari capitoli, qualcuno degli appartenenti ha “pagato” per le torture, le morti e le ingiustizie subite dal popolo della DDR? Ed in che misura ha determinato la vita pubblica e privata di quello Stato?

La Stasi è stato il grimaldello per detenere il potere da parte del partito politico egemone. Il Ministero per la sicurezza doveva proteggere il popolo tedesco orientale da attacchi esterni, ma ben presto la sua funzione principale si è trasformata in quella di controllare e monitorare la popolazione che doveva proteggere e reprimere le idee ed azioni contrarie all’ideologia socialista.

Questo modo di operare ha condizionato oltre che le amministrazioni dello Stato anche la vita delle persone all’interno di esso che si sentivano spiate e perseguitate da un potere politico che doveva invece provvedere a proteggerle, incutendo timore e sospetto nei confronti di tutti.

La DDR è stata trasformata in pochi anni dalla Stasi in uno Stato di Polizia, con apparati statali determinati a concedere benefici solo alla popolazione che seguiva i dettami del partito al potere e l’ideologia socialista.

Le persone che non seguivano tali criteri ideologici venivano emarginate dalla società, espulse dallo Stato o carcerate o barbaramente uccise nelle carceri di Stato come descritto nel libro.

Nessuno dei responsabili di tali torture, morti ed ingiustizie umane sono stati incarcerati ed hanno pagato per i crimini compiuti, aumentando nella popolazione della ex DDR quel clima di mancanza di fiducia nella Germania riunificata.

La cooperazione economica tra URSS e DDR, in che termini ha influito nello sviluppo economico di quest'ultima?

Come ho descritto nella parte dedicata all’economia della DDR, la cooperazione economica ed in particolare tra i sindacati, tra la Germania Democratica e l’Unione Sovietica, ha portato la DDR ha staccarsi sempre più da una apparente economia di mercato e di spostarsi verso una economia socialista, pianificata e programmata dall’apparato statale centrale.

L’Urss ha dettato i tempi di tale sviluppo economico, dettando i piani pluriennali di produzione agricola, estensiva anche se quella intensiva era stata iniziata ma non portata a termine, e soprattutto industriale, basata soprattutto sull’acciaio e le materie chimiche e plastiche.

Una economia che per un certo periodo ha retto il confronto internazionale, soprattutto con gli Stati facenti parte del COMECON e del Patto di Varsavia, ma che in confronto con l’economia di mercato occidentale ed in particolar modo della Germania Federale impallidiva.

Con la crisi petrolifera degli anni ’70 prima e con l’avvento della restaurazione sovietica di Gorbaciov e la relativa chiusura agli aiuti dalla Santa madre Russia successivamente, l’economia tedesca orientale si è ritrovata sola ed incapace di una reale competitività internazionale dei suoi prodotti, cosicché la crisi economica ha minato alla base le strutture sociali dello Stato ed anticipato l’implosione politica della struttura statale.

Qual è stata la figura o le figure più importanti che hanno determinato politicamente ed economicamente le sorti della DDR, in quegli anni?

Sicuramente l’era Ulbricht negli anni ’50 e ’60 e l’era Honecker negli anni ’70 e ’80. Walter Ulbricht ha determinato un avvicinamento politico, sociale ed economico all’Unione Sovietica, seguendo fedelmente i dettami socialisti provenienti da Mosca.

In politica estera ha progressivamente sganciato la DDR da un concetto di “pangermanesimo”, per proporsi come interlocutore privilegiato con l’Unione Sovietica.

Il fallimento sociale ed economico dei suoi anni al potere ha fatto sì che ci fosse l’avvicendamento con Erich Honecker, il quale pur mantenendo ben saldi i vincoli politici, esteri ed interni, sociali ed economici con Mosca, ha aperto all’Ovest, soprattutto con la Germania Federale, per dare una parvenza di collaborazione agli sforzi compiuti da Willy Brandt e la sua “Ostpolitik”.

Tale apertura purtroppo per la DDR è rimasta soprattutto nelle menti di chi la voleva o non la voleva effettuare cosicché il destino della Germania Orientale aveva iniziato un viaggio senza ritorno verso la sua fine, con gli apparati politici dello Stato che sono stati incapaci di adeguarsi ai nuovi scenari di una società multiculturale che avrebbe determinato nel giro di pochi anni la fine di una storia che purtroppo era già segnata e già stata scritta.

Il “Muro” di Berlino, che per 28 anni divise un popolo, rappresenta una ferita ancora aperta nel cuore dei berlinesi, quali sono stati, a suo avviso, i fatti determinanti che portarono al suo abbattimento?

Sicuramente i fattori sociali provocati dalla repressione politica dello Stato, con la mancanza di libertà, di democrazia, di libero arbitrio, di libertà di pensiero e di giudizio hanno determinato il disgregarsi del Muro.

Tali debolezze sociali sono state accompagnate da una crisi economica galoppante e da un confronto con l’opulenza occidentale che non ammetteva repliche di sorta.

La gente, nonostante apprezzasse come lo Stato tedesco orientale organizzasse la vita sociale della popolazione al proprio interno, con amministrazioni dello Stato come quelle sanitarie ed educative all’avanguardia, non ammetteva più che la mancanza delle più fondamentali libertà che uno Stato deve assicurare al proprio popolo potesse definitivamente azzerare le aspettative politico-sociali di democrazia di una nazione.

In un capitolo del suo libro vi è una parte dedicata al doping di Stato, è sconcertante leggere di come fosse praticato anche in dosi massicce sui bambini, pur di affermare la propria superiorità e sulle donne.

Cosa rappresentava vincere le competizioni sportive di altissimo livello per la DDR, adesso diventate delle “medaglie di latta di nessun valore”, come da Lei definite?

Lo sport della DDR è stato lo specchio della società della DDR. Una società malata, senza libertà e democrazia, come poteva esprimere un valore sportivo sano per il bene della popolazione?

Era impossibile e così anche lo sport tedesco orientale risultò marcio sin dalle fondamenta, con atleti che sin dall’età puberale venivano sistematicamente drogati per farne delle “macchine da guerra” nelle competizioni sportive internazionali di alto livello.

Il doping ormonale e steroideo funzionava perfettamente con le donne cosicché soggetti forti già naturalmente venivano portati ai limiti delle possibilità umane, con ricadute patologiche successive in quegli stessi atleti; atlete trasformate nella loro essenza femminile, che perdevano le loro caratteristiche genetiche e si ritrovavano in pochi anni, dopo aver donato le cosiddette “medaglie di latta di nessun valore” allo Stato a scopo propagandistico, in una situazione di alterità psicologica e malattia cronica con conseguente emarginazione sociale.

Eroine di una intera nazione, protagoniste dello sport mondiale per anni, conosciute sin da ragazzo anche da me e ammirate per le loro incredibili prestazioni sportive, con la riunificazione tedesca venivano smascherate facendo venire alla luce gli inganni di uno Stato anche nell’essenza di uno spaccato ludico della società come lo sport.

D’altronde la DDR, Stato senza libertà e senza democrazia, non poteva emergere a livello mondiale nella ricerca scientifica a causa della fuga di cervelli all’estero, o nelle arti a causa della repressione e della censura e quindi lo sport era veicolo perfetto a livello propagandistico per l’affermazione della Germania dell’Est in un settore importante della vita sociale a livello mondiale.

Le classifiche delle gare olimpiche, mondiali e europee di molti sport degli anni ‘70 e ‘80 vedono tuttora gli atleti e atlete della Germania Orientale come detentori di quelle medaglie e di molti record mondiali ed europei: tutti sanno che sono il frutto di ricerche esasperate sul doping, sfruttando il vantaggio tecnologico della ricerca dopante su quella dell’antidoping per ricavare vantaggi economici e propagandistici allo Stato che rappresentavano.

Non serve depennare nomi e primati in classifiche ingiallite dal tempo, basti sapere che tali classifiche sono il frutto di slealtà sportiva e di conseguenza umana, che ha portato alla rovina gli atleti e lo Stato che hanno rappresentato.

Alla fine del suo libro il lettore scoprirà che cosa rimane della DDR?

Sì alla fine del libro il lettore scoprirà che cosa rimane e che eredità lascia la DDR: la sua storia; essa è ciò che la DDR lascia in eredità ai posteri affinché gli errori di una epoca non si ripropongano in futuro.

Penso che ogni lettore dopo aver letto l’opera sarà d’accordo con l’autore nel sottolineare il fatto che anche questo Stato, nella sua storia paradossale e anacronistica, abbia dato un insegnamento importante e cioè che la persona umana debba essere messa al di sopra di ogni organismo statale e che i bisogni, le esigenze e la felicità delle persone che lo costituiscono sono gli obiettivi e non i mezzi di ogni organizzazione sociale e umana.

Il suo libro oltre a “restituire” alla memoria collettiva un autentico spaccato di un Paese che non c'è più, potrebbe rappresentare una testimonianza per altri popoli che vivono condizioni di separazione e ingiustizie? Sicuramente sì, storia insegna.

Ognuno di noi, ogni rappresentante della politica, della nazione, dello Stato sino ai massimi livelli deve prendere ad esempio oltre gli accadimenti positivi della storia anche le vicende sfortunate delle nazioni e delle popolazioni affinchè le nuove generazioni possano beneficiare delle virtù umane che le hanno precedute ma anche degli stravolgimenti storici che hanno fatto sì che le future generazioni possano vivere nella libertà, nella democrazia e in una esistenza felice.

Per concludere vorrei ringraziare la casa Editrice Osiride di Rovereto per la collaborazione e l’ottimo lavoro svolto nella stampa e pubblicazione dell’opera e la Provincia Autonoma di Trento, la quale è intenzionata alla divulgazione del libro per tutte le biblioteche del Trentino, al fine della diffusione della cultura nel nostro territorio.

(Intervista apparsa su La voce del Trentino il 10 gennaio 2014).

Minella Chilà

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