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Italia ed estero

La rivoluzione degli ombrelli: Hong Kong sembra sempre più Tienanmen

Pechino, 4 giugno 1989: il governo cinese reprime nel sangue le proteste di piazza Tienanmen. Hong Kong, 27-29 settembre 2014: le forze di polizia fronteggiano con gas lacrimogeni e manganellate folle di studenti che protestano in nome della democrazia. E che resistono armati di soli ombrelli.

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Pechino, 4 giugno 1989: il governo cinese reprime nel sangue le proteste di piazza Tienanmen. Hong Kong, 27-29 settembre 2014: le forze di polizia fronteggiano con gas lacrimogeni e manganellate folle di studenti che protestano in nome della democrazia. E che resistono armati di soli ombrelli.

Le notizie che giungono da Hong Kong sono sconcertanti: la stampa ufficiale cinese riporta che il governo sarebbe pronto a inviare la Polizia armata del popolo per sedare la rivolta e alcuni osservatori prevedono che la prossima mossa potrebbe essere l’introduzione della legge marziale.

Dopo i duri scontri del fine settimana, il faccia a faccia tra polizia e dimostranti è andato avanti per tutta la giornata di lunedì. Tra sabato e domenica sono stati almeno 60.000 gli abitanti di Hong Kong che hanno sfidato i gas lacrimogeni e le manganellate per unirsi agli studenti che protestavano perché si potessero tenere finalmente elezioni democratiche.

La settimana è cominciata con la scelta degli studenti continuare a disertare le lezioni. Pare che anche gli insegnanti siano pronti a unirsi alla protesta. Si parla già di sciopero generale. Sicuramente, alcune scuole rimarranno chiuse per almeno qualche giorno. Nel frattempo, molte aziende dicono ai loro lavoratori di restare a casa.

Ma come ha fatto Pechino a perdere il controllo della situazione in maniera così repentina? La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la decisione del governo di revocare quanto aveva precedentemente promesso ai cittadini di Hong Kong, una delle due regioni amministrative cinesi a statuto speciale della Repubblica popolare cinese.

Il 31 agosto il governo centrale ha infatti annunciato che nel 2017 non ci saranno elezioni libere, come era stato invece ventilato negli anni precedenti. Nonostante l’apertura all’introduzione del suffragio universale, Pechino ha deciso di restringere la competizione per la carica di governatore della città solo a quei candidati accuratamente selezionati dal Partito Comunista. Una beffa per la popolazione di Hong Kong, che attendeva con ansia l’agognata autonomia.

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Di fronte all’inerzia della società civile, sono stati gli studenti a prendere in mano le redini della rivolta. All’inizio della scorsa settimana, gli studenti universitari prima, e gli studenti delle scuole superiori poi, hanno disertato le lezioni e si sono riversati nelle piazze del distretto denominato “Centrale”, il cuore finanziario della città. Il tutto senza l’autorizzazione della polizia.

La reazione sproporzionata delle forze di polizia in questo fine settimana non ha fatto poi altro che aumentare le simpatie per il movimento studentesco. Le immagini in diretta televisiva di poliziotti che aggredivano con gas lacrimogeni i contestatori disarmati hanno spinto i cittadini di Hong Kong a scendere nelle piazze al fianco dei loro figli e nipoti.

Le proteste a Hong Kong stanno facendo tremare i palazzi del potere che conta. Persino Xi Jinping, presidente della Repubblica popolare, rischia di rimanere travolto da questo terremoto. A tal riguardo, Arthur Waldron, professore all’Università della Pennsylvania, afferma che: “Se Xi fallisce ora, si gioca tutto il suo futuro”. E si gioca il futuro dell’intero sistema politico cinese.

Vista la posta in gioco, è prevedibile che il governo centrale si muova rapidamente. Circolano voci che l’Esercito Popolare di Liberazione si stia radunando a Shenzhen, poco a nord di Hong Kong.

È già ampiamente evidente che molte delle tattiche che Pechino sta usando contro i dissidenti sono le stesse che vennero usate nel 1989, durante le proteste di Piazza Tienanmen. Come allora, il governo centrale denuncia l’intervento di forze ostili straniere, che avrebbero architettato e manovrato la rivolta. Questo delirio è culminato con l’arresto del diciassettenne leader studentesco Joshua Wong, accusato di essere un fantoccio degli americani.

Per molti è ancora impensabile che l’esercito cinese entri in città. Ma in questo momento tutto è possibile, soprattutto se le proteste assumeranno un carattere anti-cinese. In tal senso, gli studenti già minacciano di non onorare la bandiera cinese quando verrà innalzata lunedì, e i dimostranti hanno già cominciato nel weekend a cantare slogan contro Pechino.

Se i disordini andranno avanti durante la settimana e la polizia di Hong Kong non riuscirà a ristabilire l’ordine, è probabile che Xi Jinping si senta obbligato a ricorrere alla forza.

E se la Cina toglierà la maschera, svelerà al mondo intero che dietro l’accomodante retorica della nazione alleata dei paesi emergenti, si svela un regime pronto a fare a pugni con la sua gente pur di mantenere l’ordine interno. Pugni di ferro in guanti di velluto.

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