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Trento

Tra letteratura e droni. In nome del figlio

Con un salto siamo nel Duemila, alle porte dell’universo, importante è non arrivarci in fila, ma tutti quanti con i suoi mezzi, magari arrivando a pezzi”. Così cantavano Paolo, Betta, Sandro e Claudio, liceali spensierati in un’estate dei primi anni Ottanta, sulle note di Telefonami tra vent’anni di Lucio Dalla

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Con un salto siamo nel Duemila, alle porte dell’universo, importante è non arrivarci in fila, ma tutti quanti con i suoi mezzi, magari arrivando a pezzi”. Così cantavano Paolo, Betta, Sandro e Claudio, liceali spensierati in un’estate dei primi anni Ottanta, sulle note di Telefonami tra vent’anni di Lucio Dalla

E vent’anni, anzi trenta, sono passati da allora e sembrano così lontani da una sera di un Duemila avanzato in cui Paolo (Alessandro Gassman) si trova a festeggiare l’imminente paternità a casa della sorella Betta (Valeria Golino) e del cognato Sandro (Luigi Lo Cascio) in compagnia dell’amico di sempre Claudio (Rocco Papaleo).

Paolo che si è gettato alle spalle un passato da primogenito di famiglia radical chic, ha sposato la bella e (apparentemente) inconsistente Simona (Micaela Ramazzotti) fa l’agente immobiliare e guida un ingombrante SUV, oltre che una smodata sbruffoneria.

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Sua sorella Betta, invece, è rimasta imbrigliata nella rete della precarietà dell’insegnamento e dell’opaca vita famigliare, divisa tra il suo matrimonio con Sandro, docente universitario, e l’amicizia con Claudio, musicista e probabile omosessuale nonché depositario di ogni suo segreto.

Tra loro Simona, l’ultima arrivata e ad arrivare. Fuori tempo e fuori contesto ma centrata nel ruolo della svampita che le azzecca tutte. Ha persino scritto un libro, tanto trash che nessuno dei commensali è intenzionato al leggerlo, tanto attuale da scalare le classifiche di vendita, tanto centrato che della sua protagonista basta l’iniziale. Il nome si può omettere.

Sarà Il nome del figlio, o meglio uno scherzo ad esso legato, ad infuocare una serata tiepida e una commedia dal ritmo soave ma dall’anima potente. Perché Francesca Archibugi dimostra grande abilità nel direzionare un film lungo le vie di una sceneggiatura educata e intelligente, ma allo stesso tempo spietata e sincera.

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E di saper accompagnare la macchina da presa tra i cieli romani e poi giù, per 90 minuti tra la terrazza e i vani di una casa invasa dai libri, tra le pieghe e le piaghe della famiglia, in un confronto serrato con il passato che non dà tregua a chi non sa uscirne.

Il nome del figlio, o nel suo nome è un viaggio nel passato, andata e ritorno, biglietto unico. Con qualche salto nella gioventù, per scoprire come eravamo e come siamo anche se, come dice Betta “non siamo più come prima. Il prima non c’è più”.

E così tutto si anima e tutti si animano in nome di qualcosa e nel proprio nome, mentre “i bambini ci guardano” (come titolava il bellissimo film di Vittorio De Sica del 1943) e non riescono a dormire perché gli adulti gridano. Quei bambini di oggi che ci guardano attraverso droni che telecomandano con il tablet, quando i bambini di ieri si accontentavano di accovacciarsi e spiare i grandi da dietro una siepe.

Il risultato, ad ogni buon conto, non cambia. Perché i piccoli sono sempre, e loro malgrado, chiamati a fare i conti con il presente e con il passato. Magari attraverso nomi pesanti e carichi di significati che oggi si perdono tra le beffe dei compagni di scuola, tra il cinismo politicamente scorretto e il sarcasmo qualunquista di genitori troppo o troppo poco adulti. 

Da vedere perché: vale la pena di capire che “di tempo per cambiare ce n’è”. Come sosteneva Lucio Dalla.

Emanuela Macrì

[email protected]

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