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Italia ed estero

L’Ungheria di Viktor Orbán: il tramonto della democrazia?

Alla fine della guerra fredda, l'Ungheria occupava un posto speciale nella storia delle rivoluzioni del 1989. Era stata infatti il primo paese nell'orbita sovietica ad abbandonare il comunismo e introdurre la democrazia liberale.

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Alla fine della guerra fredda, l’Ungheria occupava un posto speciale nella storia delle rivoluzioni del 1989. Era stata infatti il primo paese nell’orbita sovietica ad abbandonare il comunismo e introdurre la democrazia liberale.

Oggi la repubblica magiara si conferma ancora una volta all’avanguardia, diventando il primo paese europeo a prendere le distanze dal modello liberale di democrazia.

Indiscusso protagonista e interprete di questa parabola è Viktor Orbán, primo ministro ungherese in carica. La metamorfosi personale del leader ungherese ha infatti accompagnato passo dopo passo quella del suo paese.

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Nel 1989, Orbán, allora venticinquenne, si affermò come giovane stella della politica ungherese, pronunciando un memorabile discorso a favore dell’introduzione di elezioni democratiche e della partenza delle truppe sovietiche dal paese.

A Budapest, nella Piazza degli Eroi, durante una cerimonia commemorativa dei 2.500 ungheresi rimasti vittime della repressione sovietica durante la rivoluzione del 1956, il giovane Orban si scagliò contro l’ipocrisia dell’élite al potere, accusandola di essersi impossessata del progetto riformista di quelle stesse persone che trent’anni prima aveva condannato a morte.

Si trattò di una mossa coraggiosa, che permise a Orbán di conquistarsi il rispetto di molti. Dopotutto, i comunisti erano ancora al potere.

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Ma cosa è rimasto di quel giovane visionario? Praticamente nulla. Dopo una prima esperienza come primo ministro tra il 1998 e il 2002, Viktor Orbán è tornato alla guida dell’Ungheria nell’aprile del 2010. Da allora ha consolidato il suo potere mettendo in discussione l’indipendenza della magistratura, imbavagliando i mezzi di comunicazione e adottando una retorica nazionalista.

Ma è stato il 26 luglio di quest’anno, nella località rumena di Baile Tusnad, che il primo ministro ungherese ha reso pubblico il suo grande progetto. Parlando con ammirazione di Russia, Cina e Turchia, Orbán ha dichiarato che l’Ungheria si avvia a diventare uno “stato illiberale”.

Sia ben chiaro, la repubblica magiara continuerà a essere una democrazia e a rispettare alcuni principi liberali fondamentali, come la libertà di parola, ma lo farà secondo “un approccio differente, nazionale, speciale”.

Il primo ministro ungherese non ha poi tardato a mostrare cosa intende per “approccio speciale”. Con una serie di azioni contro vari gruppi per i diritti civili, Orbán si è adoperato per mettere a tacere le poche voci critiche che ancora osavano mettere in discussione il suo regime.

Emblematica in tal senso è la vicenda di Okotars, organizzazione non governativa ambientalista con sede a Budapest, che riceve fondi da Norvegia, Islanda e Liechtenstein. All’inizio del mese, la polizia ha fatto irruzione nei suoi uffici, confiscando computer e documenti per presunte irregolarità nella gestione economica, che sono state prontamente negate dall’organizzazione.

Domenica scorsa poi, si sono tenute le elezioni locali in molte città dell’Ungheria. Fidesz, il partito del primo ministro, si è affermato come chiaro vincitore, sbaragliando l’opposizione di sinistra e lasciando all’estrema destra di Jobbik solo alcuni feudi nelle aree rurali.

Questo significa che, con nessun’altra elezione in calendario prima del 2018, Orbán avrà tutto il tempo di consolidare il suo potere e portare avanti il suo progetto illiberale.

La vicenda ungherese ci ricorda che le democrazie possono essere vittima di un’involuzione, di un processo per così dire di “de-democratizzazione”. Questa non è proprio una novità. Forse più sorprendente è la metamorfosi personale del primo ministro ungherese, uomo che ha raggiunto il potere come sostenitore dei valori liberali e che si è poi rivelato promotore di un discorso che va esattamente nella direzione opposta.

In Europa, Orbán purtroppo non è solo. Nel coro degli anti-democratici, gridano, anzi strepitano, sempre più a gran voce la francese Marine Le Pen, l’olandese Geert Wilders e l’inglese Nigel Farage, solo per citare i nomi più noti.

In gioco è il futuro stesso della cultura politica europea. Tutto dipenderà da come riusciremo a resistere al virus che Orbán ha contribuito a diffondere nel continente.

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