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Italia ed estero

Elezioni in Grecia: non è allarme rosso

 

Se vince la sinistra la Grecia diventerà come la Corea del Nord”, “No, non è vero, la speranza sta arrivando”. Antonis Samaras e Alexis Tsipras, i due contendenti per la poltrona di premier in Grecia, hanno concluso così le rispettive campagne elettorali. Oggi è il giorno della verità. Non si vota solo per il rinnovo del parlamento. A scontrarsi sono due modelli socio-economici molto diversi.

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Se vince la sinistra la Grecia diventerà come la Corea del Nord”, “No, non è vero, la speranza sta arrivando”. Antonis Samaras e Alexis Tsipras, i due contendenti per la poltrona di premier in Grecia, hanno concluso così le rispettive campagne elettorali. Oggi è il giorno della verità. Non si vota solo per il rinnovo del parlamento. A scontrarsi sono due modelli socio-economici molto diversi.

Sulla carta, il grande favorito è Tsipras, candidato del partito Syriza. Syriza, acronimo di “Coalizione della sinistra radicale”, è un soggetto politico nato nel 2004 dall’unione di vari movimenti e partiti indipendenti di sinistra. Il programma con cui si presenta alle urne è da settimane nell’occhio del ciclone.

Tsipras ha infatti annunciato che, se diventerà primo ministro, si impegnerà per rinegoziare gli accordi con la Troika, l’organismo composto da Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale, responsabile dell’attuazione del programma di aiuti per la Grecia. In tal senso, il leader di Syriza non minaccia più di uscire dall’euro o di prendere decisioni unilaterali sul debito greco. Vuole piuttosto ritrattare l’impegno, preso dal premier uscente Samaras, di ripagare il debito non appena la differenza tra entrate e uscite dello stato sarà positiva.

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La Grecia si avvicina al raggiungimento del primo bilancio pubblico in pareggio dopo 40 anni. A tal riguardo, Tsipras vorrebbe usare i primi frutti dell’austerità non solo per placare la sete dei creditori ma anche per sfamare il suo popolo, attraverso nuove politiche sociali. Nelle parole del leader di Syriza, questo non comporterebbe necessariamente un nuovo deficit pubblico, ma piuttosto una gestione dell’avanzo primario non diretta esclusivamente a ripagare il debito.

Deficit pubblico o meno, quello con l’Unione Europea sarà un vero e proprio braccio di ferro. Syriza non si propone solo di cambiare in corsa gli accordi sulla restituzione del debito ma si dice pronta ad aprire un nuovo fronte di scontro in Europa: quello sui debiti di guerra. In campagna elettorale, Tsipras ha dichiarato: “La Germania deve pagare per l’occupazione nazista… Vogliamo che non sia una richiesta greca, ma che si faccia all’interno degli organi europei”.

Tuttavia, Syriza non sembra per nulla intenzionata a tornare alla situazione precedente alla crisi, quando il rapporto deficit/pil aveva raggiunto il 15% e il settore pubblico, cresciuto a dismisura, drenava come una sanguisuga le finanze dello stato. Certamente, questo non è quello che vogliono i greci. A detta di Pachos Mandravelis, editorialista del quotidiano Kathimerini, intervistato da Il Foglio: “Molti voteranno per Syriza non tanto per tornare allo status quo pre 2008, quanto per avere almeno un po’ della sicurezza persa. Poi c’è la convinzione che il governo Samaras su alcuni temi non abbia fatto abbastanza”. A tal riguardo, secondo Mandravelis, la lotta alla corruzione è il cavallo di battaglia più forte di Syriza.

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La partita più difficile per Tsipras si gioca quindi in Grecia, non in Europa. Riuscirà il leader di Syriza a mantenere le promesse fatte in campagna elettorale, tirando fuori le liste degli evasori e tassando i grandi patrimoni? E se rispetterà i suoi intenti, come reagiranno i poteri forti locali di fronte alla messa in discussione dei legami opachi tra politica, grande imprenditoria e media che continuano a strozzare il paese?

Tsipras è consapevole che se non riuscirà a tener fede alle sue promesse farà un enorme danno alla sinistra tutta. Perciò, sprona i suoi dicendo: “La sinistra non ha mai avuto unoccasione storica come questa. Ed è anche l’ultima occasione per il paese. Se falliremo, tutti saremo giudicati dalla storia”.

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