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Trento

La rabbia delle mamme.

Da una parte c'è un cucciolo di otto anni, Loris, che adesso non c'è più, dall'altra una madre in carcere, accusata di un delitto impronunciabile, e poi un papà che sembra in balia dei drammatici eventi.

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Da una parte c'è un cucciolo di otto anni, Loris, che adesso non c'è più, dall'altra una madre in carcere, accusata di un delitto impronunciabile, e poi un papà che sembra in balia dei drammatici eventi.

Sullo sfondo: genitori, sorelle, zie, suoceri, amiche, in un piccolo centro della Sicilia diventato un palcoscenico, con i riflettori puntati da giorni.

Capire cosa sia successo quella mattina non credo spetti a nessuno di noi, verranno raccolte le prove, testimonianze e tutto quello che servirà per stabilire la verità, verrà indagata la vita della madre, del padre, passati al setaccio episodi, telefonate, lettere, e forse verranno chiarite le dinamiche.

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Una verità processuale, certo, ma questa (se venisse confermata l'accusa) non basterebbe a spiegare altre verità, racchiuse ermeticamente in un percorso doloroso, personale.

Oggi si parla di Veronica Panarello come di una persona problematica, con un passato difficile, con episodi di autolesionismo, il Gip ha deciso di convalidare il fermo, usando parole dure, precludendole la possibilità di partecipare al funerale del proprio figlio, il bambino che avrebbe – il condizionale è d'obbligo – lei stessa ucciso.

Se si superano lo sdegno e lo sgomento le vittime aumentano.

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Alba Marcoli, psicologa e scrittrice, racconta di aver iniziato ad indagare sulla rabbia delle mamme quando una signora si era rivolta al consultorio per chiedere all'assistente sociale di “toglierle” il proprio bambino, perché aveva paura di potergli fare del male, di “ammazzarlo”.

Quel bambino, suo figlio, la faceva impazzire con reiterati comportamenti ostili, con continui capricci e sfide, lei era arrivata ad un punto che non riusciva più a gestire la sua rabbia, aveva paura di perdere il controllo.

Lei stessa, la mamma, a sua volta, aveva avuto una famiglia problematica con un padre violento.

Bisognava partire da lì, dal suo dolore, dalla sua frustrazione per cercare di farla incontrare di nuovo con suo figlio, su un terreno diverso, di pace, di comprensione dei reciproci bisogni. Capire i rispettivi ruoli e riappropriarsene, quello di mamma, quello di figlio. 

I racconti contenuti nel libro sono il frutto della sua trentennale esperienza nei consultori dell'hinterland milanese, ascoltando genitori e bambini e conducendo ricerche e studi sui disagi giovanili e sui modelli comportamentali dei genitori, ma nella maggior parte dei casi sono storie a lieto fine.

Non si parla mai della rabbia delle mamme, è un sentimento che viene represso e censurato per paura di essere giudicate delle mamme cattive, ma pensare di far del male al proprio bambino non vuol dire agire, il pensiero non produce violenza, l'azione sì.

Quel confine Veronica, secondo gli inquirenti, pare lo abbia varcato.

Lei sostiene (stando a quanto riportato da tutti i giornali) di aver lasciato Loris poco lontano da scuola perché c'era traffico ed era già tardi, all'uscita viene a sapere che Loris in classe non ci arrivò mai, qualche giorno dopo l'atroce scoperta nel canalone.

Le telecamere posizionate nei vari punti della cittadina quel maledetto giorno, hanno registrato immagini che sconfesserebbero la versione raccontata dalla madre, ricostruendo tutt'altra versione, persino il marito, di fronte ad una nuova verità, quella ipotizzata dagli inquirenti, ha vacillato, anzi di più adesso attacca la moglie.

Mancano la confessione della madre ed il movente.

Il “passato” di Veronica, la fragilità di questa donna, che nessuno della sua famiglia d'origine, sin dall'inizio della storia, ha mai difeso, né la madre, né la sorella, rappresenta uno dei capisaldi dell'accusa.

Ed è con questa rabbia, quella che Alba Marcoli, psicologa prima che scrittrice, racconta nel suo libro “La rabbia delle mamme” presentato anche a Trento e a Rovereto circa due anni fa, con cui occorre fare i conti.

E' stato scritto in questi giorni che non tutti sono “idonei” per diventare genitori e se ci fosse un esame da superare, le domande che occorrerebbe rivolgere ai candidati dovrebbero riguardare il loro passato, indagare sui bambini che sono stati, sull'imprinting ricevuto perché è proprio il nostro inside emotivo che condiziona pesantemente i nostri rapporti, anzi la “trappola della relazione è proprio il nostro vissuto”.

Ogni fatto, accadimento, passaggio, storia, rapporto, si imprime nel nostro codice emotivo e condiziona tutti i nostri rapporti affettivi, e l'imprinting è dato dalla nostra prima relazione, quella con mamma e papà.

Veronica avrebbe superato l'esame?

Perché quando si diventa padre e madre inizia una nuova storia, è come trovarsi di continuo davanti ad uno specchio, anzi si è costretti a riflettersi nel proprio figlio e, spesso, pur consapevoli, commettiamo gli stessi errori, gli stessi che imputiamo ai nostri genitori, ripercorrendo gli stessi drammi.

Alba Marcoli, ci spiega che “attraverso i nostri funzionamenti mentali interpretiamo le situazioni, ma spesso non riusciamo ad inquadrare la realtà, anzi, in molti casi, i nostri filtri, le nostre paure, i nostri condizionamenti ci forniscono un quadro immaginario di quello che sta accadendo, ed è come se guardassimo la relazione con “una lente” che ingrandisce o riduce eccessivamente le problematiche”.

E suggerisce di “agire su noi stessi, cercando di capire a fondo cosa blocca le nostre relazioni, quali sono i motivi scatenanti di certe reazioni che ci paralizzano e ci impediscono di vedere oltre, questo è l'unico modo che abbiamo per stabilire un rapporto il più “sano” e reale possibile con il nostro bambino e con il mondo circostante”.

Per tornare alla mamma di prima che voleva “consegnare” il proprio bambino all'assistente sociale per non fargli del male, alla fine, dopo una lunga terapia, è riuscita ad accettare la sua rabbia, partendo dal dolore che invadeva tutto il suo essere e che non le lasciava spazio per iniziare una relazione.

Creando uno spazio interno, un punto di accoglienza, il bambino ha potuto farsi ascoltare in un altro modo, ed il suo atteggiamento oppositivo che faceva impazzire la mamma ha cominciato a diminuire lasciando finalmente spazio alla relazione e al confronto.

Alla radice della rabbia c'è sempre un senso di impotenza, la caduta dell'idealizzazione della maternità, i tabù e le censure imposte dalla società, capire come esprimere tutto questo può solo proteggere i bambini ed impedire alle madri di varcare “quella soglia” e di sprofondare nel baratro della disperazione e della separazione.

Minella Chilà

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