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Trento

Storie di padri separati: Il Coniglio Gigante. La storia di Bruno.

È una storia vera, scritta in forma narrata. Sono racconti che ricalcano pari pari quanto raccolto nei vari confronti con i padri separati che si sono rivolti al CAPST (Centro Aiuto Papà Separati del Trentino) e dove, quasi in forma di catarsi, lo sfogo di tanti disperati è servito loro a darsi speranza per condividere assieme la ricostruzione di una dignità diminuita per mancanza di affetto e risorse economiche.

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È una storia vera, scritta in forma narrata. Sono racconti che ricalcano pari pari quanto raccolto nei vari confronti con i padri separati che si sono rivolti al CAPST (Centro Aiuto Papà Separati del Trentino) e dove, quasi in forma di catarsi, lo sfogo di tanti disperati è servito loro a darsi speranza per condividere assieme la ricostruzione di una dignità diminuita per mancanza di affetto e risorse economiche.

Ad una donna che legge questa microstoria di maschili fallimenti non si chiede di assolvere i comportamenti dei protagonisti, ma di fare uno sforzo per comprendere l’umana debolezza che noi maschi, chi più chi meno, ci portiamo dietro. E che rende così complicato definire il nostro posto nel mondo.

Quando mi chiamarono dalla direzione del parco divertimenti per dirmi di presentarmi immediatamente, il sudore all’interno del costume era virato sul gelido. Licenziato, pensai. Per l’ennesima volta. Perché non funzionavo lo avevo capito da un pezzo.

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Mancavo di specializzazione (avevo quasi sempre fatto il custode) non avevo che la terza media, ero un terrone al nord. In tempi di crisi, quando hanno fame anche i leghisti contano.

Entusiasti per il gran coniglio che evocavo con il mio costume, nugoli di bambini festanti mi si fecero attorno accompagnandomi quasi davanti alla porta della direzione. Nel quotidiano, questi bimbi con cui ballavo e scherzavo avevano sostituito come ologrammi i miei che non vedevo da più di un anno, ma erano ignari che dietro il sorriso fisso del personaggio vi era un altro coniglio in carne e ossa e più che disperato, morto di paura.

Il licenziamento sarebbe stata una carezza sul viso in confronto a quanto mi aspettava. Due carabinieri e un direttore seccato. Pensai che non potendo permettermi nemmeno la macchina non erano faccende di codice della strada, inoltre da buon coniglio non avevo il coraggio di rubare dunque..?

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Pensando al peggio non sbagliavo, avevo commesso un reato grave. Nell’atto che mi consegnarono c’era scritto che dovevo presentarmi per essere interrogato come persona indagata in ordine al delitto p. e p. dall’art.570 c.p., perché omettendo di versare l’assegno per il mantenimento dei figli minori alla madre mi sottraevo agli obblighi di assistenza inerenti la potestà genitoriale.

Lei, la madre, aveva un lavoro in proprio e sapevo che non se la passava male per alcuni vuoti di memoria che gli occorrevano al momento di fare uno scontrino.

Forse non bastava, e dato che ero sparito e non mi sentiva da molti mesi, aveva pensato bene di andare in Comune ad un qualche sportello assistenziale e richiedere come previsto l’assegno che io non pagavo.

In Comune non le fecero nessuna difficoltà, solo qualche firma, che di fatto equivaleva ad una denuncia nei miei confronti, visto che subito spedirono in Procura copia dell’incartamento, e immagino che dati i tempi era unita a molte centinaia di copie analoghe di altri fortunati come me, con il messaggio che per aver io commesso il reato di mancata corresponsione degli alimenti vi avevano provveduto loro, ma andavo punito e, possibilmente in fretta visto che il denaro era del popolo. Lo dice la legge.

Le carte che mi notificarono in direzione dicevano anche altro, dovevo presentarmi per essere interrogato come persona indagata assistito da un avvocato che sia di fiducia o di ufficio era lo stesso, tanto dovevo pagarlo comunque avendo sforato il reddito minimo per avere il gratuito patrocinio.

Un reddito che potevano avere solo i barboni o gli evasori fiscali seri. E io a quarantadue anni guadagnavo la spaventosa cifra di 1.050 Euro al mese.

Chissà perché pensai nella mia ignoranza che l’avvocato d’ufficio fosse meno costoso. Chiamai quello assegnatomi, che mi disse di presentarmi dall’Ufficiale della Polizia Giudiziaria nell’ora e giorno indicati per l’interrogatorio, ma che un quarto d’ora prima ci saremmo confrontati in corridoio sulla strategia da tenere nell’interrogatorio.

Strategia in un quarto d’ora? Sono un uomo finito, ho lasciato la città dove avevo conosciuto mia moglie e messo su famiglia con due figli per andare a fare il coniglio gigante in un parco divertimenti, stavo tentando di ricominciare dopo vari fallimenti e lavori in giro per il tutto il Paese, anche per scacciare il ricordo di cenette da sposini e serate con gli amici, una casa decorosa e accogliente, la gravidanza, la nascita dei figli, le prime difficoltà economiche, le liti sempre più frequenti, la mia cronica incapacità a comprendere le ragioni degli altri sia che siano mogli o figli e, in mancanza di argomenti per controbattere, il vizio di usare le mani per sostenere le mie ragioni. Una abitudine pagata cara.

Una donna può anche portare pazienza fintanto che viene maltrattata solo lei, ma quando le tocchi i figli che ha messo al mondo, per te è finita. Questo l’ho imparato a mie spese, è questo che intendo per ritenermi un coniglio, ed è per questo che ho indossato quel costume quasi come un contrappasso, una seconda pelle che ho capito di dover meritare.

Nel costume da coniglio mi immedesimai a tal punto che di proposito mancai di farle sapere che avevo trovato un nuovo lavoro e dove abitavo, ma me ne ero andato lasciandole tutto e sapevo che non moriva di fame.

I figli erano in quell’età in cui non sono né piccoli né grandi e non li vedevo particolarmente entusiasti quando mi vedevano, direi che erano sprezzanti, ma lasciavo nei riccioli di carta di un gratta-e-vinci quotidiano la speranza di riscattami anche nei loro confronti.

Di più, trovai anche una collega di lavoro che quando si toglieva il costume da Paperina consolava le mie pene, ed era una consolazione che comportava comunque un minimo di dignitosa vita da fidanzati, che da buon meridionale ero munifico e all’antica, con me le donne non pagavano mai. Poi magari le picchiavo, ma non pagavano mai, almeno all’inizio.

Non trovando buste paga da pignorare e perdendo le mie tracce ne nacque una catena di S. Antonio: la mia ex si rivolse al Comune, il Comune alla Procura, la Procura alla Polizia Giudiziaria, la Polizia Giudiziaria ai Carabinieri del posto e mi trovai sulla panca di un corridoio ad attendere un avvocato.

Quando arrivò, il legale si informò subito sulle mie condizioni economiche, sollevato forse dal fatto che al pari di ex-mogli ed enti pubblici aveva anche lui la sua bella busta paga da pignorare forse, un giorno.

Entrammo in un ufficio che aveva visto tempi migliori e ci sedemmo davanti ad un Ispettore che dall’aspetto anche lui aveva visto tempi migliori e verbalizzò le mie miserie mentre le spiegavo con lo stesso scarso trasporto di un chierichetto che ascolta le giaculatorie.

Il giovane legale riceveva e mandava continuamente sms con il cellulare, e non credo diretti al suo staff per concordare una strategia difensiva a mio favore, visto che con la coda dell’occhio lessi: a dopo micetta.

Sottoscrissi un verbale dove ammettevo di essere un coniglio e me ne andai non senza prima aver fatto una domanda semplice, semplice: ma se il Comune mette in moto una macchina del genere, Procura, Polizia, Carabinieri per recuperare 450 Euro, che potrò pagare dopo aver saldato la parcella al legale e cioè fra anni, non è forse una maniera eccessivamente sproporzionata per stabilire un diritto? Che sottrae risorse importanti alla prevenzione e repressione di reati ben più pericolosi? L’Ispettore si tolse gli occhiali e, guardandomi come fossi un selvaggio mi rispose: Lo dice la legge.

Il direttore ha lasciato che cuocessi la mia esistenza ancora per un po’ di tempo nel mio costume grigiazzurro dalle grandi orecchie.

Pago a rate la ex, pago a rate l’avvocato e Paperina mi aiuta a sopravvivere. I gratta-e-vinci non hanno ancora funzionato, ma oggi è nuvolo e sono felice, perché nel costume sudo di meno. Ripensandoci, credo che la lezione mi sia servita, sicuramente adesso sono un coniglio migliore.

La storia di Bruno, esulando dai maltrattamenti su cui torneremo, mette in evidenza un problema che di questi tempi è ancora più drammatico, quello delle spese legali.

L’obbligatorietà dell’azione penale, e la mancanza di informazioni serie da parte del servizio pubblico fanno sì che le molte madri e mogli che ricorrono ai servizi assistenziali del Comune per ottenere quelle quote di mantenimento che per vari motivi i mariti non pagano, in molti casi attivano una morsa inesorabile.

A fronte di qualche caso di dolo intenzionale molte sono le situazioni disperate che stanno dietro a queste vicende, con esiti a volte drammatici. E’ vitale e necessario mantenere alta la guardia per impedire che molti padri ed ex mariti possano scansare il dovere principale di contribuire al mantenimento della moglie e dei figli disposto dalle sentenze o dagli accordi.

Occorre che i legali vengano giustamente pagati e che il Comune rientri delle spese. Accanto a questo è necessario aggiustare il tiro quando si tratta di coperta corta: se dai a uno non puoi dare all’altro, e il reddito di circa 10.000 Euro annui lordi per il gratuito patrocinio di questi tempi è troppo basso. Forse una necessaria revisione delle procedure, magari aumentando la cifra di reddito per il gratuito patrocinio, o introducendo un avviso del Questore o del Prefetto che precede l’istruzione di un fascicolo penale, con tutte le consistenti spese che esso comporta per la società, potrebbero essere un primo passo per limitare disagi e migliorare la vita di molti.

Anche per questo, quell’Ispettore, che sulla certezza di cosa diceva la legge, forse non ne era nemmeno lui del tutto convinto…

Mario Garavelli

garavellimario@gmail.com

CAPST info: capst.tn.@gmail.com tel. 3491135195

 

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