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Venezia71. L’ironia di Andersson e un Pasolini a metà

Svedese, settant’anni, regista da almeno quaranta, ma i suoi film si contano sulle dita di una mano. Decisamente più prolifico nel campo della pubblicità (ha firmato più di 400 spot) Roy Andersson porta a Venezia71, una pellicola sorprendente e fuori dagli schemi, come si nota già dal titolo: En duva satt på en gren och funderade på tillvaron (tr. Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza). 

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Svedese, settant’anni, regista da almeno quaranta, ma i suoi film si contano sulle dita di una mano. Decisamente più prolifico nel campo della pubblicità (ha firmato più di 400 spot) Roy Andersson porta a Venezia71, una pellicola sorprendente e fuori dagli schemi, come si nota già dal titolo: En duva satt på en gren och funderade på tillvaron (tr. Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza). 

Poco più di cento minuti racchiusi in sole trentanove inquadrature, fisse. La macchina da presa rimane lì, ferma immobile e gli attori si muovono all’interno di quadri che si susseguono e, a volte, vengono riproposti. Come succedeva nel cinema delle origini che, a differenza di quello attuale di Andersson, era muto e in bianco e nero.

E se due sgangherati venditori (con il regista nella foto di Riccardo Giuliani) si trascinano stancamente proponendo ai negozianti il loro triste campionario di scherzetti di carnevale (denti extralong di Dracula e il sacchetto che ride, tra gli evergreen), in un bar di Goteborg si ricordano antichi fasti, mentre un agente di sicurezza si presenta ad appuntamenti che sfumano ogni volta per qualche ignoto malinteso.

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Episodi unici e slegati alternati ad altri, invece, concatenati fra loro, con il ripetersi di situazioni e battute: “Sono contento che vada tutto bene”. Quadri di ironica bellezza avvolta in una fotografia perlata e delicata. Quadri dove una spietata realtà si incontra e scontra con la dolcezza della sconfitta, unica vera protagonista.

Un’impresa audace quella del regista scandinavo dal risultato per nulla scontato. Cinema con la C maiuscola, punto. Per molti il miglior film in Concorso visto ad oggi. E non a torto.

Riuscito a metà, invece, uno dei film più attesi in questa edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, ovvero Pasolini di Abel Ferrara, il regista newyorkese dal nome italiano ereditato dal nonno, sbarcato a Venezia con una pellicola in cui ripercorre l’ultimo giorno di vita dello scrittore e poeta.

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Delude nella sceneggiatura, poco attraente e nell’impalcatura di un racconto senza vigore. Delude per una descrizione scialba di un personaggio come Pier Paolo Pasolini, tanto essenziale da non aver bisogno d’altro che del suo nome per il titolo. Tanto coraggioso in quel “Le mie esperienze, le pago si persona” da meritare una dedica più appassionata. L’ennesima ricostruzione del suo assassinio ce li saremmo risparmiati.

Riuscito a metà, si diceva. Sì perché è innegabile la piacevolezza regalata da alcuni tocchi registici, quali le delicate dissolvenze che mescolano l’autore con i personaggi delle sue opere e i movimenti della macchina da presa, perforante nei primissimi piani e vivace nelle inquadrature d’insieme. C

onvince, decisamente, la fotografia virata al bruno, che mette lo spettatore, idealmente, dietro le lenti castane degli occhiali dello scrittore e gli mostra il mondo visto da lì. Standing ovation, senza discussione, per Willem Dafoe, un Pasolini perfetto, nel volto e nella profondità. Superlativo. 

Emanuela Macrì – critica cinematografica

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