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Trento

Il Trentino nella Grande Guerra

Cent’anni orsono, l’attentato di Sarajevo poneva bruscamente fine alla Belle Epoque: ma il tramonto di questa fase della civiltà europea non ebbe dappertutto la stessa risonanza. 

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Cent’anni orsono, l’attentato di Sarajevo poneva bruscamente fine alla Belle Epoque: ma il tramonto di questa fase della civiltà europea non ebbe dappertutto la stessa risonanza. 

Non l’ebbe innanzitutto nel rurale Trentino, ove l’assassinio dell’erede al trono, pur nell’improvvisazione e disorganizzazione quasi ridicola del manipolo di congiurati, apparve semplicemente come inaudito e criminale affronto alla famiglia imperiale ed alla “cattolicissima Austria” nel suo insieme.

Un mese di incomprensibili giochi diplomatici si consumò inutilmente, senza che i tirolesi di lingua italiana afferrassero pienamente le implicazioni comportate dalla successiva raffica di reciproche dichiarazioni di guerra.

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E anche nell’immediatezza della mobilitazione generale parve ai popoli di Francesco Giuseppe che ancora si trattasse “solamente” di dare una meritata lezione all’infido regno di Serbia.

O, tutt’al più, di coinvolgere nel castigo anche l’impero degli zar che della Serbia era da tempo interessato alleato in funzione antiaustriaca. Le prime operazioni militari si incaricarono di togliere ogni illusione: il fronte serbo riserbò presto inattesi rovesci ed umiliazioni per il generale Oskar Potiorek, governatore della Bosnia e Erzegovina, che già come comandante la piazza militare di Sarajevo non era stato in grado di prevenire l’attentato, di cui era stato testimone diretto.

Sul fronte orientale, dopo un inizio esitante nel quale le armate austroungariche si erano avventurate oltreconfine nelle profondità delle steppe ucraine e polacche, la controffensiva zarista aveva rapidamente travolto le linee difensive della Duplice monarchia e schiacciato la rete logistica della Galizia asburgica: Przemysl, Leopoli, Cracovia, erano cadute una dopo l’altra: potenti e costosissime piazzeforti, che nell’anteguerra avevano richiesto all’impero sforzi economici spaventosi, erano rimaste come scogli nella tempesta di fronte all’avanzata russa e, isolate, avevano dovuto cedere in tempi decisamente rapidi.

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La fine del 1914 vedrà l’impero germanico obbligato a sostenere l’alleato anche a oriente, laddove si presumeva che proprio le armate asburgiche avrebbero dovuto proteggere la frontiera orientale della Germania mentre essa avrebbe provveduto a mettere fuori gioco la Francia.

E solo raschiando il fondo del barile, con l’estensione della leva ai cinquantenni, l’Austria-Ungheria proverà a rinsanguare, a prezzo di un grave scadimento qualitativo, le sue esauste armate.

Il Natale del 1914 arrivava sotto lugubri auspici, assieme ai segni premonitori della disastrosa “offensiva dei Carpazi” del gennaio-marzo del 1915, nella cui infernale fornace finiranno per sciogliersi le ultime speranze, il morale e le forze dell’obsoleto apparato militare asburgico. Un milione e duecentomila perdite, fra morti, feriti, dispersi e prigionieri, dall’agosto al dicembre faranno sì che l’impero di Francesco Giuseppe possa considerare sostanzialmente perduta la sua Grande Guerra già al termine del 1914.

Luca Girotto (1963), dirigente medico, fin dalla fine degli anni Ottanta si dedica allo studio degli avvenimenti bellici del 1915-1918 sul fronte tra la Valsugana, il Lagorai e la Val Cismon, nonché della guerra austro-russa sul fronte della Galizia.

Tra i fondatori ed animatori dell’“Esposizione Permanente sulla Grande Guerra in Valsugana e nel Lagorai” di Borgo Valsugana, Ha pubblicato diversi lavori, fra i quali: 1915-1915. La lunga trincea (Rossato, 1995), e 1914-1918. Tra le rocce, il vento e la neve… (Aviani, 1996). È tra i curatori della Guida alla mostra permanente della Grande Guerra in Valsugana e sul Lagorai (Litodelta, 2007), e di Itinerari della Grande Guerra in Valsugana Orientale e Tesino (Litodelta, 2007).

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