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Italia ed estero

Il Sudafrica non è una passeggiata

Uno dei principali criminali dell’apartheid, Eugene de Kock, verrà scarcerato.

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Uno dei principali criminali dell’apartheid, Eugene de Kock, verrà scarcerato.

Lo chiamavano il “Prime Evil”, ora la Nazione Arcobaleno lo rimette in libertà. Noi Occidentali ne siamo profondamente colpiti (la notizia è condivisa praticamente da qualunque testata) e ci sentiamo in diritto di giudicare. Su quali basi?

Il Sudafrica è un Paese tremendamente interessante; passarci quattro mesi della propria vita basta per farsene un’idea, non per comprenderlo. La sua storia, i suoi grandi personaggi politici, la sua gente e – non da ultimo – la bellezza della sua natura ne fanno un luogo unico. Un luogo in cui la democrazia non è sana (manca di alternanza) e in cui le questioni razziali sono state risolte ma non debellate (raro che si vada a bere una birra insieme tra bianchi e neri dopo il lavoro, a Pretoria). Ma tutte queste non sono che semplificazioni di un Paese che viene descritto sempre e solo in base a tre elementi: i conflitti razziali, il numero di donne di Zuma, la posizione dei diamanti. E ovviamente il caso Pistorius. La liberazione di Eugene de Kock ricade nel primo. Rivediamola insieme:

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Il lungo pezzo che il reporter BBC Andrew Harding ha dedicato al fatto parte dal suo tentativo di raggiungere la fattoria di Vlakplaas, ad una ventina di chilometri da Pretoria, dove vennero brutalmente assassinati svariati attivisti neri. Torture e omicidi collegati ad Eugene de Kock, il quale all’epoca dell’apartheid era a capo di uno squadrone della morte. In quel periodo complesso ed interessante dei primi anni della riconciliazione la Truth and Reconciliation Commission era la corte incaricata d’ascoltare le testimonianze di vittime e carnefici, puntando alla scoperta della verità e alla rielaborazione collettiva del passato. Chi si presentava con evidenti segni di contrizione e confessava gli abusi, riceveva in cambio l’amnistia. Il processo era in realtà un po’ più complesso, soprattutto nel caso di personaggi come l’allora imputato de Kock, il quale confessò, ma finì comunque in carcere: due ergastoli, più ulteriori 212 anni dietro le sbarre. Ora, sta per tornare ad essere un uomo libero.

Lo scorso settembre de Kock ha iniziato ad approcciarsi alle famiglie delle vittime; sempre Harding riporta la testimonianza di una vedova: “quando ha chiesto perdono si vedeva chiaramente che era sincero”. L’ex prigioniero sta inoltre aiutando gli inquirenti a fare chiarezza su altri omicidi dell’epoca dell’apartheid e continuerà a farlo anche dopo la scarcerazione. Ovviamente, non tutti sono soddisfatti della sua annunciata liberazione; soprattutto, si punta il dito su un fatto evidente: de Kock non era l’unico, ma era in qualche modo il prodotto di uno Stato. Quello Stato ha cessato d’esistere, ma non tutta la verità è venuta a galla, non tutti i colpevoli hanno condiviso il ricordo delle loro azioni. Il processo di riconciliazione è ben lungi dall’essere completo.

De Kock era stato giudicato colpevole nel 1996, la decisione della scarcerazione è stata resa nota venerdì scorso dal Ministro della Giustizia Michael Masutha, che dice d’aver agito nell’interesse della riconciliazione e del “nation building”. L’arcivescovo Desmond Tutu, figura chiave della riconciliazione e di quello che è stata la TRC ha espresso la sua soddisfazione, citando l’importanza del perdono (anche a livello nazionale) e al contempo la difficoltà della scarcerazione (anche a livello privato). Di fatto, la data della liberazione di de Kock non verrà resa nota. La prigione in cui il sessantaseienne de Kock è detenuto, si trova anch’essa a Pretoria (la Pretoria’s C-Max prison): giudicato nel 1996, de Kock era in realtà stato arrestato nel 1994. Vent’anni e passa in prigione, ma anche da dietro le sbarre l’uomo aveva fatto parlare di sé, come quando accusò de Klerk (il Presidente bianco della riconciliazione, l’uomo che diede l’ordine di liberare Mandela) di avere anch’egli le mani sporche di sangue. Si trattò di una dichiarazione resa nota attraverso una trasmissione radiofonica nel 2007. Due anni dopo, de Kock scriveva alla madre di una delle sue vittime, chiedendo perdono e sottolineando che ciò non avrebbe comunque lavato il dolore da lui causato. La lettera fu resa pubblica dalla stampa.

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Tornando alla radio – mezzo comunicativo che nella storia del Sudafrica ha giovcato un ruolo chiave – domenica il sito di Jakaranda FM ha pubblicato un breve resoconto con le speculazioni giornalistiche circa la data della liberazione e il post. Tra queste, quelle riportate dal Sunday Times, secondo il quale la Swapo (South West Africa’s Police Organisation) della Namibia sarebbe andata a trovare de Kock e gli avrebbe offerto un posto sicuro dove stare (nella regione dell’Okavango). Jacaranda FM sottolinea poi come de Kock sia responsabile della morte di centinaia di soldati della Swapo, omicidi avvenuti durante la loro lotta per l’indipendenza. Per approfondire la notizia, vi rimando a quest’articolo del Times Live che ci aiuta anche a capire un po’ meglio le condizioni personali di un uomo sul quale tanta attenzione mediatica si è riversata – e si sta riversando – un uomo dipinto come un demonio. Un uomo di fatto solo: l’ex moglie fuggì in Europa con i figli in seguito all’arresto del marito; l’uomo Eugene ha di fatto perso i contatti con quella che era la sua famiglia. Il sito, riporta anche una sua foto con alcuni familiari delle vittime: immagini difficili da comprendere, sempre per noi occidentali.

Sulla faccenda del perdono, della riconciliazione, ci possiamo interrogare fino allo sfinimento. Possiamo assumere un punto di vista cristiano, uno puramente legale, e così via. In antropologia si parla spesso di “ubuntu”, la parola magica che a noi ricorda la formula di un incantesimo pronunciato da qualche stregone sotto l’implacabile ed immenso cielo africano. A chi vive nell’Africa del Sud l’ubuntu ricorda invece un concetto difficile da sintetizzare, ma che parla di rispetto reciproco, di cammino congiunto, di convinzione che ciò che io faccio a te sia ciò che tu fai a me. Un concetto davvero difficile da sintetizzare senza perderne il fascino e la portata.

Di de Kock sappiamo che ha ucciso almeno 120 persone e che fra le tecniche d’omicidio la sua squadra ha più d’una volta optato per quella dell’esplosivo: la vittima sparisce, spariscono anche le prove. Del Sudafrica, sappiamo della sua straordinaria capacità di rialzarsi, del coraggio di Mandela, della paura – talvolta ingiustificata – dei bianchi nella società di oggi, di una forte criminalità.

A Pretoria nell’ottobre 2013 ho visto fiorire gli alberi di jacaranda. Interi viali si sono coperti di viola nel giro di pochi giorni. Mandela è scomparso un paio di mesi dopo: suppongo che nella sua “long way to freedom” immaginasse una Pretoria per le cui strade ex carnefici ed ex vittime potessero passeggiare sotto lo stesso viola. De Kock sta per uscire di prigione, ma non tutti i cittadini sudafricani saranno pronti ad accoglierlo per una passeggiata.

A cura di Sandra Simonetti

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