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Arte e Cultura

Le rocce del Trentino come muse ispiratrici. Riflessi, cromie e trasfigurazioni emotive nelle ultime tele di Gualandi. (Parte prima)

Gianluca Gualandi, pittore astratto vicentino, amante della natura e dei paesaggi montani, ha percorso il Trentino trovando in esso fonte di ispirazione per le sue ultime opere.

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Gianluca Gualandi, pittore astratto vicentino, amante della natura e dei paesaggi montani, ha percorso il Trentino trovando in esso fonte di ispirazione per le sue ultime opere.

Dopo Archeological body, suo recente ciclo pittorico, Gianluca mi mostra i suoi ultimi dipinti su tela. E' stata la natura, stavolta, a divenire musa ispiratrice del pittore, le cui tele si sono rese testimoni dello sguardo trasfigurante dell'artista che, in balia del suo estro emotivo, ha accarezzato l'iridescente manto roccioso delle nostre montagne.

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Anche in questi suoi ultimi nati ritroviamo quello sposalizio, pacifico e nel contempo inquieto, di strutture che corrono sul filo dell'armonia, affioramenti e affondi cromatici che giocano con le luci e le ombre, in quel dualismo di dolce asperità che, come un grido silenzioso, sembra trovare eco lassù. In quel lontanissimo silenzio ove troneggiano severe e protettive le nostre splendide cime. Diamo pure loro il nome che sarà quello di Dolomiti del Catinaccioe del Lagorai, delle Pale di San Martino e delle cime del Latemar, per indicarne alcune.

La natura introspettiva dell'artista vicentino ha trovato dunque una sorta di affinità elettiva con le rocce del Trentino rendendo la luce protagonista d'eccellenza in questi suoi ultimi lavori. Lo straordinario fenomeno dell'enrosadira, causato principalmente dalla costituzione chimica delle nostre Dolomiti, ha saputo ammaliare anche il pittore che ha eletto quelle spettacolari scenografie luministiche sue muse ispiratrici.

Sì, la magia della luce del sole in accordo con l'aria tersa e nitida delle valli trentine, ha conquistato Gualandi come uomo e come artista giungendo, tramite una decantazione della fenomenologia del reale, ad un'assoluta, ed anche per questo affascinante, trasfigurazione che si è fatta pittura. Pennelli e colori si sono fatti traduttori della seduzione di quelle magiche rose (la leggenda del Rosengarten) capaci di donare alle cime alpine quei caratteristici ed incantevoli cangiantismi sorti dalla rifrazione luminosa.

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Le sue tele, guidate da una febbricitante sensibilità, si imbevono dunque di tali suggestioni naturali, subito trasmutate da un processo di sublimazione che porta a spogliare la natura delle sue vesti lasciandola cosparsa soltanto di una nuda, vitale emotività.

Ed è così che ci parlano le opere di Gualandi. Ed è così che vanno ascoltate.

Accesi cromatismi inondano una sorta di impalpabile ed eterea nebbia fatta di grigi e di dense ombre ove il fragore di rossi e di aranci si tuffa in neri laghi profondi. Qui, in questi cupi abissi emotivi, senza trovar tregua, forme di luminosa vita cercano incessantemente respiro. Sono dunque opere crepuscolari, figlie della notte, ma altresì intrise di un magma incandescente, di una profonda energia.

E come quelle rocce che al tramonto, di rosso infuocato, rifulgono e cantano la loro bellezza, così queste sue tele intonano un'esuberante melodia che ha il profilo del sole prossimo alla fine del giorno, quando nell'aria già si sente il profumo sinistro e solitario della notte…

 

La pittura come filtro esistenziale. Archeologie del profondo nelle tele di Gualandi

recensione a cura di Sabrina Tabarelli

Gualandi ama far danzare il pennello. Mi piace definire così il suo modo di creare, di stendere il colore sulla tela, di dialogare con se stesso. Sì, perché l'artista in ogni suo gesto ricerca se stesso. Una danza di colori, di pennellate, di gestualità. Tutto votato all'armonia. Come in una classica partitura musicale. Delicatezza e veemenza, docilità e aggressività, dolcezza e acredine si fondono simbioticamente, divenendo una cosa sola.

Gualandi alla fine sceglie la pittura per dar forma e vita alla sua poetica, lasciandosi alle spalle altre esperienze che forse non sentiva profondamente sue. A volte è necessario tornare indietro per fare passi in avanti, rivisitando i mezzi della tradizione riscoprendoli come capaci di offrire rinnovata energia. Ed è nell'energia dei pennelli, delle spatole, nei grumi del colore e nella gestualità del proprio interagire, che l'artista a un certo punto della sua vita, ha con forza deciso che là, era la sua strada.

L'amore è rivolto agli storici informali, a quelli che hanno fatto grande la scuola degli anni Cinquanta, inutile ricordare qui tutti i nomi, ma doveroso citare Afro e Fontana le cui ricerche sono sentite in modo particolare dall'artista. Impossibile non porre un confronto tra le sue opere e quelle dell'Informale ma è altresì impossibile non definire la sua distanza dalla poetica che caratterizzò gli anni post bellici.

L'operatività di Gualandi si affaccia a quella sensibilità ma, inevitabilmente, essendo figlio del proprio tempo, se ne distacca totalmente, svuotandosi di ogni riferimento ideologico o assetto che è stato peculiare di quella generazione passata. Non è la guerra, non è il conflitto bellico a torturare la mano dell'artista e a farla sciabolare sulla tela per dar voce a delle insorgenze emotive impossibili da contenere.

Quella di Gualandi è una ricerca che si compie all'interno di se stesso, nel tentativo di far affiorare ed affrontare a mani nude quel genere di conflitti che appartengono alla natura umana. Certo, in questo dialoga con i padri informali, poiché la sua è a tutti gli effetti una ricerca esistenziale.

La pittura è un tramite, è l'occhio attraverso il quale osservo me stesso. Queste le parole dell'artista. Creatività, introspezione, ripiegamento. Il pittore si lascia trasportare e travolgere da quella parte di se stesso capace di guidarlo in una direzione che lo porta a percorrere a ritroso i livelli del proprio pensiero. Sempre più giù. Per affondare e rinascere, affogare per poi rivivere, ininterrottamente, ad ogni colpo di pennello. Un'altalena di sensazioni vergini e spontanee dialogano con la parte ludica dell'artista, fondamentale nella sua pittura. Nel silenzio del proprio studio, in quell'angolo di mondo appartato, egli vive un tempo di raccoglimento interiore, quasi una pratica Zen.

Gualandi mi parla del suo ultimo ciclo pittorico. Archeological body. Che cosa intende l'artista per corpo archeologico? Una sorta di reperto dell'anima che chiede a gran voce di vedere la luce, di risorgere dalle proprie viscere emotive. Si tratta dunque di uno scavo introspettivo, la via per percorrere a ritroso le dimensioni in se stesso sino a giungere a quel reperto psichico, a quel ritrovamento della mente che, facendosi spazio, affiora trovando sulla tela liberazione. Finalmente.

Esplosione quindi. Di colore, ma non solo. Cromie e geometrie. Chiamiamole pure architetture ma di natura tutt'altro che rigida, le cui colonne portanti, costantemente precarie, vivono tra la luce e le tenebre, in quel rigenerante conflitto che è la lotta quotidiana dell'artista stesso. Ecco dunque la danza, che altro non è che il far librare questo corpo-mente nello spazio della tela, al di fuori di resistenze coscienti, scoprendosi come primaria energia necessaria ad emergere.

Privo di significati precostituiti, il corpo archeologico è vergine nella sua purezza. Nudo. Una volta portato allo scoperto, si offre agli occhi e alla sensibilità dell'osservatore, stabilendo un sottile dialogo, una tacita sintonizzazione. Sono affioramenti, emersioni che nascono in uno spazio votato all'equilibrio e alla struttura, alla spasmodica ricerca di quell'armonia che il pittore persegue in ogni sua opera.

Tocchi minuti, in punta di pennello, convivono con il fragore di pennellate che colpiscono con forza la tela. Accenni di dripping, storica tecnica pollockiana, compaiono a fianco di delicatissime velature, dimostrando maestria nel giocare con i piani e con le profondità. Pittura ma anche tecnica mista, quale l'ausilio di carte da giornale, spessori ottenuti mediante sabbie, colle e altro ancora.

Protagonista il connubio tra luce e ombra, che si rincorrono cercando invano di predominare l'una sull'altra. Dualismo dunque, che svela logoranti contrasti tuttavia spazialmente risolti in composizioni all'insegna di armonie, proporzioni, accordi. In una parola: euritmia. Sono archeologie apparentemente rassicuranti le sue, culle che accolgono inquiete presenze.

La scelta del colore, che in passato è stata spesso monocromatica, con le ultime opere si pone in direzione di una maggior intensità coloristica. Gli aranci dialogano ora con gli ocra e con i grigi, mentre rimane persistente la presenza dei neri che con le loro profondità incombono bucando la tela. Luce e ombra. Oscurità e luminosità.

Sì, c'è angoscia nelle tele di Gualandi. Ma non solo. C'è anche luce, respiro, aria. Baratri su orizzonti luminosi. E funambolici equilibri.

www.gianlucagualandipainter.it

 

(Fine Parte prima)

Sabrina Tabarelli

 

[email protected]

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