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Arte e Cultura

Quando il Trentino si fa ispirazione. “Ho portato quella luce e quei colori con me, nel mio studio a Vicenza”. Intervista al pittore Gianluca Gualandi. (Parte seconda)

Ore 18 di una non troppo calda giornata d'estate. Qui, seduti comodamente al tavolino di un bar in montagna, con un sole tiepido a tenerci compagnia, Gianluca mi racconta la sua esperienza in Trentino e di come il nostro territorio si è fatto scintilla creativa per le sue ultime opere.

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Ore 18 di una non troppo calda giornata d'estate. Qui, seduti comodamente al tavolino di un bar in montagna, con un sole tiepido a tenerci compagnia, Gianluca mi racconta la sua esperienza in Trentino e di come il nostro territorio si è fatto scintilla creativa per le sue ultime opere.

Intervista a Gianluca Gualandi

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a cura di Sabrina Tabarelli

1) Gianluca, perché il Trentino e non altre parti? Magari più vicini al luogo in cui vivi?

Credo in ciò che i luoghi ti comunicano, ciò che riescono a farti vivere ed il Trentino è sicuramente uno di quelli che mi è rimasto nel cuore. Non mi posso definire uno sportivo ma mi piace camminare, immergermi nella natura e respirarla a pieni polmoni.

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L'aria rarefatta dell'alta montagna del Trentino è impareggiabile a qualsiasi altro luogo da me visitato finora, mentre sono stato letteralmente conquistato dagli splendidi scenari delle Dolomiti. La saturazione dei colori è qui eccezionale. Montagne, rocce, che, con la loro morfologia e il poliedrico gioco delle luci dall'alba al tramonto, diventano, nella loro variabilità, spettacoli di rara bellezza.

E' la prima volta che la natura si presenta così generosa per la mia ispirazione. A dire il vero, nella mia pittura, mi occupo di ciò che sta al mio “interno”, alla mia sfera emotiva intendo, anziché di ciò che sta al di fuori di me stesso. Non sono sicuramente un naturalista, ma stavolta devo ammettere che la natura, soprattutto con le sue suggestioni cromatiche, ha avuto potere su di me.

2) Quali sono i luoghi che hai visitato del Trentino o il luogo che ti ha maggiormente colpito?

Uno dei miei primi itinerari è stato il Lago di Molveno al cospetto delle Dolomiti del Brenta. Sono rimasto colpito dalla limpidezza delle sue acque e dall'incredibile varietà di colori apprezzabili soprattutto verso sera. Successivamente mi sono recato nei pressi di Cavalese, precisamente sulla collina di Carano, una meravigliosa altura panoramica.

Forte è stata la sensazione, data da un panorama a 360 gradi, di abbracciare con lo sguardo le Dolomiti, dalle Pale di San Martino a tutta la catena del Lagorai e contemporaneamente le Valli di Fiemme e Fassa. Uno spettacolo unico e grandioso soprattutto quando le cime sono illuminate dal sole al tramonto… vedere le rocce splendere di quel rosso incandescente è stato per me davvero emozionante.

Ne sono rimasto talmente folgorato da decidere poi di proseguire oltre Cavalese per giungere nella bellissima Moena, che anch'essa, e forse ancor di più, ha acceso in me quella cosa magica, e assolutamente preziosa, chiamata ispirazione. E il giardino di rose, che sorge come d'incanto all'imbrunire, ne è stata la scintilla.

3) Andiamo ora nel cuore della tua pittura. Seguendo le tue opere, non ho riscontrato, in questi tuoi ultimissimi lavori, stravolgimenti stilistici. A tal punto da individuare un'assoluta continuità con il tuo recente ciclo pittorico Archeological body. Che cosa mi puoi dire a riguardo?

Archeological body è una serie di tele sulle quali sto lavorando già da molto tempo. E' un lavoro praticamente interminabile che mi coinvolge e, potrei dire, mi sconvolge. Quando hai descritto le mie opere come archeologie del profondo hai colto decisamente nel segno.

Le tele che ho realizzato dopo la mia visita in Trentino le considero figlie dei miei corpi archeologici, nel senso che non tradiscono affatto questa mia ricerca. Non potrei dipingere diversamente, almeno non per ora che sento che ho ancora molto da far emergere sia in senso emotivo che strettamente stilistico.

Mi piace isolarmi nel mio atelier quando dipingo, mi piace sottrarmi al caos e ai rumori esterni, mi piace cercare il mio angolo ove poter raccogliere me stesso. Sono piuttosto solitario lo ammetto, per lo meno quando dipingo sento il bisogno di solitudine. Mi sono recato in Trentino quasi per caso potrei dire e penso che le cose più sorprendenti accadano proprio così.

In questo territorio mi sono sentito a casa, in pace con me stesso, una sensazione piuttosto rara per me da trovare fuori dal mio studio. Parlo di sensazioni, di emozioni, di suggestioni. Sono stato rapito soprattutto dalla luce, dai colori. Avevo bisogno di ossigeno non soltanto per il mio organismo ma anche per la mia creatività. Quella luce l'ho portata poi con me, a Vicenza nel mio studio.

4) Quindi queste tele potrebbero considerarsi integrazioni del tuo ciclo di corpi archeologici?

Assolutamente sì. Ripeto, la mia ricerca prosegue ancora senza sosta e a pieno ritmo. Forse ora, con ancora più energia. E' mia intenzione portare avanti in particolar modo lo studio sul colore, sui toni che forse saranno ancora più accesi.. o chissà… c'è molto spazio anche per il buio nella mia pittura.

Ogni lavoro è per me un cammino, un tuffo nell'ignoto di me stesso, un'eccitante avventura solitaria che non so mai dove mi porterà. Come sai, ho però dei principi saldi, ai quali non mi sottraggo mai: quelli inerenti la composizione e la ricerca continua dell'armonia nelle mie opere.

5) La tua pittura strizza confidenzialmente l'occhio all'Informale, sebbene sia evidente un'autonomia del tuo linguaggio. Mi puoi dire quali sono stati gli artisti ai quali hai guardato maggiormente durante il tuo percorso artistico?

I modelli che agli esordi sono stati decisivi per la mia pittura, quelli che hanno saputo indicarmi, in un certo qual modo, la via che dovevo seguire, sono stati più di uno. Non posso non citare fra i pittori storici Afro e Santomaso considerati da me veri padri della pittura astratta italiana, maestri della forma e del colore, dotati di sensibilità e capacità pittorica fuori dal comune.

Sono stato soprattutto colpito dalle tele di Afro. Le sue forme pittoriche poco hanno a che spartire con un procedere casuale (attribuibile ad altri informali del suo tempo). I suoi segni e colori fanno parte di una progettualità studiata nei minimi dettagli, ed è proprio in questo che io ho sentito di essergli affine. Adoro inoltre la classicità di Burri, le cui composizioni all'insegna dell'equilibrio sono state, e lo sono tuttora, estremamente suggestive per me.

Un altro artista che da sempre mi affascina è Franz Kline. L'ho sempre considerato un pittore avanzato che ha saputo sviluppare al meglio la sua ricerca artistica. Amo la potenza del suo gesto e l'imponenza delle sue strutture. E amo Vedova per la sua energica gestualità, per quella feroce lotta insita nelle sue opere ma devo anche sottolineare che considero la sua pittura molto distante dalla mia sia dal punto di vista formale che da quello operativo. La mia modalità di procedere è decisamente più compassata sebbene non nego che all'interno delle mie tele vi siano anche dei momenti che reputo al di fuori del mio controllo.

6) Composizione, ricerca dell'armonia ma anche spazio per l'imprevedibile, per l'ignoto. Posso chiederti qual'è il tuo modo di lavorare? Quanto tempo di gestazione hanno le tue opere prima di vedere la luce?

Dipende. Nelle mie tele c'è molta progettualità, molto pensiero diciamo ma, come giustamente hai detto, mi lascio anche molto trasportare dal momento e dall'emotività. Talvolta alcune opere le reputo concluse nel giro di poche ore, mi appaiono sorgere così… quasi spontaneamente.

Ma il più delle volte sono il risultato di ripetuti passaggi, non senza ripensamenti, e continue rielaborazioni per giungere al risultato che io ritengo essere conclusivo per ciascun lavoro. Lo studio della forma avviene procedendo a piccoli passi, piccoli tentativi che di volta in volta prendono corpo.

Si tratta di necessità di costruzione ma a volte sento anche l'esigenza di decostruire per poi ritrovare la vera essenza. La componente irrazionale è sempre presente nei miei lavori, come lo è il silenzio che guida e trascina la mia mano sulla tela. Non c'è impeto di pura gestualità nella mia pittura, né fracasso ma ricerca e meditazione.

7) Nei tuoi prossimi progetti ci sarà ancora il Trentino?

Ritornerò ancora in Trentino, questo è certo. Chissà magari proprio con una mia personale.

8) So che stai già lavorando a delle tele nuove… mi puoi dare qualche anticipazione su come le hai impostate?

Quello che finora posso dirti, che costituisce tra il resto una novità nel mio modo di procedere, è il diverso formato sul quale sto lavorando ora. Fino a poco tempo fa adottavo soprattutto un formato dalle dimensioni forse troppo contenute. Penso che la possibilità di espandersi, di liberarsi, si possa amplificare anche muovendosi su dimensioni diverse. Tele più ampie quindi, più grandi. Questa per me sarà un'ulteriore sfida da consumare tutta in solitario.

Ormai è quasi buio e ci salutiamo così, in un silenzio che fa scivolar via il giorno e la nostra gradevole chiacchierata. Rimaniamo dunque in attesa delle prossime opere di questo pittore che non solo ha saputo apprezzare il nostro territorio, ma, con le sue tele imbevute di luce, ce lo ha restituito come un'essenza. Piena di colore e di silenzio.

 

Biografia di Gianluca Gualandi

A cura di Sabrina Tabarelli

Gianluca Gualandi nasce a Vicenza il 28 ottobre 1971. Figlio d'arte, cresce in un ambiente predisposto all'amore per il mondo artistico trasmessogli dal padre Giovanni, pittore figurativo. Sarà la sensibilità alla luce e al tonalismo, fondamentale nella ricerca pittorica del figlio, a testimoniare una sorta di trait d'union con il padre, nonostante le loro profonde diversità stilistiche.

Conseguito il diploma nel 1990, si iscrive al corso di laurea Dams, lo storico corso nato alla fine degli anni Settanta a Bologna. E' durante questi anni e in questa città, che egli sente particolarmente a lui vicina (l'origine del padre è bolognese), che il giovane artista si forma culturalmente e artisticamente. Si appassiona in particolare alla psicologia dell'arte e alla filosofia (estetica), trovando in esse terreno fertile sul quale riflettere e far germogliare quei frutti che saranno parte fondamentale del suo percorso creativo ed emotivo.

E' un periodo di formazione per il futuro pittore, durante il quale sperimenta molteplici linguaggi, in particolar modo sul versante concettuale quale l'installazione. Per quasi tutti gli anni Novanta, persegue e sviluppa questa ricerca partecipando a diverse esposizioni, collettive e personali, organizzate a Bologna.

Ma il destino dell'artista sarà quello di riabbracciare le tecniche tradizionali. Attraverso la fisicità degli strumenti e della materia pittorica, stravolge e trova il proprio linguaggio dal quale scaturirà la poetica sottesa a tutte le sue opere. Fra il 2000 e il 2001 abbandona l'universo dell'installazione per dedicarsi totalmente a quello della pittura al quale l'artista sente di appartenere profondamente e nel quale ha avvertito la strada da seguire.

Un percorso che da allora porta avanti con costanza e rigore, una metodologia di lavoro che lo vede impegnato in un'autentica ricerca esistenziale. Fede viscerale per la pittura dunque, considerata dall'artista un ponte tra il sé e il mondo che lo circonda, un tramite per dialogare ininterrottamente con se stesso e con l'arte, strizzando l'occhio all'Informale.

Il suo percorso introspettivo convive intimamente con i valori formali e strutturali, con quelle archeologie (i suoi archeological bodies) che ininterrottamente dialogano con il pensiero, in un dualismo conscio-inconscio. La luce, e aggiungerei il buio, rivestono un ruolo fondamentale nella sua ricerca, spie anch'esse di quella dicotomia, divenendo un unicum con la struttura compositiva dell'opera.

Attualmente opera a Vicenza e Bibione (Ve) nei suoi rispettivi studi personali. Partecipa spesso ad esposizioni collettive di artisti locali nel territorio veneto.

www.gianlucagualandipainter.it

(fine seconda e ultima parte)

Sabrina Tabarelli

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