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Italia ed estero

Colpo di stato in Yemen: un assist ad Al Qaeda

 

Lo Yemen ha un nuovo padrone. Dopo essersi barricato per due giorni nel palazzo presidenziale assediato dai ribelli sciiti Houthi, il presidente Abed Rabbo Mansur Hadi ha riconosciuto la sconfitta e ha rassegnato le dimissioni. Poco conta se il parlamento le ha respinte: la capitale Sana'a è ormai in mano ai combattenti sciiti.

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Lo Yemen ha un nuovo padrone. Dopo essersi barricato per due giorni nel palazzo presidenziale assediato dai ribelli sciiti Houthi, il presidente Abed Rabbo Mansur Hadi ha riconosciuto la sconfitta e ha rassegnato le dimissioni. Poco conta se il parlamento le ha respinte: la capitale Sana’a è ormai in mano ai combattenti sciiti.

Il colpo di mano degli Houthi getta il paese nel caos. La notizia è di quelle che fanno tremare l’Occidente. Il piccolo Yemen è, infatti, la roccaforte di Al Qaeda nella Penisola arabica, il gruppo jihadista che ha rivendicato l’attentato a Charlie Hebdo e che ha tutto da guadagnare dall’attuale situazione di anarchia.

I disordini degli ultimi giorni hanno radici lontane nel tempo. Fino al 1990, il paese era diviso in Yemen del nord, regno incontrastato di Ali Abdullah Saleh e Yemen del sud, controllato dai comunisti dalla Repubblica democratica popolare dello Yemen. Nel 1990, con l’unificazione, nasce il gruppo degli Houthi, detti anche “Ansar Allah” (Partigiani di Dio).

Gli Houthi nascono con l’intento di sostenere le istanze della minoranza sciita del paese. Una minoranza che rappresenta circa il 40% della popolazione e che appartiene a una variante minoritaria dello sciismo. Si tratta dei cosiddetti Zaydi, dal nome di Zayd bin Ali, pronipote di Maometto, a cui riconoscono il titolo di quinto Imam.

Lo scoppio delle tensioni tra gli Houthi e la maggioranza sunnita ha avuto inizio nel 2012, con la deposizione del presidente Saleh, al potere da oltre 30 anni. In quell’occasione, gli Houthi hanno scelto di unirsi alle forze democratiche, ostili a Saleh e al suo establishment. Questo non è però bastato a impedire ad Abed Rabbo Mansour Hadi, semi-sconosciuto vicepresidente con Saleh, di prendersi la carica più alta del paese.

Il gruppo sciita ha allora imbracciato le armi, in un logorante testa a testa con le forze governative. Già a settembre gli Houti erano alle porte di Sana’a. Nei giorni scorsi, poi, l’offensiva si è fatta dirompente: i combattenti sciiti si sono esibiti in uno spettacolare assedio dei centri del potere governativo, costringendo presidente e vicepresidente alle dimissioni.

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Quella yemenita, purtroppo, non è soltanto l’ennesima “bega” tra sunniti e sciiti. Come avverte Riccardo Redaelli, professore di geopolitica all’Università Cattolica di Milano, un’ulteriore destabilizzazione del paese potrebbe avere conseguenze disastrose sia sul piano regionale che nella lotta al terrorismo internazionale.

Secondo Redaelli, a livello regionale bisogna fare i conti con le ossessioni dell’Arabia Saudita, terrorizzata dall’idea di trovarsi nel giardino di casa un governo guidato dagli Houti. Secondo Riyad, infatti, gli Houthi sarebbero alleati del suo arci-nemico, il governo iraniano.

Poco conta se Teheran smentisce seccamente. Rimane il “rischio concreto che quanto avviene a Sana’a distrugga tutti i faticosi, fragili tentativi per ridurre l’ostilità geopolitica fra Iran e Arabia Saudita, che ha devastato in questi anni tutto il Levante”, commenta il professore della Cattolica.

Lo scenario dipinto da Redaelli è dei peggiori: a suo avviso, una vittoria degli Houthi potrebbe spingere i sauditi a sostenere i movimenti sunniti più violenti nel paese, con l’obbiettivo di fiaccare i “presunti” alleati di Teheran. In tal senso, c’è il rischio che i sauditi finiscano per appoggiare Al Qaeda nella Penisola Arabica, nell’estremo tentativo di respingere l’avanzata degli Houthi.

Solo una pace in extremis potrà scongiurare la deriva qaedista.

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