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Liberi di stuprare: l’Iran impicca Reyhaneh Jabbari

Reyhaneh Jabbari è stata impiccata. Condannata a morte per l'uccisione dell'uomo che voleva stuprarla, la giovane iraniana è stata uccisa a mezzanotte nel carcere di Teheran. Nulla ha potuto la campagna internazionale lanciata per salvarla.

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Reyhaneh Jabbari è stata impiccata. Condannata a morte per l’uccisione dell’uomo che voleva stuprarla, la giovane iraniana è stata uccisa a mezzanotte nel carcere di Teheran. Nulla ha potuto la campagna internazionale lanciata per salvarla.

Shole Paravan, la madre della ragazza, ha confermato la notizia a fonti della Bbc. All’esecuzione erano presenti i genitori di Reyhaneh e il figlio della vittima, Jalal Sarbandi. Sarebbe stato proprio lui a togliere lo sgabello da sotto i piedi della ragazza.

Secondo Amnesty International, il processo che ha portato all’esecuzione della giovane iraniana è stato viziato da numerose irregolarità. Reyhaneh è stata arrestata nel 2007, con l’accusa di aver ucciso Morteza Abdolali Sarbandi, un ex dipendente del ministero dell’Intelligence iraniano.

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All’epoca Reyhaneh aveva 19 anni e ammise di aver accoltellato l’uomo. Per difendersi da un’aggressione sessuale. Ma il tribunale non tenne minimamente conto delle sue parole. Il verdetto: condannata a morte per omicidio.

La ragazza avrebbe comunque potuto salvarsi: era sufficiente il perdono della famiglia della vittima. Il figlio di Sarbandi si mostrò disposto a perdonare Reyhaneh, a patto che questa negasse di aver subito un tentativo di stupro. Un compromesso che Reyhaneh ha rifiutato fino alla fine.

La vicenda ha scatenato una campagna mediatica globale, che ha dato vita anche ad una petizione per il suo rilascio. Sono state raccolte ben 240.000 firme. Il 30 settembre, di fronte alla pressione internazionale, le autorità iraniane hanno deciso di posticipare l’esecuzione.

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Ma venerdì si sono infrante le ultime speranze. Shole Paravan è stata chiamata dal carcere dov’era detenuta la figlia e le è stato detto che avrebbe potuto vederla per un’ultima volta, prima dell’impiccagione, programmata per l’alba del sabato.

In un post pubblicato su Facebook, Paravan riporta lo struggente addio della figlia: “Addio, cara mamma. Tutte le mie pene finiranno domani. Mi dispiace di non poter alleviare la tua sofferenza. Sii paziente. Noi crediamo nella vita dopo la morte. Ci vedremo nell’aldilà e non ti lascerò più, perché stare lontana da te è stata per me la cosa più difficile al mondo”.

L’esecuzione di Reyhaneh non è solo l’ennesima dimostrazione dell’inadeguatezza del sistema giudiziario iraniano rispetto agli standard internazionali sui diritti umani. L’uccisione di Reyhaneh è sintomo di qualcosa di molto peggiore.

In Iran, se una donna viene stuprata è considerata un’adultera e viene condannata alla lapidazione. Se invece tenta di difendersi, rivoltandosi al suo stupratore, può essere processata per omicidio ed essere condannata all’impiccagione.

Nel caso in cui si dimostri che un uomo ha stuprato una donna, anche per lui la condanna è l’impiccagione. Ma nella stragrande maggioranza dei casi, l’uomo solitamente viene lasciato libero, perché i giudici vanno affannosamente alla ricerca di qualche indizio nell’abbigliamento o nel comportamento della donna che abbia “indotto” la violenza sessuale.

Di tutt’altra natura il trattamento riservato alle donne. Il codice penale iraniano, che si fonda su un’interpretazione della legge islamica, afferma che una donna che ferisce o uccide il suo violentatore nel tentativo di difendersi non deve essere perseguita.

Ma è tremendamente difficile dimostrare che si è agito in legittima difesa. La presunta vittima deve infatti provare che la portata della sua reazione era pari al pericolo che fronteggiava. Inoltre, deve dimostrare che il ricorso alla violenza era l’ultimo mezzo disponibile per sfuggire allo stupro.

All’alba di questa mattina Reyhaneh è stata impiccata. Ammazzata brutalmente, non giustiziata. La giustizia non ha niente a che vedere con questo crimine legalizzato.

Per l’ennesima volta, l’Iran si conferma uno stato che odia le donne.

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