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Arte e Cultura

“Mi impegno per raggiungere il massimo”. La determinazione di Katerina Pucnik, all’esordio in A2

Tosta. Determinata. Un fiume in piena che si sta facendo strada.

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Tosta. Determinata. Un fiume in piena che si sta facendo strada.

Katerina dà l'idea di non temere nulla, anche se esordire in A2 a 20 anni sostituendo la capitana non succede tutti i giorni e l'emozione si fa sentire. Domenica scorsa la triestina Katerina Pucnik, vice opposta della Delta informatica Trentino Rosa, è scesa in campo per la prima volta in questa stagione al posto di Giada Marchioron, assaporando il clima agonistico della serie cadetta contro Lardini Filottrano.

La squadra di Luca Paniconi ha impensierito le ragazze di Gazzotti solo nel terzo set ma le gialloblù non si sono lasciate sfuggire l'opportunità di chiudere la partita vincendo3-0 (25-19, 25-18, 25-23), portandosi così al secondo posto in classifica con 16 punti insieme a Monza e Vicenza, a quattro lunghezze dalla capolista Neruda Volksbank.

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Un bell'esordio per Pucnik che ha contribuito al sesto successo della Delta nelle prime sette gare di serie A2 (con il turno di riposo già scontato).

Quella che scopriamo per prima però non è la pallavolista, dovevamo infatti incontrarci nell'appartamento in cui la pallavolista abita insieme ad altri 4 studenti universitari (uno di loro è il fidanzato Niccolò Bleggi, centrale dell'AVS Bolzano di Andrea Burattini, attualmente ottavo in classifica nel campionato di B1, ndr), ma Katerina spiega che ci sarebbe stata troppa confusione.

«Sì, i miei compagni stanno lavorando a dei plastici, meglio non stargli tra i piedi. Io sono al primo anno di Giurisprudenza a Verona, per ora l'inizio è promettente, poi si vedrà, a gennaio ho gli appelli dei primi esami.

Non è semplice conciliare l'impegno sportivo che mi assorbe tutti i giorni e lo studio, devo cercare di approfittare di ogni momento libero e studiare anche quando non ne ho voglia o magari quando andiamo a giocare in trasferta, sul pullman.

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Però a settembre, quando non erano ancora iniziate le lezioni e mi dedicavo solo agli allenamenti, era come se mancasse qualcosa».

Una laurea in ambito giuridico può aprire tante porte e Pucnik ha già le idee chiare su cosa vorrebbe fare da grande. «Al giorno d'oggi è difficile trovare lavoro ma voglio costruire il mio futuro indipendentemente da quella che sarà la mia carriera pallavolistica.

Mi piacerebbe diventare avvocato, no, il penale non mi attira, trovarsi magari a difendere un criminale non sarebbe per niente facile. In generale mi ha sempre affascinato il fatto che, di fronte ad un problema, la legge ti dà gli strumenti per trovare la soluzione».

L'opposta gialloblù, alla seconda stagione con la Trentino Rosa, mette subito le carte in tavola, anticipando le domande della giornalista. 

«Ho un carattere forte: se c'è da discutere, non mi tiro indietro. Piuttosto che fingere di andare d'accordo con tutti, preferisco essere chiara e onesta e dire la mia opinione, così gli altri sanno con chi hanno a che fare. Poi, se mi faccio un'idea, è difficile che poi la cambi. Certo tra il bianco e il nero ci sono molte sfumature, ma non sopporto chi invece cambia idea rapidamente».

E in campo come si traduce un carattere determinato e battagliero come quello di Katerina?. Domenica contro Filottrano i tifosi l'hanno vista nel primo set per un breve momento quando la Delta Informatica era avanti 20-13 e Gazzotti l'ha inserita (insieme a Morolli) per alzare il muro e poi nel terzo set, quando le avversarie erano in vantaggio 16-13 e Pucnik ha sostituito Marchioron, lievemente dolorante alla caviglia.

«Giada è un esempio per tutte, non molla mai e poi è un punto di riferimento che dà sicurezza in ogni momento della partita. Certo per me è difficile ritagliarmi spazio in campo avendo davanti lei, ma posso imparare molto anche solo guardando come gioca

Non sbaglia una partita, non va mai in difficoltà, è difficile trovare un'altra giocatrice così nel nostro campionato, ma quello che stupisce di più, al di là delle prestazioni nelle singole partite, è la continuità di rendimento».

Ascoltando l'opposta sembra di sentir parlare una giocatrice molto più esperta di quanto non sia, ma a colpire sono l'umiltà e la determinazione, insieme al desiderio di sfruttare ogni occasione per imparare qualcosa di nuovo.

«Sono felice di giocare nella Delta, siamo un gruppo che si è consolidato e da tutte le compagne posso "rubare" qualcosa. Per chi gioca nel mio ruolo ciò che conta è avere nel proprio bagaglio tecnico una varietà di colpi tale da farti diventare una giocatrice imprevedibile: ogni squadra studia le altre guardando le partite in video e quindi tutti sanno qual è il tuo colpo migliore e come giochi.

A maggior ragione, non basta tirare forte, non si passa solo di forza scardinando il muro o cercando traiettorie che lo evitino, occorre avere più frecce al proprio arco. Spesso è la tecnica che ti permette di uscire da situazioni critiche in partita e la differenza tra una giocatrice di serie B e una di serie A è proprio quella di saper gestire più colpi senza affidarsi solo alla potenza».

Attaccare in diagonale, ma anche in parallela, spiazzare le avversarie con un pallonetto e poi continuare a lavorare per fare meglio la prossima volta, sono questi gli obiettivi di Katerina.

«Voglio migliorare in battuta e in difesa: ho la fortuna di allenarmi con compagne molto forti in questo fondamentale e sembrerà strano, ma questa "vicinanza" aiuta davvero a crescere tecnicamente e a tenere alta la motivazione così, anche se poi la domenica non giochi, vuoi sempre dare il massimo e ti alleni come se dovessi prepararti ogni volta ad affrontare la squadra più forte».

In ogni caso, come conferma la numero 12 gialloblù, allenarsi nel 6 contro 6 avendo dall'altra parte della rete Marchioron, Lamprinidou, Candi, Demichelis, Bezarevic e Cardani significa giocare contro uno dei sestetti più forti della A2.

«All'inizio il salto di categoria un po' mi spaventava, non sapevo cosa aspettarmi soprattutto pensando al fatto che ci sono molte giocatrici straniere, il livello di gioco è più alto e il risultato non è mai scontato anche perché le squadre difendono tanto, ma stiamo reggendo bene».

Merito anche del nuovo allenatore della Trentino Rosa: «Gestire un gruppo di donne non è facile oltre al fatto che, a parte il Club Italia, siamo la squadra più giovane del campionato, ma con Marco Gazzotti ci troviamo bene, è un tecnico molto competente e arriviamo alle partite sapendo esattamente cosa dobbiamo fare in campo.

Durante gli allenamenti è molto disponibile con tutte, se hai delle lacune in qualche fondamentale ti segue con ancora maggior attenzione e sono contenta di questo. 

Anche Serena (Avi, seconda allenatrice, ndr) e Paolo (Santorum, preparatore atletico, ndr) mettono tutta la loro passione al servizio della squadra, le vittorie sono frutto anche dell'ottima preparazione fisica».

Ma tornando all'esordio contro Filottrano, come lo ha vissuto Pucnik e quali sensazioni si provano guardando la partita dalla panchina sapendo che in ogni momento potresti entrare?.

«Ero emozionata, anche perché quando Gazzotti ha chiamato Elisa (Morolli, ndr) non pensavo che avrebbe mandato in campo anche me. Quando sono entrata ero talmente concentrata su quello che dovevo fare che non ho pensato al punteggio, la cosa più importante era non fare errori. Contro squadre che non hanno nulla da perdere bisogna stare attenti perché se si gasano e iniziano a fare punti poi non si fermano più».

Nel terzo set la Delta ha recuperato lo svantaggio anche grazie all'ingresso di Silvia Fondriest e Ariana Pirv (in campo anche nel secondo) e dal 18-22 si è portata sul 20-23 per poi chiudere set e partita 25-23.  

Per Katerina il segreto della squadra è evidente: «Chiunque va in campo, ci sa stare, abbiamo ottimi cambi in tutti i ruoli, siamo 13 giocatrici tutte interscambiabili e ognuna di noi è pronta a dare il meglio e a sacrificarsi per la squadra.

Assomigliamo alla Nazionale femminile di Bonitta: durante i Mondiali sono andata a Trieste a vedere Brasile-Serbia, uno spettacolo. Tra le nostre giocatrici apprezzo Francesca Piccinini, mi piacerebbe misurarmi con lei.      

Certo vorrei giocare di più, ma essere arrivata in A2 a soli 20 è un bel traguardo e penso solo a lavorare e migliorare. Poi l'opposto è il giocatore che rappresenta il punto di riferimento della squadra e io non ho ancora esperienza sufficiente per trascinarla come sa fare Giada.

Lei gioca molto bene sia in prima che in seconda linea, sostituirla è come avere un attaccante in meno e per me domenica è stata una bella responsabilità.

La prima volta che l'ho vista è stata quattro anni fa quando la Trentino Rosa stava disputando il campionato di B1 come affiliata di Trentino Volley (stagione 2010-11, ndr) e venivo ad allenarmi qui un paio di volte al mese con Maurizio Moretti».

L'allenatore marchigiano, all'epoca tecnico della Nazionale italiana pre-juniores, aveva notato l'allora diciassettenne Pucnik nella Rappresentativa del Friuli-Venezia Giulia nel corso di un Regional Day, e da selezionatore aveva subito intuito il talento della giocatrice cambiandole ruolo, da centrale ad alzatrice.

«Poi mi ha chiamata a Roma per uno stage e ci siamo rivisti anche ad un camp estivo a Gabicce dove erano previsti allenamenti individuali. Io mi ero iscritta come alzatrice, ma di nuovo Maurizio mi ha cambiata di ruolo: saltavo tanto e così ho iniziato a fare l'attaccante. Maurizio non allenava più la Nazionale, ma mi ha lasciato il suo numero promettendo che, se avesse trovato una squadra, mi avrebbe chiamata».

Promessa mantenuta: nella stagione 2011-12 Pucnik indossa la maglia del Marzola, squadra trentina con la quale disputa il campionato in serie C nell'ambito del Progetto VolLei. «Cercavano giocatrici forti da fuori regione per costruire una squadra competitiva di Under 18 e trattandosi di un progetto appena nato era molto stimolante per me.

Anche a Trieste giocavo in serie C, ma se vuoi migliorare essere una giocatrice intoccabile che va in campo sempre anche se gioca male non è un vantaggio. Qui avevo la possibilità di imparare tanto e ho scelto di venire perché sapevo che allenandomi con Moretti avrei fatto il salto di qualità a cui aspiravo dal punto di vista tecnico».

Quell'anno Katerina lo ricorda bene: «Abbiamo raggiunto le finali nazionali e su 18 squadre provenienti da tutta Italia ci siamo classificate al dodicesimo posto, una bella soddisfazione sia per me, visto che era l'ultima possibilità di giocarle essendo il mio ultimo anno in Under 18, sia per la squadra perché altre giocatrici forti potevano essere invogliate a venire a giocare da noi».

L'anno dopo il Progetto VolLei si trasferisce a Cognola e Pucnik indossa la maglia dell'Argentario B-Com che disputa il campionato di B2 per poi approdare nel 2013 alla Delta Informatica in B1.

Ma la passione per la pallavolo come è nata?. «Il primo sport che ho praticato è stato il basket, la pallavolo non mi piaceva, poi la mia migliore amica mi ha convinto a provare e così ho iniziato con il minivolley a 8-9 anni».

Dall'Under 13 all'Under 16 Katerina ha sempre giocato con l'Associazione Pallavolistica Bor di Trieste vincendo tutti i campionati provinciali. «Si può dire che ho iniziato per scherzo, poi ci ho preso gusto.

Da piccola non ero brava ma ho avuto la fortuna di avere il preparatore atletico in casa, mio padre Gorazd. Il rapporto non era sempre idilliaco, ma se ora salto tanto lo devo anche a lui.

Quando me ne sono andata di casa per venire a Trento, mia mamma Martina non pensava che mi sarei fermata così tanto, io non vedevo l'ora di iniziare anche se, più si avvicinava il giorno della partenza, più cresceva la tensione».

Trasferirsi a soli 17 anni in un'altra città non è semplice e l'impatto non è dei migliori, ma Pucnik lo racconta con il sorriso sulle labbra. «Appena arrivata in squadra, abbiamo iniziato con un ritiro in val di Ledro, mi domandavo dove ero finita. Abituata alla sensazione di libertà e infinito del mare, le montagne mi facevano sentire in gabbia, è stato uno shock.

Era la prima volta che ero fuori casa e avevo nostalgia, ma ora, guardando indietro, posso dire che è stata un'esperienza formativa sotto vari punti di vista, ho imparato a cucinare, a fare le lavatrici, a cavarmela da sola».

Prima di scegliere la pallavolo, Katerina si era cimentata anche con l'atletica e il beach-volley essendo stata convocata tra il 2010 e il 2011 per alcuni stage della Nazionale Italiana juniores di Beach Volley a Roma.

«Mi piaceva giocare sulla sabbia ma era anche molto impegnativo e poi devi avere la fortuna di trovare una compagna con cui essere in perfetta sintonia. Sono stata contenta di provare: più cose si sperimentano, meglio è, e poi è utile per capire per cosa sei veramente portato».

Tra le sue passioni anche lo sci, ma il richiamo della pallavolo è stato più forte. «Mi piace la neve, mio padre mi ha insegnato a sciare e andavamo a Forni di Sopra e Piancavallo, poi ho deciso di dedicarmi al volley.

Se faccio qualcosa, mi piace farlo bene impegnandomi per raggiungere il massimo obiettivo, non mi accontento, e sarebbe stato difficile praticare entrambi gli sport ad un certo livello.

Come ci si sente a giocare in serie A?. Da piccola pensavo "ce la farò", ci speravo. Non tutti ci arrivano: nel mio caso è il premio per i sacrifici fatti, mentre i nostri coetanei vanno alle feste e a divertirsi noi siamo in palestra a sudare, anche a Natale, e occorre molta volontà e voglia di fare. Comunque non voglio pormi limiti: essendo così giovane ho davanti a me tante porte aperte», afferma con convinzione la gialloblù.

A sostenerla c'è la sua numerosa famiglia, Katerina infatti è la primogenita, poi ci sono Veronica che ha 17 anni, Mattia 11, Sofia 7, Martin 4 ed Erik 2. A loro si aggiungono i tanti tifosi che in queste settimane hanno affollato il Sanbàpolis.

«È bello vedere il palazzetto pieno, anche la presenza di tante persone è merito delle nostre vittorie. Nella pallavolo femminile la palla è meno veloce, ma le azioni sono più lunghe e spettacolari ed è sempre piacevole vedere partite combattute».

Forte, determinata, la pallavolista sa quello che vuole. «Non ci immaginavamo un inizio così positivo, invece guardi la classifica e dici "siamo seconde" e quasi non ci credi.

Anche il Neruda (primo a quota 20 punti, ndr) sta facendo molto bene e giocare un derby di alta classifica sarebbe una grande soddisfazione per la Società, per tutto il lavoro che stanno facendo. Non facciamo calcoli, ma daremo il massimo».

Lo spirito da combattente non manca di certo a Katerina, capace di muoversi con equilibrio nei due campi che contano di più per lei.

«Nella pallavolo i risultati li costruisci insieme alla tua squadra, nello studio dipende da me essere protagonista e voglio impegnarmi al massimo, ci tengo a costruirmi un futuro e fare un lavoro che mi piace e mi appassiona.

Sì, tra studio, allenamenti e partite io e Niccolò abbiamo una vita molto impegnativa, ma sono serena: quando fai quello che ti piace, sei felice».

Questo è l'atteggiamento con cui Katerina Pucnik vive i suoi 20 anni, un modo di essere che si riassume nel detto triestino "xe più giorni che luganighe". «Ognuno lo può adattare alla sua esperienza, per me significa vivere ogni giorno pronta a cogliere l'attimo e sfruttare le occasioni che si presentano. Non sai se poi ne avrai altre, ma nella vita è importante non avere rimpianti, se c'è qualcosa che ti piace fare, prova a farla».

L'augurio migliore per il Natale che sta arrivando.

p.niccolini@lavocedeltrentino.it

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eventi

A Viarago la festa dei Santi Fabiano e Sebastiano

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Domenica 26 gennaio sarà la giornata della “Sagra di Viarago”  durante la quale ogni anno viene celebrata la festa dei Santi Fabiano e Sebastiano.

L’inizio è previsto per le 11 con la celebrazione della messa, alla conclusione sarà aperto il Vaso della Fortuna e alla sede degli Alpini saranno distribuzione gratuita di gnocchi.

Nel primo pomeriggio alla Casa Sociale di Viarago, intrattenimento e laboratorio didattico per i più piccoli, ma non solo. Nel pomeriggio spazio al concerto della Banda Sociale di Pergine Gruppo di Viarago e dalle 17 ci sarà la preghiera di ringraziamento. Domani sera al teatro di Viarago andrà in scena una commedia brillante.

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Spettacolo

Al teatro sociale «La classe»: la scuola come specchio di una società in crisi contesa tra delusione e speranza

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Fino a domenica va in scena al teatro Sociale La classe (2017) di Vincenzo Manna, prodotto da Società per Attori, Accademia Perduta/Romagna Teatri e Golden Art Productions.

Un insegnante precario di origine straniera, Albert, si vede affidata la gestione di un corso di recupero per studenti problematici.

Il preside non si attende risultati significativi dalla cosa: questi sei studenti debbono solo recuperare i crediti necessari per poter sostenere gli esami, nient’altro.

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Questi adolescenti son un gruppo variegato di problematiche intrecciate: musulmani, ebrei, borgatari, zingari. E ancora: timidi patologici, sbandati, piccoli spacciatori, teppisti in erba.

Albert cerca di svolgere il suo compito coscienziosamente, ma i suoi sforzi si infrangono contro il muro di diffidenza accumulata dai giovani rispetto all’autorità e al sistema scolastico.

Con un piccolo stratagemma gli riesce di interessare quasi tutti (come il filone delle storie ambientate in scuole di confine impone, c’è sempre chi non vuole essere aiutato) in un progetto europeo che contempla un premio.

A distanza visibile dalla scuola sorge un enorme campo profughi, causa di disagio e timori in città. Un rifugiato ha portato con sé un bel numero di documenti che testimoniano la repressione in atto nel suo paese.

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Il bando dell’Unione ha per tema i giovani e l’Olocausto: i materiali in possesso della classe sarebbero perfetti, e il fatto che a presentarli sarebbero studenti indisciplinati di una città in crisi potrebbe essere per loro un ulteriore bonus.

Il lavoro comincia, finché qualcuno viene travolto da un evento personale in concomitanza con alcuni disordini causati dai profughi. Questi ultimi diventano presto gli indiziati principali agli occhi dell’opinione pubblica e degli studenti stessi.

L’istituto non trova di meglio che chiudere, e dichiarare la classe di recupero completata d’ufficio; parallelamente la città istituisce un coprifuoco. Albert e i suoi virgulti si daranno per vinti?

La classe si svolge interamente all’interno di un’aula scolastica, dimessa e disordinata, ma il suo incessante confronto con il mondo esterno ad essa dissipa qualsiasi senso di claustrofobia potrebbe altrimenti sorgere.

Albert e i suoi studenti portano sempre con sé il bagaglio della loro storia personale; la realtà circostante irrompe costantemente nelle lezioni, costringendo tutti a reagire secondo la propria indole.

Come accusa un personaggio, è facile avere compassione delle sofferenze di chi vive lontano, difficile e scomodo è invece averne con chi ti sta sotto gli occhi, chi vive in città ed è stritolato dalla crisi economica.

Vincenzo Manna ha fatto un ottimo lavoro nel bilanciare gli elementi del suo lavoro: per una catastrofe umanitaria, un silenzioso dramma individuale. E se rimane chiaro chi tra i personaggi rappresenta la ragione e chi il torto, al torto viene dato spazio per una efficace arringa difensiva.

Giuseppe Marini, alla regia, ha anche lui ben variato il ritmo dell’azione a seconda dei momenti, seri, drammatici o giocosi della scena.

Il cast si muove bene nel dare voce a questi personaggi in cerca di un posto nel mondo. Andrea Paolotti è molto realistico come Albert, insegnante consapevole della scarsa autorevolezza oggidì attribuita alla posizione, solido eppur pacato.

Come preside, Claudio Casadio si mostra burocraticamente disincantato, impegnato verso il suo istituto assai più di quanto lo sia verso i suoi studenti, teoricamente ragion d’essere dell’intera istituzione. Eccetto quando parla di galline (a proposito delle quali… più avanti).

Poca meraviglia se questi adolescenti avversano scuola e potere: problemi a scuola? Chiusura e metal detector. Problemi in città? Coprifuoco e muraglie.

I giovani attori a cui sono affidati i ragazzi (Brenno Placido, Edoardo Frullini, Valentina Carli, Giulia Paoletti, Andrea Monno) svolgono il loro compito oltre la sufficienza (naturalmente non tutti nella stessa misura), e mi spiace non inoltrarmi nell’argomento, ma molta parte di La classe consiste nel conoscere (ancora, in diversa misura) il corpo studentesco. Sarebbe come entrare nei dettagli dei personaggi di Breakfast Club.

La scena, quest’aula dai banchi usciti da decadi passate, è di Alessandro Chiti. Le luci di Javier Delle Monache (coadiuvate dalle musiche di Paolo Coletta) contribuiscono puntualmente a denotare la scansione delle lezioni.

Teatro serio, questo. Il tema, se sia più sensato sopportare gli oltraggi del destino cinico e baro o combattere contro un mare di problemi e lottando disperderli.

Casadio offre una guida lungo lo spettacolo. Parlando di polli.

Le galline hanno le ali, ma non volano, tutt’al più svolazzano per pochi metri. Conducono un’esistenza dalla routine fissa: mangiano, dormono, si accoppiano, tuttavia sono costantemente preda del timore. Vedete i parallelismi, certamente.

Ma vi è dell’altro. Se le ali dei polli non gli concedono il volo, le loro zampe sono forti e ben piantate sul terreno. Una gallina potrebbe, volendo, raggiungere dall’Italia Parigi in tre giorni, Berlino in nove.

Basterebbe loro una rampa, e raggiungerebbero la luna.

La compagnia incontrerà il pubblico al teatro Sociale alle 17 e 30 di venerdì; lo spettacolo va in replica venerdì 24 e sabato 24 novembre alle 20 e 30 e ancora domenica 25 alle 16. La rappresentazione si è conclusa alle 22 e 55.

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eventi

«La culla delle mamme»: Michel Odent racconta 70 anni di parti naturali

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“ La culla delle mamme” è una conferenza pubblica che terrà venerdì sera a partire dalle 19,30 al Centro Santa Chiara.

Interverrà il medico di fama internazionale Michel Odent che con la traduzione di Chiara Scropetta, parlerà di quella che è stata una svolta nella storia della nascita.

Odent è stato il pioniere di un nuovo tipo di consapevolezza sull’importanza che hanno le prime esperienze di vita.

Le sue riflessioni, i suoi ragionamenti e le sue domande costituiscono il racconto di una straordinaria esperienza durata 70 anni.

La sua relazione offrirà interessanti spunti. La serata è stata organizzata col sostegno della Fondazione Caritro e pur essendo ad ingresso gratuito è gradita la prenotazione: 3388868249.

Odent dopo aver lavorato in Algeria e Guinea come chirurgo di guerra, dirige per 23 anni (dal 1962 al 1985) il servizio di chirurgia e ostetricia/maternità del piccolo ospedale di Pithiviers, nel dipartimento del Loiret nella Francia centrale.

Le esperienze connesse a questi anni sono fondamentali nell’influenzare il suo interesse verso la storia della neonatologia e la ricerca sulla nascita e la salute.

Odent è noto per aver creato, in ambito ospedaliero, la prima “salle souvage”, un ambiente simile a una stanza di casa, una mediazione tra parto in casa e parto medicalizzato in clinica.

Trasferitosi a Londra nel 1985, fonda il Primal Health Research Centre, dove sostiene le prassi del parto attivo, del parto nell’acqua e dei concetti collegati alla salute primale, anche in riferimento al concetto di “assistenza sanitaria primaria” contenuto nella Dichiarazione di Alma Ata del 1978.

Una delle tesi sostenuta nei suoi saggi è quella secondo cui il percorso culturale fino ad oggi manifestatosi ha trascurato l’importanza dell’amore come potenziale, e per certi versi rivoluzionaria, strategia per la sopravvivenza umana; Odent asserisce che lo stile di vita umano (che finora ha generalmente sostenuto la validità e l’importanza del dominio dell’Uomo sulla Natura e sugli altri gruppi umani e animali) è ormai superato e non più idoneo allo scopo della sopravvivenza stessa.

Dal 1989 al 2012 Michel Odent ha prodotto nove opere di grande successo:

Ecologia della Nascita, Red Edizioni, 1989.
L’acqua e la sessualità, Red Edizioni, 1991.
Abbracciamolo subito! I veri bisogni del bambino e della mamma, Red Edizioni, 2006.
L’agricoltore e il ginecologo. L’industrializzazione della nascita, Il Leone Verde, 2006.
Psiconeuroendocrinologia della nascita, Centro Studi il Marsupio, luglio 2007.
La scientificazione dell’amore. L’importanza dell’amore per la sopravvivenza umana, Urrà Edizioni, 2008.
Il cesareo, Blu Edizioni, 2009.
Le funzioni degli orgasmi, Terra Nuova edizioni, 2009.
Nascere nell’era della plastica, Terra Nuova edizioni, 2012.

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