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Italia ed estero

Da «Yes, we can» a «Podemos», per continuare a sperare

Cala il tramonto sull'esperienza da presidente di Barack Obama. Con due anni d'anticipo. Nelle elezioni di metà mandato, i repubblicani hanno strappato ai democratici l'intero Congresso. Non accadeva dal 2006.

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Cala il tramonto sull’esperienza da presidente di Barack Obama. Con due anni d’anticipo. Nelle elezioni di metà mandato, i repubblicani hanno strappato ai democratici l’intero Congresso. Non accadeva dal 2006.

“Ripudiato”, titola il Washington Post. L’elettorato americano ha condannato il presidente a passare i prossimi due anni prigioniero dei repubblicani, privo della maggioranza necessaria per far passare le sue riforme. Dov’è finito l’uomo che arringava le folle al grido di “Yes, we can”? Che ne è stato delle sue promesse? L’ Obama di oggi è ormai l’ombra di quello che conquistò l’America nel 2008.

Ma se Obama non riesce più ad incantare, dall’altra parte del globo un nuovo soggetto politico tenta là dove il presidente americano ha fallito. Coinvolgere i cittadini nella vita politica: è questo l’obiettivo di Podemos(Possiamo, traduzione spagnola di “Yes, we can”, ndr), partito fondato in marzo dagli esponenti di sinistra del movimento spagnolo degli indignados.

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Gli indignados sono un movimento di protesta nato il 15 maggio del 2011, in risposta alla disoccupazione di massa e alle soffocanti misure d’austerità. Podemos nasce con l’obbiettivo di trasformare queste proteste in una vera e propria piattaforma politica in grado di dar vita a un cambiamento radicale.

L’obbiettivo di Podemos è trasformare una maggioranza già esistente nella società in una maggioranza politica”, dichiara Pablo Iglesias, leader del partito. E continua: “La politica deve essere fatta dai cittadini. Se i cittadini non fanno politica, altri la faranno per loro. E in questo caso, si porteranno via i tuoi diritti, la tua democrazia e il tuo portafoglio”.

Il debutto elettorale non avrebbe potuto essere migliore. A maggio, a due mesi dalla nascita, Podemos ha ottenuto l’ 8% dei voti nelle elezioni per il parlamento europeo, riuscendo ad aggiudicarsi cinque seggi nell’assemblea di Strasburgo.

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La voglia di cambiamento sembra inarrestabile. Oggi, il quotidiano El Pais, riportando gli ultimi dati sulle intenzioni di voto raccolte dal Centro di Indagine Sociologica, mostra che, se si votasse oggi, Podemos conquisterebbe ben il 22,5% dei voti. I due partiti tradizionali, quello popolare e quello socialista, sentono già il fiato sul collo.

Si tratta di numeri che non vanno per nulla sottovalutati, fanno notare gli analisti spagnoli. Podemos intercetta infatti il malcontento della stragrande maggioranza della popolazione spagnola, delusa dai partiti tradizionali, prostrata da una crisi economica gravissima e disgustata dalla corruzione endemica che è emersa con la crisi finanziaria.

Al momento però è ancora presto per parlare di un programma politico vero e proprio. Il programma elettorale di Podemos sembra piuttosto una lista dei desideri. Alzare i salari minimi, eliminare i paradisi fiscali, nazionalizzare le banche e le imprese che sono state salvate con i soldi pubblici e abbassare l’età pensionabile a 60 anni. E ancora: introdurre una settimana lavorativa da 35 ore, distribuire i salari più equamente, garantire l’uguaglianza di genere e abolire tutti gli ospedali privati.

Sono in molti coloro che che si chiedono come la fragile Spagna, che sta uscendo a fatica da una profonda recessione, possa affrontare dei cambiamenti così epocali come quelli previsti dal programma di Podemos.

E che dire poi dell’importanza che viene attribuita alla partecipazione attiva dei cittadini? C’è già chi teme una deriva populista, una svolta demagogica come quella che è avvenuta in Italia con il Movimento Cinque Stelle.

Pablo Iglesias, leader del movimento, rispedisce tutte le critiche al mittente. 35 anni, coda di cavallo, Iglesias è l’uomo simbolo di Podemos. Politicamente impegnato fin da giovanissimo, è cresciuto negli ambienti di sinistra e dal 2008 insegna come professore all’Università Complutense di Madrid.

La sua popolarità l’ha portato ad essere oggetto di critiche pesanti. C’è chi lo paragona ad Adolf Hitler, chi a Fidel Castro. Chi lo taccia di essere stravagante e chi invece lo accusa di estremismo. E poi c’è chi vede in lui una sorta di Robin Hood.

Iglesias non si scompone. Per lui le critiche sono una dimostrazione che l’establishment sta cominciando ad avere davvero paura. E rilancia: “Vogliamo un paese decente. Un paese con dei servizi pubblici, un paese dove nessuno è cacciato di casa, un paese con ospedali pubblici, pensioni pubbliche, un paese in cui non sei destinato a far la fame”. E conclude: “Si tratta di cose semplici”.

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