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Italia ed estero

Peter Kassig, un eroe nell’inferno siriano

Un eroe: questo era Peter Kassig e così dovremmo ricordarlo. Ieri, la drammatica notizia: l'autoproclamato “Stato Islamico” ha diffuso in rete un video in cui mostra l'ostaggio americano decapitato.

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Un eroe: questo era Peter Kassig e così dovremmo ricordarlo. Ieri, la drammatica notizia: l’autoproclamato “Stato Islamico” ha diffuso in rete un video in cui mostra l’ostaggio americano decapitato.

Peter aveva solo 26 anni e aveva deciso di dedicare la sua vita a migliorare quella degli altri. Peter, o forse meglio, Abdul-Rahman, il nome che Kassig scelse dopo essersi convertito all’Islam durante la prigionia, aveva un passato nell’esercito americano.

Nel 2006, terminata la scuola superiore, il giovane optò per la carriera militare. Venne assegnato al settantacinquesimo reggimento dei Ranger e trascorse anche quattro mesi in Iraq.

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Congedato con onore per motivi di salute, Kassig decise di ricominciare la sua vita da civile iscrivendosi all’università. Ma era sempre inquieto, disperatamente alla ricerca del suo posto nel mondo.

Sapeva che avrebbe dovuto concentrarsi sugli studi, ma il suo cuore era rimasto in Medio Oriente. Fu così che mentre frequentava la Butler University, tra il 2011 e il 2013, Peter colse l’occasione per visitare Beirut, in Libano. Qui venne “travolto” dalle notizie che giungevano dalla vicina Siria, dove impazzava la guerra civile.

Quella siriana è infatti una tragedia umanitaria dalle dimensioni spaventose: più di 3 milioni di siriani hanno abbandonato il paese e il Libano si è fatto carico di circa 1,5 milioni di rifugiati. Un numero che cresce ogni giorno. E cibo, alloggio e assistenza medica sono sempre più difficili da reperire.

Joshua Hersh, giornalista del quotidiano americano The New Yorker, incontrò l’ultima volta Kassig in un bar nel centro di Beirut nel settembre del 2013. Hersh racconta che l’impegno ad alleviare le sofferenze causate dalla guerra siriana aveva spinto Kassig “dai margini del conflitto al suo epicentro, in un momento in cui la crescente instabilità della regione aveva causato la ritirata di diversi operatori umanitari”.

Dopo un primo periodo dedicato a fornire cure mediche ai rifugiati in Libano, Peter fondò l’organizzazione umanitaria Sera (Special Emergency Response and Assitance). Aveva solo 24 anni e con il suo piccolo gruppo ambiva a istruire personale medico e aiutare i più bisognosi in quelle aree dove le altre organizzazioni umanitarie non riuscivano a operare in maniera efficace.

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Nell’ottobre del 2013, mentre stava tentando di raggiungere la località siriana di Deir el-Zor durante una missione umanitaria, Peter venne fatto prigioniero. Poi, un anno dopo la cattura, ricomparve nel video in cui i miliziani dello “Stato Islamico” mostravano l’assassinio del cooperante britannico Alan Henning.

Gli jihadisti minacciarono che Kassig sarebbe stato la prossima vittima. Nei giorni che seguirono, i genitori pubblicarono parte della lettera spedita dal loro unico figlio nei mesi di prigionia. Una lettera in cui il giovane esprimeva gratitudine per il padre e la madre e tentava, per quel che gli era possibile, di rassicurarli.

Ho chiaramente molta paura di morire, ma la parte peggiore è non sapere, dubitare, sperare, e illudersi che ci sia una qualche speranza. Sono davvero triste che questo sia successo e per quello che voi state vivendo a casa. Se morirò, sperò almeno che voi ed io potremo trovare conforto nella consapevolezza che me ne sono andato nel tentativo di alleviare le sofferenze dei più deboli e bisognosi”, scriveva Peter.

La fiamma dell’altruismo bruciava forte nell’anima di Peter. Nel giugno 2012, poco dopo aver fondato Sera, la CNN lo intervistò mentre prestava cure mediche ai rifugiati siriani.

Parlando del suo impegno per le vittime della guerra siriana, Peter affermò: “A mio modo di vedere, non avevo scelta. Questo è il motivo per cui sono venuto al mondo. Immagino di essere solo un inguaribile romantico, un idealista che crede nelle cause perse”.

Un eroe.

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