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Trento

Il volontariato trentino in Africa, Fabiola Crosina:«rischio che i nostri buoni intenti distruggano delle culture più deboli»

Fabiola Crosina è  nata a Riva del Garda nel 1987. Ha ottenuto la  Maturità classica e la laurea in infermieristica. Ha partecipato al concorso “I Racconti Dell’Ars Venandi”, premio letterario Giacomo Rosini, risultando tra i segnalati nel 2006 con il racconto dal titolo “Cerchi sull’acqua” e nel 2012 con il racconto intitolato “La sposa di settembre”. 

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Fabiola Crosina è  nata a Riva del Garda nel 1987. Ha ottenuto la  Maturità classica e la laurea in infermieristica. Ha partecipato al concorso “I Racconti Dell’Ars Venandi”, premio letterario Giacomo Rosini, risultando tra i segnalati nel 2006 con il racconto dal titolo “Cerchi sull’acqua” e nel 2012 con il racconto intitolato “La sposa di settembre”. 

Nel 2012 il suo racconto “Siccità” è stato pubblicato nell’antologia “Parole per Strada”. Originaria della Val di Ledro, vive a Trento con il marito Marco ed il figlio Achille. Un secondo figlio è in arrivo a breve.

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Ci parli della sua esperienza in Kenya.

"Mentre studiavo, prima di completare gli studi, pensavo spesso se sarei stata all’altezza di certe situazioni di vita in paesi lontani. La mia domanda ricorrente mi portava sempre a riflettere su questo concetto: sarei in grado di vivere nel cuore dell’Africa? Come reagirei di fronte a situazioni di povertà o di diversità culturale? E mentre riflettevo, anche grazie ai consigli della mia amica e collega Marta, nasceva in me il desiderio di mettermi in gioco. Proprio Marta ha vissuto molte esperienze in Perù come volontaria ed è riuscita a consigliarmi sempre al meglio".

Devo menzionare però anche padre Franco,  che è un missionario in Kenya, il quale mi ha fornito tutti i preziosi contati per preparare il mio viaggio in Kenya. Avevo infatti deciso di partire. Era il mese di gennaio dell’anno 2010 e il giorno della partenza ero molto emozionata. Al mio arrivo a Nairobi ho iniziato subito un viaggio di 3 giorni per arrivare a WAMBA, un villaggio di 3000 abitanti nel distretto SAMBURU nel Kenya centro settentrionale».

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Perché ha deciso di andare proprio in quel villaggio?

"Come accennato prima, ho seguito i consigli di Padre Franco. Infatti, 35 anni fa un medico milanese ( dr. Prandoni ) ha fondato un ospedale proprio a Wamba, creando un punto di riferimento molto importante sia per gli abitanti della regione che per molti medici italiani che prestano il loro lavoro gratuitamente per alcuni periodi dell’anno".

Come si è sistemata a livello logistico?

"La mia stanza era situata all’interno dell’ospedale ed i miei turni di servizio inizialmente erano o la mattina o il pomeriggio. L’impatto iniziale è stato terribile. Pressoché totale assenza delle più elementari norme igienico-sanitarie e sporcizia ovunque. Mi sono rimboccata le maniche e mi sono dedicata ad aiutare quella gente fiera e bisognosa di aiuto."

Ci può parlare dei Samburu?

"I Samburu sono gli abitanti del distretto omonimo e sono un popolo nomade dedito alla pastorizia. Sono strettamente imparentati con i Masai ma quando perdono le loro radici nomadi diventando stanziali sprofondano nell’alcolismo. Proprio l’alcolismo è la causa dei terribili problemi pediatrici che vengono generati anche a causa della perdita dei loro valori culturali".

"Purtroppo infatti molti bambini muoiono a causa della malnutrizione. L’OMS fornisce delle razioni alimentari concentrate contenenti tutti i valori nutrizionali principali. Queste razioni ( F100 e F75 ) sono molto efficaci nella popolazione Samburu perché in  poco tempo equilibrano lo stato di nutrizione dei bambini, dando davvero degli ottimi risultati. Il problema, purtroppo,  è dato dall’elevato costo di queste razioni alimentari".

Ha mai avuto paura durante la sua esperienza in Kenya?

"Sono rimasta in Kenya per un anno e, devo essere sincera, non ho mai avuto paura. Sono stata accettata bene da tutti, anche se ho avuto spesso momenti di nostalgia del mio amato Trentino.

Uno dei problemi più fastidiosi era  creato dai moltissimi insetti ed in particolare dalle zanzare che sono portatrici della malaria.

La notte dormivo con la classica zanzariera sul letto così come sulle culle di neonati.

Una cosa che mi sconvolgeva ogni volta era la mattina, quando iniziavo il mio turno di lavoro, e andavo a controllare i bambini per pesarli o per accudirli. Spostando la zanzariera, per fortuna all’esterno della stessa, vi erano migliaia di zanzare!

Anche io ho contratto la malaria in Kenya che ho curato sul posto. Ricordo ancora la febbre molto alta e i brividi nonostante il gran caldo. Fortunatamente sono guarita in pochi giorni".

Lei parlava di norme igienico-sanitarie insufficienti, può spiegarci meglio?

"Tutto il personale medico ed anche i volontari fanno del loro meglio, però non è facile, con i mezzi che ci sono a disposizione, mantenere uno standard elevato.

Noi tutti prestavamo particolare attenzione durante i prelievi di sangue per non contrarre infezioni o  il virus dell'HIV, che è molto diffuso".

Ci racconti la sua esperienza come donna.

"I Samburu hanno un grande rispetto per le loro donne. Sono un popolo che vive in armonia e che pratica la poligamia. Tutti mi hanno sempre rispettata e apprezzato il mio lavoro al punto che alcune famiglie mi hanno adottata come se fossi una loro figlia. Ho anche ricevuto una proposta di matrimonio da parte un uomo anziano e ricco del villaggio, il quale aveva offerto 40 capre, 20 mucche e 10 cammelli per me.

Naturalmente io ho rifiutato adducendo la ragione che non avevo il permesso di  mio padre e non potevo chiederglielo. In definitiva, passato il primo periodo di ambientamento, sono stata molto bene,  anche se avevo nostalgia di casa e dei miei famigliari.

E’ un esperienza che rifarei immediatamente. Posso dire che in futuro non è affatto escluso che la ripeta anche se nel  frattempo mi sono  sposata  ed ho  un figlio più un secondo in arrivo,  quindi sarebbe un po’ più complicata. Ricordo ancora la nostalgia delle mie montagne e dei prati verdi del Trentino. Devo ammettere tuttavia di non avere avuto alcuna nostalgia del freddo e dell’inverno".

Ha qualche rimpianto relativo a questa sua avventura?

"Nessun rimpianto vero. Solo alcune riflessioni che credo doverose e necessarie. Noi occidentali crediamo, certamente a fin di bene,  che ciò che è giusto per noi lo sia anche per altri popoli con culture molto lontane e diverse dalla nostra. Secondo me pero c’è il rischio che i nostri buoni intenti distruggano delle culture più deboli della nostra, cancellando intere popolazioni e culture.

Questa cosa mi mette un pò di tristezza perché se da un lato sono certa delle nobili intenzioni che ci spingono ad “imporre” il nostro modo di vivere, dall’altra vedo davvero a rischio delle culture certamente più deboli della nostra ma non meno nobili. Credo che i moltissimi volonrari che come me vanno a fare volontariato  in Africa, o altrove,  devono cercare di integrarsi nel territorio in cui, inevitabilmente, vengono accolti come ospiti".

"Credo davvero che cercando di fare del bene alla fine rischiamo di fare del male. Non sempre, questo è ovvio, però un po’ meno di presunzione da parte di qualcuno potrebbe portare dei risultati migliori. Io ho deciso di scrivere questo libro per fare un regalo ai Samburu, per far sapere “alla mia gente” di quanto questo popolo sia fiero, nobile e grande portatore di una cultura immensa. Quello che io ho fatto per loro è nulla in confronto a quello che loro mi hanno dato. Mi hanno insegnato a vivere."

Ci parli del suo ultimo libro "Sul cuore nudo della terra"

"Ho voluto mettere su carta un anno di ricordi e dare la possibilità a tutti di conoscere il meraviglioso popolo dei Samburu. E' certamente il mio regalo a quella gente che mi ha accolta inizialmente con diffidenza, poi con curiosità e alla fine come una figlia. "Sul cuore nudo della terra" racconta la mia vita in una terra remota e selvaggia, in mezzo ad un popolo nomade di pastori e guerrieri, fra mille avventure e peripezie".

Una considerazione finale su questa sua grande esperienza di vita?

«Sono cattolica e grata al mondo missionario che mi ha aiutata a compiere questa mia grande esperienza di vita.

Una parte di loro però fa molta fatica ad accettare che quello che insegnano può non essere la cosa giusta.

Non credo sia corretto imporre il nostro pensiero né la nostra cultura perché c’è il rischio di estinzione di una civiltà.

Vedrei molto meglio un lavoro di mediazione, fatto anche di dialogo. Lo dico con ragione di causa  e cito un’esperienza personale. Una sera a Sererit sono stata invitata a partecipare ad una riunione degli anziani del villaggio. Un onore riservato a pochi. Ero agitata ed euforica, ma consapevole dell’importanza dell’occasione che avevo.

Potevo ascoltare e parlare ( naturalmente ho imparato la loro lingua ) ma soprattutto potevo gettare le basi per un punto di incontro fra due civiltà dove nessuna voleva dominare l’altra.

E cosi è stato. Gli anziani mi hanno ascoltata anche se non hanno accettato tutte le mie proposte. A dire il vero ne hanno accettata una solo, ma ritengo fosse la più importante. Forse un giorno vi svelerò quale».

Ascoltare Fabiola raccontarci la sua esperienza in Kenya è stato molto emozionante. Sentire  le parole di una giovane donna trentina che con un grande entusiasmo si è immersa in una realtà tanto lontana e diversa dalla nostra ci ha davvero emozionato.

Fabiola racconta con sempicità e con il sorriso sulle labbra esperienze che, ne siamo certi, la maggior parte di noi avrebbe grandi difficoltà a portare a termine. Ascoltarla ci ha proiettato in una realtà molto diversa dalla nostra, ma la dovizia di particolari e i numerosi aneddoti (che sono contenuti nel suo ultimo libro) permettono di capire benissimo gli equilibri che regolano la vita di popoli molto lontani.

Abbiamo letto nei suoi occhi e ascoltato le sue parole. In entrambi i casi traspare un'ombra di paura per il popolo Samburu, che potrebbe essere spazzato via dalla terra, lasciando solo quindi un tenue ricordo. Fabiola è convinta che la preziosa opera di aiuto fornita da moltissime persone a quella cultura tanto nobile debba essere accompagnata da un dialogo educato e improntato sulla volonta di creare e non di distruggere.

Fra tutte le sue parole ricordiamo questa sua frase:"Siamo davvero certi che il nostro fare del bene ai Samburu in realtà non faccia loro male?". 

Fabiola Crosina presenterà il suo libro "Sul cuore nudo della terra" a Roncegno martedi 28 ottobre alle ore 20,30

 

 

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