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Arte e Cultura

Viaggio nelle Factory Photographs di David Lynch. Al Mast di Bologna fino al 31 dicembre

«Mi fa pensare. Questa fotografia ha un forte potere evocativo. E' magica. Per me è un altro mondo. Un mondo bellissimo».

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«Mi fa pensare. Questa fotografia ha un forte potere evocativo. E' magica. Per me è un altro mondo. Un mondo bellissimo».

A parlare è lui, l'eclettico e visionario David Lynch, il camaleontico artista a «trecentosessantagradi» capace, con la leggerezza di un battito di farfalla, di abbattere i confini tra le arti visive volando a picco nei recessi della psiche, nelle viscere dell'inconscio che di volta in volta, assumendo diverse sembianze, portano a galla quella dimensione onirica e perturbante divenuta la cifra stilistica « lynchiana».

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Geniale e votato ad universi artistici plurimi, egli è ogni volta diverso e ogni volta uguale, sempre infinitamente se stesso. Assoluto e sublime. The Factory Photographs è il titolo della mostra fotografica firmata David Lynch. E ben 111 sono le sue opere ospitate al MASTdi Bologna (Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia), un centro polifunzionale che dal 2013 ha aperto la sua Gallery per opere di fotografia industriale (proprio con Lynch ha dato il via alla prima collaborazione con artisti diversi da quelli rappresentati nella propria collezione).

La fotografia dunque è per Lynch uno dei tanti linguaggi artistici da lui praticati. Sì, perché soprattutto lo conosciamo come autore di un cinema sperimentale e surreale. Il debutto, anno 1977, di certo conosciuto dai suoi fan più accaniti, è segnato dalla pellicola Eraserhead – La mente che cancella, horror che sigla il suo inconfondibile e affascinante stile visionario e inquietante.

Ma chi non ricorda la serie tv I segreti di Twin Peaks (alla quale seguirà il prequel Fuoco cammina con me) che nei primissimi anni Novanta ha ottenuto, tra turbamenti e scandali, numerosi riconoscimenti. Del 1990 è anche Cuore Selvaggio vincitore della Palma d'Oro come miglior pellicola al Festival di Cannes. Ancora, il commovente e umanissimo Elephant Man, l'originalità di una pellicola di fantascienza come Dune, la luce e l'oscurità, l'amore e la violenza nel capolavoro Velluto Blu.

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Ma come non cedere alla tentazione di citare tutti i suoi film. E dunque ricordiamo assieme la bellezza straniante e di rara eleganza di una pellicola come Strade perdute, il road movie Una storia vera e, del 2001, l'onirico e ambiguo Mulholland Drive che precede l'estremo e conturbante Inland Empire presentato nel 2006 (anno nel quale il cineasta è stato insignito con il Leone d'oro alla carriera) alla Mostra internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia.

Ma chi, come me, ama David Lynch sa che da sempre ha portato avanti la sua sperimentazione non solo in campo cinematografico ma anche nei settori della pittura, della pubblicità, del cinema d'animazione e dell'elaborazione video e, appunto, in quello fotografico. Film, cortometraggi, serie tv, uno spettacolo teatrale, ma Lynch è anche compositore, attore e addirittura presidente della David Lynch Foundation, fondazione che promuove la meditazione trascendentale (l'artista attribuisce la sua vitalistica creatività alla pratica di questa “tecnica” capace, secondo i suoi sostenitori, di sviluppare le potenzialità umane).

Nel corso della sua prodigiosa carriera, il vate capace di svelare i risvolti più inquietanti della realtà, l'anarchico delle logiche narrative, il surrealista visionario ha espresso la sua anima d'artista mediante le più svariate forme artistiche.

Con The Factory Photographs Lynch ha per un attimo deposto la macchina da presa a favore di un'altra macchina al servizio del suo visionario sguardo. Prolungamenti di una sensorialità – secondo le note teorie mcluahniane e dunque in perfetto accordo con lo spirito tecnologico della struttura ospitante le opere fotografiche – talmente sottile da cogliere quell'altrove che sta fuori e dentro di noi, liberando in tutta la sua potenza comunicativa la sublime forza della sua mente.

Ma adesso è giunta l'ora di entrare ed iniziare questo lungo viaggio. Dunque entrate con me. Ora. Siamo in via Speranza 42, non troppo distanti dal centro di Bologna ma abbastanza lontani da non riuscire più a scorgere le storiche due torri. Tuttavia ci troviamo vicino alla monumentale Certosa (il cimitero della città) ma siamo anche a due passi dal più che trafficato viale Togliatti.

Tra alti palazzi residenziali sorge poderoso e severo l'edificio che stiamo per varcare. Grandi e lunghe rampe ci attendono prima di raggiungere lo spazio espositivo al primo piano. Del MAST. Entro. E voi con me. Oltrepasso la reception e la prima sala che scorro puntando all'ampia porta a vetri che mi separa di solo qualche passo dalla mostra. Le fotografie sembrano immerse in un immaginario spazio etereo, quasi siderale. Vengo investita di un bianco abbacinante che pare dialogare con i toni ghiacciati di grigio che rivestono le scale e le rampe. Ancora ascesa dunque. Ma ci siamo, siamo già in mezzo.

Soggetti industriali. Ecco le Factory Photographs di Lynch. Bianco che dialoga con il nero. Le opere fotografiche del maestro dell'onirico sono tutte assolutamente votate al bianco e nero. Religiosamente oserei dire. Di fronte a noi, appena entrati, la prima serie. Tre foto. Formato 100 x 150 cm. 111 foto Untitled. Sono titoli non titoli. Ma che importanza ha il titolo quando la potenza sensoriale che scaturisce da immagini come queste parla più delle parole.

Un nero denso che sembra steso con le dita disegna graficamente linee nitide e severe. Nuance di grigi profondi vengono investiti da ombre scurissime che, al loro passaggio, paiono fagocitare ogni oggetto, ogni forma.

Come dicevo prima, ora siamo in mezzo e sembra non poter più sfuggire da questi luoghi non luoghi. Luoghi fisici certo, ora abbandonati, fuori servizio, inesorabilmente calpestati dal tempo e posseduti da quell'assoluto silenzio che sentiamo sotto pelle. Come un ago sottilissimo.

Duttilmente striscia su ogni dove e ogni cosa. Luoghi dunque che, dopo esser stati sfiorati dal surreale sguardo lynchiano, subiscono una trasmutazione che prima li denuda e poi dona loro sembianze metafisiche. Ecco venire a galla l'arcano, l'abissale, il recondito che imbavagliato urla per venire allo scoperto. Le atmosfere enigmatiche dei suoi film sono qui. Ed io e voi con loro. Industrie, fabbriche, macchinari, ciminiere e comignoli.

I soggetti industriali divengono luoghi misteriosi e tetri, surreali teatrini abitati da fuligginose atmosfere decadenti, scenografie di un mondo estinto che, esalando il suo ultimo respiro, dà vita a quell'altrove che è anche e soprattutto regno dell'inconscio e della psiche. Come un altro da sé, un doppio che, dopo aver preso il suo posto, si è ora sedimentato mettendo profondissime radici. Nere. No, di più. Nerissime.

Sagoma di una fabbrica nera come la pece. Una ciminiera, come una torre gotica, si staglia severa su un cielo grigio polvere. Contrasti di ombre e luci violenti. Sembrano emanare suoni gravi. Terrificanti.

D. Lynch: «Non saprei cosa farne del colore. Il colore, per me, vincola troppo alla realtà. E' limitante. Non concede spazio al sogno. Più aggiungi nero ad un colore, più questo diventa surreale… il nero ha profondità. E' come un piccolo anfratto: lo imbocchi ed è buio e continua ad esserlo anche andando avanti. Ma è proprio per questo che la nostra capacità percettiva si fa più acuta e poco a poco gran parte di ciò che accade lì dentro diviene manifesto. E cominci a vedere ciò che ti spaventa. Cominci a vedere ciò che ami, ed è come sognare».

Ma i suoni di cui prima accennavo non sono soltanto da intendersi immaginari, metaforici, in quanto il più volte definito eclettico Lynch ha provveduto anche ad iniettare la sua enigmatica esposizione di un'installazione sonora (Station, tratta dal suo album The Air is on Fire) che, come un'eterna e oscura ninna nanna, accompagna cullando la desolazione dei suoi paesaggi industriali.

Un sound incessante fatto di colpi sordi e sibili prodotti da macchinari in perpetua attività, quella che è del tutto assente nelle fotografie che scorrono davanti ai nostri occhi. Un brulicante abisso di rumori che, assieme alla devastante atmosfera degli scatti delle sue Factory Photographs, richiama alla mente la plumbea visionarietà e la dimensione cosmica industriale di Eraserhead, suo capolavoro d'esordio. Pellicola, questa, girata in un profondo bianco e nero, sublimamente vicina all'avanguardia espressionista tedesca de Il Gabinetto del Dottor Caligari (1920) di Robert Wiene e Nosferatu di Murnau (1922).

Rimandi espressionisti dunque, fatti di luci ma soprattutto di ombre nere come gli incubi, di vapori che esalano diventando impenetrabili nebbie, di onirismo oscuro e inquietante. Tutto questo anche nelle sue opere fotografiche. Tutto questo davanti a noi, ora. Nelle sue Factory Photographs.

D. Lynch: «Eraserhead è un film ambientato in America, ma anche, in parte, in una sorta di intraluogo. E' come un recesso, angusto, nascosto, sporco, dimenticato. Sono questi i luoghi che amo. Luoghi in cui si scoprono segreti.[…] Devi esserne assorbito per scoprirli, […] solo allora cominciano a parlarti. Solo allora cominci a cogliere la verità più profonda delle cose. […]».

In un arco di tempo che va dal 1980 al 2000, Lynch ha fotografato le rovine dell'industrializzazione in diverse località: New York City, New Jersey, Los Angeles, Berlino, Łódź (in Polonia), e in Inghilterra. Fabbriche abbandonate che il suo obiettivo fotografico ha trasformato in decadenti cattedrali.

Sceglie un'unica stagione. L'inverno. La stagione della desolazione per eccellenza. L'inverno gli permette di lavorare su intensi cromatismi. Bianco e nero. Contrasti evocativi, estremamente poetici.

Il suo sguardo si posa quasi ossessivamente su ciminiere, comignoli, macchinari, finestre, possenti portali e tanti micro e macro dettagli che, nel loro affascinante mutismo, evocano emotivamente un etereo stato d'abbandono. Finestre come grate, muri scrostati e oggetti metallici ormai non più funzionanti. Nel silenzio c'è posto anche per un ventilatore muto, asfittico, e grosse catene che sembrano cigolare. C'è severità innanzi a noi, giochi di luce in violento contrasto ed attente geometrie austere e taciturne.

Dalla prima sala accedo poi a quella successiva che raggiungo tramite un percorso sempre in ascesa costellato, alle pareti, di fotografie di formato minore, 28 x 35.6 cm. Untitled e sempre Untitled. Mi soffermo ad osservare le tante immagini di tralicci elettrici che come ragnatele tessono un silenzio arcano. Sono immersi nella nebbia, umida.

Quella nebbia che, per similitudine, sembra richiamare le fumose esalazioni che fuoriescono da certi giganteschi camini, come sofferti e ultimi respiri. La fotografia rappresenta per l'artista anche un mezzo di sperimentazione di soluzioni formali e tecniche, giochi di luci e particolari tagli delle inquadrature. Non di rado predilige la ripresa dal basso che, grazie ad effetti di drammatizzazione prospettica, ha il potere di acuire ulteriormente quel senso di claustrofobica vastità.

L'organismo della fabbrica sembra ancora vivere, sembra ancora respirare. Intrichi contorti di tubi, inquietanti comignoli spirano fuliggine mentre drammatiche prospettive si stagliano su orizzonti fatti di cieli grigi e disabitati. Da panoramiche che ritraggono campi sterminati, passiamo a dettagli presenti all'esterno ma soprattutto all'interno di questi luoghi.

Un quadrato, un cerchio, una lunetta di sapore classicheggiante disegnata fra anonimi mattoni refrattari. La fascinazione per la fabbrica da parte di Lynch rivela un entusiasmo che è pura passione e magica scoperta surrealisticamente capace di rivelarsi come per caso. Non c'è affatto, da parte sua, la volontà di denunciare l'impatto dell'industrializzazione sul paesaggio né la condanna di un disastro ecologico.

Quello che ci viene consegnato è ciò che di tutto quello rimane e ciò che quelle macerie sono in grado di emanare conducendoci in una sorta di nulla impenetrabile carico di un senso ultimo fatto di mistero, devastazione, e profonda angoscia.

Ci troviamo di fronte a sequenze oniriche ed enigmatiche. Sì, i suoi sono scatti che fungono da porte, ingressi per labirintici spazi della psiche e dell'inconscio. Ecco qui un esempio. Inquadratura dal basso. Una finestra, uno sportello aperto che però si tramuta in qualcos'altro: una voragine nera. Dove conduce? Sembra emettere urla, vagiti di morte. E così vivo ogni sua fotografia come fosse una calamita ed io il suo polo opposto.

Proseguo e giungo in una sala molto ampia a pianta quadrata che accoglie altre sue otto fotografie di dimensioni maggiorate, come quelle all'ingresso: 100 x 150 cm. Colpisce, ma è del tutto soggettivo perché a voi potrebbe invece colpire la foto sulla sinistra o quella a destra, la foto appesa solitaria a una parete.

Quella vetrata rotta mi appare il varco, il passaggio segreto che porta dalla realtà alla surrealtà. E il tutto con inquadrature realizzate mediante solidi equilibri e maestrie compositive degne di un'orchestra sinfonica.

Fra i tanti Untitled presenti in mostra, vengo attratta da uno in particolare, ambientato a Łódź (2000). Di un'attrazione compulsiva alla quale non mi posso assolutamente sottrarre. Mi conduce dritta nel suo spazio meraviglioso e al contempo inquietante. Sono mura, quelle che ho davanti, che paiono aver visto e udito chissà quante e quali cose… la luce, baluginante, sposta i miei occhi da destra a sinistra, per poi lasciarmi sola, abbandonata, nel buio di due varchi aperti.

Due buchi neri che appaiono come due tasselli mancanti, forati nella parete. Osservate. Ci inghiottono, ci portano altrove, negli antri, negli anfratti di noi stessi. Quelli più reconditi. Per un attimo ho un flash che mi trascina in una scena di un suo film (Fuoco cammina con me). Anche là troviamo una porta. Anche là troviamo un varco per dimensioni altre.

Ma guardate ancora. Abbiamo davanti ai nostri occhi un portone, stretto fra due colonne di cemento segnate da crepe nervose. Come rughe del tempo segnano geografie di vissuti. L'inquadratura è dominata da una perfetta prospettiva centrale. La luce, come sempre, è protagonista: nell'essere invasiva, tatua le superfici scolpendole d'ansia. Come una febbre s'impossessa di queste vite inanimate, di questi corpi fatti di cemento e ferro, vetro e mattoni. Le porte sono dunque l'accesso ad un altro universo.

Ma giriamoci un attimo. Posta di fronte a questa, una fotografia (direi quasi complementare) ritrae un portone che stavolta però ci appare chiuso. Se nell'altra dunque ci vuol condurre al suo interno invitandoci nell'abisso, qui si ha la sensazione di venir ignorati nell'esser lasciati sull'uscio e sembra costringerci a sentire il nostro esser minuscoli innanzi al mistero che cela questo imponente portone. La musica che perpetua fa da sottofondo sembra provenire proprio da questi accessi negati.

Mistero che trapela e trasuda in ogni sua opera, di qualunque forma essa sia. In queste sue immagini fotografiche ritroviamo le stesse atmosfere dei suoi film. Sono spazi nei quali vivono storie e visioni con la sola variante data dal mezzo che, a differenza del flusso temporale caratteristico del cinema, ferma ogni istante sigillandolo.

Ma andiamo avanti in questa suggestiva esposizione. Fotografie impregnate di macchie bituminose, testimoni di pestilenziali emanazioni industriali, convivono con la comparsa, in certi scatti, di conturbanti numeri su pareti intonacate o su lastre metalliche. E ancora. Arnesi curvilinei di diverse dimensioni, sembrano dialogare con le accumulazioni di Arman, appesi al muro, posti in serie, uno di fianco all'altro. Mi appaiono tremendi strumenti di tortura, ganci coi quali appendere i propri tormenti esistenziali. Reiterazioni come clonazioni d'incubi.

Fabbriche, sempre e solo complessi industriali.

D. Lynch: «Niente e nessuno, nel cinema, ha quella forza che sento invece viva nell'industria e negli uomini che vi lavorano. E' questa idea di fuoco e olio. Le fabbriche sono per me simulacri di creazione, portatrici degli stessi processi organici che regolano la natura».

Frequentissime, dicevo, sono le riprese da sotto in su. Grondaie a penzoloni che si trasformano in appendici. Una sinestesia: paiono sussurrare suoni ancestrali. Ancora. Protuberanze di cemento, inquietanti prolungamenti tra un edificio e l'altro e tubi enormi che convogliano aria.

Il tutto esaltato magnificamente da prospettive distorte e sapienti giochi di diagonali. Lynch è intenso sì. Non di rado ho subito anche un senso di stordimento, una vertigine in alcuni scatti nei quali gli edifici, resi conturbanti appunto da tali effetti prospettici, sembrano riversarsi sullo spettatore.

D. Lynch: «Amo l'industria. Le condutture. Amo i fluidi e il fumo. Amo le cose create dall'uomo. Mi piace vedere la gente lavorare duramente e mi piace la melma, gli scarti che l'uomo produce».

Guardo l'orologio e mi rendo conto solo ora che fuori è già sera, mi rendo conto dunque di come qui il tempo in qualche modo sembri rallentare e seguire altre regole che forse sono quelle della temporalità che scandisce l'infinito sound loop, anch'esso artefice di questo continuo stato di inebriante straniamento. Ma qui dentro, dentro al MAST la luce è sempre bianchissima e tutto procede uguale. Proseguo trovandomi alle spalle un altro corridoio con altre foto e altre ancora. Ancora giochi di luce. Riflessi e luci che si specchiano in grigie pozzanghere, bagliori e aperture improvvise verso un cielo che non si fa vedere, ingabbiato da spessissimi vetri.

Stanze immerse nella semi oscurità, porte e scale issate sulla parete, zone spesso in controluce. Le inquadrature dal basso si alternano ad inquadrature dall'alto con pareti che, svettando al contrario, si tuffano sul cemento. Cadiamo, saliamo, scendiamo scale e varchiamo porte, entriamo ed usciamo in questi spazi senza sapere come siamo giunti fin qui.

Come se ci fossimo svegliati un mattino (o una notte?) con la memoria parzialmente azzerata (è più forte di me pensare al film Cube). Andiamo avanti. Un relitto di macchinari, organismi meccanici che un tempo animavano con il loro frastuono questi lividi luoghi. Tubi e muri che vomitano polvere e molte finestre nel (vano) tentativo di toglierci un po' di claustrofobia portando il nostro sguardo verso l'esterno. Ci sono stanze anche con lavelli, stanze nelle quali sembra di percepire il suono di quelle gocce d'acqua torbida che ancora non vogliono smettere di scendere.

Alle mie spalle un'altra parete e su questa sempre e soltanto desolazione infranta da nessuna presenza umana.

Alcuni oggetti si percepiscono isolati grazie alla loro forma, per l'esser investiti di luce (o di ombra) o perché posti sapientemente dal maestro in un punto particolare dell'inquadratura. E poi ci sono i ponti. Ponti che svettano su grigi cieli silenziosi. Ponti rettilinei e ponti ad arco che sembrano, come la lunetta più sopra descritta, circondarsi anche di un'aura sacrale. Sacralità industriale e urbana.

Quella stessa che emanano le enormi e austere ciminiere e i labirintici tralicci, totem del progresso.

Giungo finalmente al piano superiore, l'ultimo, ove trovo un'altra stanza del tutto simile a quella precedente. Un'inquietante X campeggia su un muro e sopra di essa penzola un cavo metallico, come una sorta di cappio. Cumuli di macerie, detriti e scarti industriali sono i materiali digeriti e poi rigettati dalle fabbriche. Non posso poi non soffermarmi su un' immagine che pare uscita da un catalogo di pittura informale tanto la materia appare vissuta, graffiata e corrosa.

D. Lynch: «Vedere quei macchinari giganteschi, vederli – come dire – alle prese con il metallo fuso, mi fa sentire bene. Mi piace il fuoco, il fumo. E i rumori. Così potenti. Tutto è semplicemente grandioso. Tutto ti dice che si sta creando qualcosa. E mi piace. Davvero».

Alle mie spalle un altro corridoio e l'ultima serie di fotografie dedicate stavolta alle vetrate.

Chiuse, aperte, rotte, opache, a lunetta, ad arco, alcune capaci di lasciar intravvedere squarci di paesaggi (ma sono città fantasma), altre invece precludono la vista nel loro essere semplicemente filtri di luce sporca, opaca. E poi ci sono le ferrovie, fili spinati e ancora fili ad alta tensione. C'è un di qua e un di là. Ciò che però predomina in assoluto è l'idea d'esser rinchiusi ed impossibilitati ad uscire.

All'ultimo piano di questo nostro viaggio troviamo, in una saletta separata da un pesante tendaggio scuro, tre suoi cortometraggi, meno noti al grande pubblico. Scosto il drappo per entrare in questo spazio buio la cui oscurità è rotta unicamente dalla luce emanata da questi short films, rigorosamente in b/n e proiettati a ciclo continuo all'interno del percorso espositivo. Sono animazioni in stop motion abitate dalle sue inconfondibili atmosfere cariche di suspense e mistero.

Il primo, Industrial Soundscape, riproduce un paesaggio che potrebbe definirsi lunare se non si vedessero all'orizzonte, seminascosti da una fitta nebbia, tracciati del tutto simili a tralicci elettrici. Tutto procede senza sosta, all'infinito. Un pistone, mosso da un macchinario che riproduce roboanti suoni ipnotici, sale e scende ininterrottamente. Non ti chiedi il perché di ciò che ti appare davanti in quanto ti lasci semplicemente manipolare da queste primitivistiche immagini e da questi rumori che ti entrano dentro e si fanno sentire qui, nel petto.

Segue la seconda altrettanto conturbante animazione dal titolo Bug Crawls che pare disegnata da un bambino dopo uno di quegli incubi impossibili da dimenticare o realizzata dopo aver subito chissà quale trauma… Mi appare dinanzi la sagoma di una casa che è nera come nero è il fumo che fuoriesce dal comignolo. Nel cielo, un fantastico sommergibile volante fluttua ipnotizzando il tuo sguardo che non può non inseguirlo nella sua apatica corsa.

Di lì a poco un rumore del tutto simile a un qualcosa che raschia accompagna di pari passo l'avanzare di un gigantesco insetto intento a scalare il perimetro della casa. Sarà un viaggio dal triste epilogo.

L'accompagnamento musicale è etereo ma straziato dal rimbombo di lampi e tuoni che non fanno che acuire quel senso di disagio e di sospensione. Poi, anche qui, una porta. A un certo punto si apre un varco che ci invita a scrutare al suo interno. Ciò che soltanto riusciamo a scorgere è frastuono e accecanti scintille da fiamma ossidrica: la fabbrica con i suoi rumori, il fuoco e la potenza delle macchine.

Nei suoi cortometraggi, come nei suoi film e in ogni sua forma espressiva, non ti chiedi la motivazione delle cose. Le vivi e basta. In ogni caso prevale in assoluto la dimensione irrazionale, l'unica capace di trascinarti in quegli spazi che non sono solo là ma anche e soprattutto dentro se stessi.

La rassegna dei suoi corti animati si conclude con Intervalometer: Steps che per tutta la durata ci fa assistere all'immobilità (la potrei forse definire apparente) di cinque gradini di una scala che attraversa il campo in diagonale. Il lento incedere di sempre più inquietanti ombre di un (forse) verdeggiante albero definisce ciò che a me appare come una sorta di trasposizione dello scorrere del tempo. Ineluttabile.

Si conclude qui il nostro viaggio. Ringrazio tutti voi che mi avete seguito fino a questo punto, voi che avete voluto percorrere al mio fianco questo itinerario che per me è stato fonte di concatenazioni visive ed emotive. Usciamo dunque da questo edificio che egregiamente ha saputo accogliere nel suo grembo una parte di ciò che Lynch, con il suo geniale eclettismo, ci ha regalato.

Fuori ora è sera. E mi verrebbe da dire Adesso è buioNow is dark, che è la celebre frase ripetuta più volte dal perturbante Frank Booth, interpretato dal grande Dennis Hopper, in Velluto blu.

Ora che sono uscita, ora che il silenzio accompagna i miei passi, lascio liberamente scivolare nella mia mente tutte quelle immagini e con esse quel senso di tenera fragilità. Mentre il buio avanza penso all'ignoto, presenza così viva in quelle foto e nella nostra esistenza. Nel silenzio mi sembra quasi di sentire l'impercettibile suono nel suo tessere quella tela dove ognuno di noi, consapevolmente o meno, si trova in mezzo…

Mast Gallery

David Lynch: The Factory Photographs

Via Speranza, 42 Bologna

17 Settembre – 31 Dicembre 2014

martedì – domenica ore 10.00 – 19.00

Tabarelli Sabrina – tabarelli.sabrina@libero.it

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