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Italia ed estero

Morto un califfo se ne fa un altro: l’Isis sopravviverà ad Al Baghdadi

Al Baghdadi è stato ucciso”, “No, è ancora vivo”, “È solo stato ferito”: sono due giorni che si rincorrono le voci su una possibile morte del califfo del terrore. L'ultimo aggiornamento viene dal ministro dell'Interno iracheno, che dichiara all'agenzia irachena Nina che il capo jihadista è stato ferito in un raid aereo, nel quale sono rimasti uccisi altri esponenti dello Stato Islamico.

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Al Baghdadi è stato ucciso”, “No, è ancora vivo”, “È solo stato ferito”: sono due giorni che si rincorrono le voci su una possibile morte del califfo del terrore. L’ultimo aggiornamento viene dal ministro dell’Interno iracheno, che dichiara all’agenzia irachena Nina che il capo jihadista è stato ferito in un raid aereo, nel quale sono rimasti uccisi altri esponenti dello Stato Islamico.

Il ministro iracheno afferma inoltre che il “califfo” è stato trasferito in Siria, in una regione sotto il controllo dei suoi miliziani, per essere curato. Ma i dubbi sulla sua presunta morte permangono. Non c’è da stupirsi: quella di Al Baghdadi è una storia avvolta nel mistero, fatta di tanti miti e fragili certezze.

Ambizioso militante iracheno, Al Baghdadi assunse la guida dell’Isis nel 2010 e in pochi anni riuscì ad affermarsi come figura leader nella comunità jihadista. Fino a oggi, si è mostrato una sola volta al pubblico internazionale, in un video diffuso su internet a giugno, che lo riprende mentre tiene un sermone a Mosul.

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Quanto bastava per essere celebrato e osannato come “califfo” del neonato Stato Islamico. E per essere indicato dalla rivista americana Forbes come il cinquantaquattresimo uomo più potente del mondo.

Il mistero che ancora aleggia intorno alla morte dell’autoproclamato califfo spinge quindi a chiedersi: “Che succederebbe se le notizie sulla sua morte fossero confermate? L’Isis sopravviverebbe alla morte del suo leader?

Sarebbe senza dubbio una grande vittoria per la coalizione guidata dagli statunitensi. Gli Stati Uniti, che hanno messo una taglia di 10 milioni di dollari sulla testa di Al Baghdadi, dimostrerebbero di essere davvero capaci di individuare e colpire i centri nevralgici dell’organizzazione militare e politica del nemico.

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Una vittoria che verrebbe celebrata in tutto il mondo libero. Rimane però da chiedersi se la morte del “califfo invisibile” sarebbe sufficiente a convincere migliaia di jihadisti armati fino i denti ad abbandonare il loro tanto folle quanto odioso progetto del califfato del terrore.

La risposta è certamente no. Uccidere Al Baghdadi non ucciderà la folle ideologia su cui è stato fondato il suo “regno delle tenebre”. E non impatterà nemmeno sulle finanze dello Stato islamico che, con i proventi provenienti dalla vendita del petrolio (si parla di 3 milioni di dollari al giorno), è di gran lunga la più ricca organizzazione terroristica della storia.

Morto Al Baghdadi, gli Stati Uniti e gli alleati dovranno quindi continuare i loro sforzi per colpire le fonti di reddito dell’Isis e, più in particolare, le entrate provenienti dalla vendita del petrolio. Una sfida non facile, vista anche la persistete riluttanza della Turchia, paese dove la maggior parte del petrolio dell’Isis viene commercializzato, a combattere il mercato nero di questo prodotto.

C’è poi da dire che Al Baghdadi è tutt’altro che insostituibile. Il toto-califfo pare già essere cominciato e sono in molti tra gli emiri locali ad ambire al posto di Al Baghdadi. E il prescelto potrebbe essere ancora peggio del successore. Come afferma il colonnello americano Kenneth King, ex responsabile di Camp Bucca, il centro di detenzione dove Al Baghdadi fu tenuto prigioniero fino al 2009, “C’erano detenuti peggiori di Al Baghdadi”.

Al momento, paiono essere in pole position per la successione Abu Mohammad Al Adnani, attuale portavoce ufficiale del gruppo jihadista e Abu Ayman Al Iraqi e Abu Ali Al Anbari, noti entrambi per aver ricoperto ruoli di prestigio nell’esercito iracheno ai tempi di Saddam Hussein.

E infine c’è il problema più grande: il progetto dello Stato Islamico, con la sua folle ideologia, ha ormai esteso i suoi tentacoli in ogni parte del globo. La morte di Baghdadi non andrebbe a scalfire minimamente quell’ideologia.

Anzi, una volta “martire”, il califfo diventerebbe esempio da imitare e questo non farebbe altro che dare forza al mito su cui si fonda la sua immagine. È quello che successe nel 2011 dopo la morte di Bin Laden: le immagini del defunto leader di Al Qaida spopolano ancora tra i sostenitori del gruppo terroristico.

Se le notizie sulla morte di al Baghdadi dovessero essere confermate, la coalizione guidata dagli americani non dovrà quindi fermarsi a celebrare, ma dovrà intensificare i suoi sforzi nella lotta contro quell’orrendo fenomeno che è l’estremismo islamico. In tal senso, decapitare la loro leadership è solo il primo passo.

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