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Arte e Cultura

Pink Floyd: svelato il mistero della mappa

Chi di voi avrà ascoltato e apprezzato The Endless River probabilmente avrà anche sfogliato il booklet allegato al CD e ai più attenti  non sarà sfuggito che una delle foto all’interno del disco sembra ritrarre una mappa delle Marche in Italia.

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Chi di voi avrà ascoltato e apprezzato The Endless River probabilmente avrà anche sfogliato il booklet allegato al CD e ai più attenti  non sarà sfuggito che una delle foto all’interno del disco sembra ritrarre una mappa delle Marche in Italia.

"Semplicemente ci siamo imbattuti in questa foto che ci piaceva – afferma Aubrey Powell – senza alcuna ragione specifica. Mentre stavamo lavorando alla realizzazione dei contenuti del booklet abbiamo trovato questa foto nello studio e ci è piaciuta. Non ci siamo fatti tante domande e l’abbiamo inserita".

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Aubrey Powell è più di un grafico qualunque. Powell è co-fondatore nel 1967 insieme a Storm Thorgerson di Hipgnosis Studio, celebre studio londinese che ha dato alla luce tutte le copertine dei lavori discografici dei Pink Floyd.

Sembra quindi svelato il mistero in quanto la foto ritrae effettivamente una porzione di un’antica mappa francese della regione italiana delle Marche, anche se a dire il vero erano circolate tantissime ipotesi.

Chi affermava trattarsi di una foto scattata da Gilmour circa 20 anni fa durante una vacanza nelle Marche con la figlia, e chi ha ipotizzato addirittura trattarsi di un tributo alla tanto cara marca di tastiere (Farfisa) usate da Richard Wright. Nessuno lo saprà mai, ma resta il fatto che Gilmour e Mason hanno fatto, forse inconsapevolmente, un grande assist all’Italia ed in particolare alle Marche. 

Potremmo sempre chiederlo a loro se, come si dice in giro, saranno ospiti al prossimo Festival di Sanremo

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Stefano Leto

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eventi

Villazzano: stasera la serata dedicata alla tragedia di Černobyl

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Presso la sala Civica sopra il Teatro di Villazzano a partire dalle ore 20.00 ospiterà questa sera una serata sul tema “ Chernobyl è entrato nella nostra vita e ci è rimasto”, organizza l’associazione Villazzano Solidale in collaborazione con la circoscrizione di Villazzano.

Interverranno i fisici nucleari Mirco Elena e Aldo Valentini; il fotografo giornalista Sandro Botto ed in conclusione di serata sarà offerto un rinfresco.

Era il 26 aprile 1986 quando alle ore 1.23 e 40 secondi del mattino, presso la centrale nucleare V.I. Lenin, situata in Ucraina settentrionale (che all’epoca faceva parte dell’Unione Sovietica), a 18 chilometri da quella di Černobyl e a 16 dal confine con la Bielorussia, ci fu l’esplosione.

È stato il più grave incidente nucleare mai verificatosi in una centrale nucleare e uno dei due incidenti classificati come catastrofici con il livello 7 (massimo della scala INES) dall’IAEA, insieme all’incidente avvenuto nella centrale di Fukushima Dai-ichi nel marzo 2011.

Un disastro ambientale gravissimo il cui ricordo è rimasto intatto negli anni.

L’esplosione del reattore uccise due addetti della centrale, un terzo morì di trombosi coronarica. Tra il personale e i primi soccorritori, 134 persone furono ricoverate per gli effetti acuti delle radiazioni28 morirono nelle prime settimane, altri 19 negli anni seguenti. Fra i civili, più di 4 mila persone, in gran parte bambini e adolescenti, hanno contratto un cancro alla tiroide, che ha causato 15 vittime. La sorveglianza epidemiologica si è però fermata al 2002, sebbene le persone continuino ad ammalarsi.

Nel complesso, le morti accertate sono dunque 65, ma purtroppo si tratta soltanto della punta dell’iceberg. La gran parte delle vittime si avrà infatti per gli effetti a lungo termine delle radiazioni, destinati a manifestarsi in forma di tumori e leucemie

Le associazioni antinucleariste internazionali, fra le quali Greenpeace, presentano una stima fino a 6.000.000 di decessi su scala mondiale nel corso di 70 anni, contando tutti i tipi di tumori riconducibili al disastro secondo il modello specifico adottato nell’analisi.

Il gruppo dei Verdi del parlamento europeo, pur concordando con il rapporto ufficiale ONU per quanto riguarda il numero dei morti accertati, se ne differenzia e lo contesta sulle morti presunte, che stima piuttosto in 30 000-60 000

Le cause furono indicate variamente in gravi mancanze da parte del personale, sia tecnico sia dirigenziale, in problemi relativi alla struttura e alla progettazione dell’impianto stesso e della sua errata gestione economica e amministrativa.

Nel corso di un test definito “di sicurezza”, il personale si rese responsabile della violazione di svariate norme di sicurezza e di buon senso, portando a un brusco e incontrollato aumento della potenza (e quindi della temperatura) del nocciolo del reattore n. 4 della centrale: si determinò la scissione dell’acqua di refrigerazione in idrogeno e ossigeno a così elevate pressioni da provocare la rottura delle tubazioni del sistema di raffreddamento del reattore.

Il contatto dell’idrogeno e della grafite incandescente delle barre di controllo con l’aria, a sua volta, innescò una fortissima esplosione, che provocò lo scoperchiamento del reattore e di conseguenza causò un vasto incendio.

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Arte e Cultura

Al Zandonai “il Pipistrello”: la Compagnia di Corrado Abbati porta in scena l’operetta di Johann Strauss

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Con la Compagnia Corrado Abbati (gruppo particolarmente apprezzato dal pubblico roveretano che lo ha già visto sul palco del Teatro Zandonai con “Sul Bel Danubio Blu”; “La Principessa Sissi”, “La Vedova Allegra” e “Al Cavallino Bianco”) ed il Balletto di Parma, seguendo l’adattamento e la regia di Corrado Abbati, è andata in scena ieri, mercoledì 15 ed oggi, giovedì 16 gennaio 2020, presso lo splendido Teatro Zandonai “Il Pipistrello”, operetta viennese di Johann Strauss.

Una festa in maschera, un giocare di ruoli e di evasione, dove l’inventiva la fa da padrona: sono sicuramente questi i dettagli che hanno portato questa operetta al successo mondiale (ricordiamo, infatti, che è una delle composizioni di Strauss più rappresentate al mondo)

In questa rappresentazione ritroviamo tutti i personaggi conosciuti: i capricci sentimentali di Rosalinde; la cameriera che gioca d’astuzia; il vendicativo Falke ed il Principe annoiato e pronto a tutto pur di divertirsi.

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La storia scorre e si snoda veloce e vivace, fra equivoci, danze, feste e costumi sfarzosi e scintillanti, riportando in scena quella ricerca continua di ottimismo, voglia di vivere e di sentirsi vivi anche nelle situazioni più scomode tipici dell’operetta originale.

Con in sottofondo i violini diretti dal maestro Fiorini, impeccabile nel suo ruolo, si riesce a tornare indietro di qualche secolo, rivivendo quell’atmosfera di lusso esagerato che caratterizzava la fine del 1800.

Tra fraintendimenti e scene ironiche, con in sottofondo il tipico valzer viennese, siamo davanti ad una rappresentazione da tratti comunque moderni, dove i personaggi vengono portati al limite della caricatura, rendendo ancora più evidente il tono sopra le righe dell’intero spettacolo.

Sicuramente, una messa in scena da non perdere se quello che si cerca è una serata di svago e di leggerezza.

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Arte e Cultura

“Archeologia delle Alpi”: pubblicato il quinto volume della rivista dedicata alle ricerche archeologiche nel territorio trentino

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A che punto è la ricerca archeologica in Trentino? Ne dà puntuale resoconto “AdA Archeologia delle Alpi 2017-2019”, quinto volume della rivista “Archeologia delle Alpi”.

La pubblicazione, edita dall’Ufficio beni archeologici della Soprintendenza per i beni culturali della Provincia autonoma di Trento, a cura di Franco Nicolis e Roberta Oberosler, presenta le ultime novità in tema di indagini archeologiche condotte sul territorio provinciale.

Il volume è idealmente dedicato a Gianni Ciurletti, già Soprintendente per i beni archeologici del Trentino, recentemente scomparso, al quale è stato tributato omaggio con il numero dello scorso anno “AdA. Studi in onore di Gianni Ciurletti”.

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Tutela, conservazione e valorizzazione sono le linee guida della pubblicazione alla quale hanno prestato la collaborazione, oltre agli archeologi della Soprintendenza, studiosi e ricercatori di altre istituzioni scientifiche nell’ottica di un approccio multidisciplinare. Il volume consta di una prima parte con approfondimenti di tematiche che spaziano dall’età del Rame alla Prima guerra mondiale e di un notiziario relativo ad attività di scavo, restauro, didattica e valorizzazione.

La preistoria occupa una parte importante del volume con il ritrovamento di una nuova sepoltura risalente all’età del Rame a Nogarole di Mezzolombardo in Valle dell’Adige. Si tratta di una struttura sepolcrale all’interno di una piccola nicchia posta lungo la parete di roccia, il cui recupero ha necessitato una imponente impalcatura.

Come l’uomo frequentasse le terre alte anche nell’antichità è testimoniato dal riparo di Sass di Conca, nel Comune di Pelugo in Val Rendena, posto a 2100 metri di altitudine, dove sono state documentate tracce di frequentazione sporadica collocabili tra la fine dell’età del Bronzo e l’età del Ferro.

Sulla cresta della Mendola, a cavallo tra Trentino e Alto Adige, lo scavo archeologico sul Monte Campana/Glockenbühel ha messo in luce un rogo votivo di alta quota che costituisce un punto di collegamento tra la Val di Non con il Monte Ozol, la Valle dell’Adige e la Val d’Isarco con i roghi votivi alpini dell’età del Bronzo del Monte Rocca/Schwarzhorn e dello Sciliar/Schlern.

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Il sito evidenzia, come in altri siti cultuali di montagna, legami con la transumanza e la metallurgia.

La diffusione dell’attività metallurgica, ampiamente praticata nelle zone alpine in epoca antica, è documentata anche nello scavo condotto nella chiesa dei SS. Fabiano e Sebastiano a Selva di Levico.

Durante lavori di riqualificazione è emersa una ipotetica area artigianale-produttiva. Anche il sottosuolo della chiesa di Santa Maria Assunta a Smarano, in Val di Non, ha restituito tracce di strutture insediative di età romana e di un più antico contesto cultuale databile all’età del Ferro. Proviene da Piedicastello, ai piedi del Dos Trento, un frammento di fregio marmoreo di epoca tardoantica/altomedievale che costituisce un ulteriore elemento architettonico decorato a riprova del carattere monumentale della Trento romana.

Tracciano un quadro della varietà delle monete circolanti nel territorio trentino nel periodo tardoantico le 31 monete romaneimperiali, recuperate, seppur fuori contesto, in località Scalette a Mezzocorona e riconducibili alle vicende militari del tempo e ai soldati provenienti dalle parti orientali dell’Impero romano. Sono conservati presso il Castello del Buonconsiglio i reperti archeologici in ferro databili tra il VI e il I secolo a. C. oggetti di un intervento di restauro conservativo condotto con una innovativa metodologia che vede l’applicazione di bagni di declorurazione.

Per gli stessi reperti è stata inoltre studiata una modalità di conservazione a lungo termine grazie all’impiego di contenitori in schiuma di polietilene e ad uno specifico film per la protezione dagli inquinanti. Infine un’iniziativa dei Servizi Educativi dell’Ufficio beni archeologici che ha coinvolto le generazioni più giovani per la valorizzazione del patrimonio archeologico della Trento romana.

Si tratta del progetto “Sulle tracce dei segreti di Tridentum” al quale hanno preso parte ragazze e ragazzi delle scuole di ogni ordine. Un percorso di conoscenza e di riflessione per apprezzare e vivere con responsabilità l’inestimabile patrimonio culturale che appartiene a tutti e in quanto tale va salvaguardato e trasmesso alle generazioni future.

 

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