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Trento

Ex Sloi: è ora di muoversi

Se non vivi da queste parti, quando immagini Trento, ti viene in mente subito una parola: verde. Sì, perché nell’immaginario collettivo la città trentina è terra salubre e dedita all’ambiente. 

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Se non vivi da queste parti, quando immagini Trento, ti viene in mente subito una parola: verde. Sì, perché nell’immaginario collettivo la città trentina è terra salubre e dedita all’ambiente. 

Difficilmente troverete qualcuno che associ qualcos’altro a Trento.

Eppure, pochi in Italia sanno che la città “ospita” uno dei dieci siti più inquinati del Paese: l’ex S.L.O.I, ovvero l’area in cui operava laSocietà Lavorazioni Organiche Inorganiche”, dove si produceva il piombo tetraetile, oscura invenzione del secondo decennio del secolo scorso perché le case automobilistiche, sempre più interessate alla velocità piuttosto che alla semplice mobilità, dovevano assolutamente risolvere il problema del “battito in testa” del motore.

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Una scoperta che ha sì elevato il potere antidetonante della benzina ma ha, al contempo, diffuso nell’ambiente una sostanza assai nociva per la salute degli uomini (basta pensare che il piombo figura al 2° posto nella lista delle sostanze pericolose indicate dall’ATSDR – Agency for Toxic Substances and Disease Registry – nordamericana nel 1999).

Premesso a ciò, dal 1938 al 1978, a Trento fu attiva la SLOI, una delle fabbriche di piombo tetraetile più produttive del mondo ma anche una di quelle che ha causato più vittime tra gli operai che vi hanno lavorato. I suoi battenti furono forzatamente chiusi in seguito all’incendio che avvenne il 14 luglio 1978 nei depositi della fabbrica.

In quella notte 100mila trentini rischiarono la propria vita, perché se le fiamme avessero colpito le cisterne di piombo tetraetile, la città avrebbe vissuto il momento più tragico della sua storia millenaria. Tutto bene quel che finisce bene? Macché… A distanza di 35 anni da quel fattaccio, la “fabbrica dei veleni”, così com’è stata ribattezzata nel corso del tempo, la cui proprietà è ancora privata, continua a inquietare.

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Semplicemente perché è sempre al suo posto a creare potenzialmente danni irreparabili alla salute dei trentini. La soluzione è una ed una soltanto: la bonifica.

Come si legge su Wikipedia, infatti, “Sono 4 le società immobiliari proprietarie dell’area ex SLOI (Tim, Imt, Mit, Fransy) e la bonifica si compone di più fasi: la prima riguarda la decontaminazione delle rogge demaniali e richiede 27,50 milioni di euro (19,46 dal Ministero dell’Ambiente e 8,74 dalla Provincia di Trento[9]), partiranno nel 2013 per 3 anni di lavoro.

La seconda fase riguarda la bonifica dei terreni per la quale non si hanno ancora dati temporali certi ma che richiederà un impegno di 50 milioni di euro”. Ecco, mancano i soldi. Eppure, si continua a tergiversare, nonostante l’area dell’ex SLOI “interessi” almeno 20mila persone.

È ora di rimboccarsi le maniche e di attivarsi concretamente e in maniera agguerrita per non chiedere ma pretendere che tutto ciò che serve per la bonifica si faccia e nel più breve tempo possibile.

Al contempo, lavoriamo affinché la questione “Ex SLOI” – riabituatevi a questo nome, perché ne sentirete spesso parlare d’ora in avanti – venga pubblicizzata e promossa già da adesso, senza attendere il rinnovo del consiglio comunale, gli enti facciano qualcosa.

Non si può, infatti, più perdere tempo con gli effetti del piombo tetraetile, letale per l’uomo, soprattutto se si vuole pensare al riutilizzo dell’area per renderla abitabile. Altrimenti, siamo destinati ad ospitare per chissà quanto tempo nella ridente “Trento” un opificio fantasma di nome ma non di fatto, perché il veleno è in agguato…

 

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