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Trento

Trentino, Lavoro: tiene l’occupazione, ma cresce la disoccupazione giovanile

In Trentino l'occupazione tiene, anche se la disoccupazione giovanile è in crescita; il Pil cala per effetto della crisi e delle dinamiche demografiche, in linea con il resto del Nord-Est; la distribuzione del reddito rimane stabile, con una lieve crescita dei redditi da lavoro dipendente e da pensione ed un calo dei profitti da impresa e del reddito da lavoro autonomo; calano anche le iscrizioni dei giovani trentini all'università, considerando sia l'ateneo trentino sia quelli esterni.

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In Trentino l'occupazione tiene, anche se la disoccupazione giovanile è in crescita; il Pil cala per effetto della crisi e delle dinamiche demografiche, in linea con il resto del Nord-Est; la distribuzione del reddito rimane stabile, con una lieve crescita dei redditi da lavoro dipendente e da pensione ed un calo dei profitti da impresa e del reddito da lavoro autonomo; calano anche le iscrizioni dei giovani trentini all'università, considerando sia l'ateneo trentino sia quelli esterni.

Quello che emerge dal Rapporto sulla situazione economica e sociale del Trentino 2014 (con dati riferiti  agli anni immediatamente precedenti) elaborato dall'Irvapp, l'Istituto per la ricerca  valutativa sulle politiche pubbliche della Fbk, esaminato oggi dalla Giunta provinciale assieme al direttore dell'Istituto Antonio Schizzerotto, (foto) ordinario di Sociologia presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell'Università di Trento, è un Trentino che "tiene" sul versante del sociale e dell'equità complessiva del sistema, e che deve "spingere" di più sulla crescita economica e l'imprenditorialità.

Fra i suggerimenti alla classe dirigente, mantenere alta l'attenzione sulle politiche per il diritto allo studio, indirizzate a chi frequenta la scuola superiore, per contrastare la tendenza non iscriversi all'università, che alla lunga potrebbe generare dei problemi sul fronte del capitale umano. Infine, strategico si conferma l'accesso alla banda larga da parte delle imprese (fattore che può generare un +15% del fatturato).

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Vediamo più da vicino alcune delle evidenze contenute nel rapporto. Innanzitutto, la variazione del Pil, prendendo come riferimento iniziale l'anno 2007: ovviamente c'è stato un calo dall'inizio della crisi, una leggera ripresa nel periodo 2010-2011, e poi un ulteriore declino (fatto 100 il 2007, nel 2013 l'indice Trentino è a 93,6 , quello del Nord Est a 91,9 e quello dell'Italia a 91,5).

L'indice del pil pro capite mostra un declino più accentuato, ma dovuto solo in parte agli effetti della crisi; qui a pesare è anche il trend demografico che vede in crescita da un lato gli ultrasessantacinquenni e dall'altro le persone fra i 15 e i 24 anni, ovvero le fasce della popolazione meno produttive, più "esterne" rispetto al mercato del lavoro. Invecchiamento della popolazione e fenomeni determinati dalla mobilità geografica hanno comportato insomma una crescita della popolazione più giovane e più anziana, mentre la fascia mediana è rimasta sostanzialmente stabile, e in assenza di crescita del Pil generale, era inevitabile un calo del valore medio del Pil pro-capite.

La disuguaglianza fra i redditi (misurata con l'indice di Gini e per il periodo 2007-2012) non conosce grandi variazioni e soprattutto non cresce: in Trentino, insomma, rispetto al altre realtà, non accade che i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri più poveri. Salgono un po' i redditi da pensione e da lavoro dipendente, mentre calano i profitti da imprese (a causa fra le altre cose del calo di produttività per addetto e della difficoltà ad acquisire nuove quote di mercato) le rendite da capitale e, sensibilmente, il reddito prodotto dal lavoro autonomo.

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Sul versante occupazionale, come dicevamo, il Trentino tiene meglio rispetto al resto dell'Italia, anche se rimane sotto i valori della Germania. Anche in Trentino, però, cresce la disoccupazione giovanile, che sale a quasi il 15%, per quanto questa percentuale sia comunque a circa un terzo della media nazionale. Va detto che molti dei giovani inattivi, almeno fino ai 18 anni, sono ancora alle prese con il loro percorso di formazione.

Rimanendo in tema, gli indici di scolarità media in Trentino rimangono alti; la quota di giovani che ha abbandonato anzitempo gli studi nel 2012 è del 12%, più bassa della media italiana (17,6%), del Nord Est (14,7) e anche di Bolzano (19,5). Insomma, i giovani trentini a scuola ci vanno e anche, si può immaginare, volentieri.

La situazione si complica al passaggio all'università: il dato 2012 registra un ulteriore sensibile calo delle iscrizioni rispetto all'anno di riferimento, in questo caso il 2003; si è passati quindi in 10 anni da una percentuale del 69% (ma nel 2004 era salita ad oltre il 71%) ad una percentuale attorno al 60%. A cosa può essere dovuto questo calo? In parte, certo, ancora una volta, agli effetti della crisi, che riduce le disponibilità economiche delle famiglie e spinge alla ricerca di un lavoro, ma in parte, secondo il professor Schizzerotto, anche a fattori extralocali, in particolare alla crisi che sta attraversando la laurea triennale, che non offre ai giovani un grande valore aggiunto per il loro ingresso nel mondo del lavoro.

Per contrastare questa tendenza, che a lungo andare potrebbe porre un problema di capitale umano, il Trentino dovrà continuare ad investire nelle politiche di diritto allo studio e anche "irrobustirle", e questo fin dalle scuole superiori, ovvero nella fase precedente al passaggio all'università.

Un ultimo sguardo infine al panorama imprenditoriale. La fotografia dell'imprenditore medio in Trentino è: di sesso maschile, di età avanzata (la classe d'età compresa fra i 18 e i 39 anni esprime il 21% degli imprenditori), con un titolo di studio non molto alto. Questa situazione può comportare problemi sia sul versante della produttività del lavoro sia su quello dell'innovazione e della competitività. In generale il sistema delle imprese in Trentino si regge ancora molto sulle "catene familiari", su una attività che passa di padre in figlio. I soggetti che hanno meno chance di aprire un'attività imprenditoriale? Le donne e i giovani, anche se laureati.

Per quanto riguarda gli investimenti pubblici in innovazione, in particolare della banda larga, essi si confermano invece un fattore determinante. Le imprese che hanno accesso alla banda larga registrano una crescita media del fatturato del 15%. Anche qui, però, va detto che le imprese condotte da imprenditori anziani e con un basso titolo di studio l'effetto non beneficiano di questa opportunità.

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