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UniTrento: Mario Diani confermato alla guida di Sociologia

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Il professor Mario Diani è stato confermato per un secondo mandato (non rinnovabile) alla guida del Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale dell’Università di Trento. L’elezione, che è avvenuta oggi in mattinata a Sociologia, conferma Diani per il triennio 2018-2021 a partire dal prossimo primo ottobre. Diani, unico docente ad aver dato la propria disponibilità, è stato eletto oggi dal Consiglio di Dipartimento con 43 voti a favore, 4 schede bianche e 4 nulle. I votanti sono stati 51 su 66 aventi diritto. 

Mario Diani è nato nel 1957. Ha studiato presso l’Università di Milano dove si è laureato in Scienze politiche nel 1982 e presso l’Università di Torino, dove ha conseguito il Dottorato di ricerca in Sociologia nel 1987.

Professore ordinario di Sociologia generale a Trento dal 2001, è stato preside della Facoltà di Sociologia nel triennio 2005-2008. In precedenza ha insegnato presso l’Università Bocconi di Milano (1988-1993), l’Università di Pavia (1993-1996) e l’Università di Strathclyde a Glasgow, dove tra il 1996 e il 2001 è stato titolare della Chair of Sociology presso il Department of Government, uno dei più prestigiosi centri di ricerca politica in Europa, di cui è stato anche direttore. Nel periodo 2010-2012 è stato ICREA Research Professor presso l’Università Pompeu Fabra di Barcellona.
Mario Diani è tra gli scienziati sociali italiani con il maggiore impatto nella letteratura scientifica internazionale.

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È conosciuto soprattutto per le sue applicazioni della network analysis allo studio dell’azione collettiva e della società civile (Green Networks, Edinburgh University Press 1995; Social Movements and Networks, Oxford University Press 2003 [con Doug McAdam]) e per i suoi studi sui movimenti sociali (Social Movements, Blackwell 1999 [con Donatella della Porta]). Ha condotto ricerche sull’ambientalismo (Isole nell’arcipelago, il Mulino 1988; Movimenti senza protesta?, il Mulino 2004 [con Donatella della Porta]), sull’etnonazionalismo (Nazioni senza stato, Feltrinelli 1992 [con Alberto Melucci]), sul rapporto tra associazionismo e capitale sociale (Beyond Tocqueville. The social capital debate in comparative perspective, University Press of New England 2001 [con Bob Edwards e Michael Foley).

Si è inoltre occupato di problemi metodologici nello studio dell’azione collettiva (Studying collective action, Sage 1992 [con Ron Eyerman]). Il suo studio della struttura della società civile in Gran Bretagna The Cement of Civil Society (Cambridge University Press 2015) ha ottenuto la honarable mention come best book in political networks 2015-2017 dall’American Political Science Association. Sempre nel 2015 è apparso l’Oxford Handbook of Social Movements, curato con Donatella della Porta per conto di Oxford University Press.

È inoltre autore di oltre cento saggi, spesso apparsi in prestigiose riviste internazionali tra cui American Sociological Review, American Journal of Sociology, Social Networks, Theory and Society, Sociological Review, European Journal of Social Theory. E’ stato co-direttore della rivista internazionale Mobilization, membro del board of directors di INSNA-International Network for Social Network Analysis, e membro dei comitati editoriali di Contemporary Sociology, International Journal of Comparative Sociology, Quaderni di Sociologia, Quaderni di Scienza Politica, Environmental Politics, South European Society and Politics.

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L’indagine: Come viene percepita l’università da Trento e Rovereto

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Una piazza aperta alla cittadinanza: così è sembrato ieri il polo espositivo Trento Expo, alle persone intervenute per partecipare all’Assemblea dell’Università di Trento.

Un luogo vivace, molto frequentato, che presto accoglierà le attività dell’Ateneo e che è stato scelto per ospitare un momento di riflessione e di condivisione sui tanti temi che riguardano la ricerca, l’alta formazione e soprattutto il rapporto tra università e territorio.

Proprio sul legame tra l’Ateneo e la cittadinanza è stata condotta in vista dell’Assemblea un’indagine sulla percezione che i cittadini trentini hanno della loro università.

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Quale opinione hanno i cittadini della provincia di Trento dell’Università di Trento? Quali sono per i Trentini i punti di forza dell’Ateneo di Trento e quali le sue criticità? Quale ruolo ha giocato l’Università di Trento nello sviluppo sociale, economico e culturale del territorio e delle due città? Quale rapporto ha la cittadinanza di Trento e Rovereto con l’Università e con gli universitari?

Sono alcuni degli interrogativi da cui muove l’indagine.

Nata inizialmente da un progetto sviluppato entro l’accordo di cooperazione tra Ateneo e Comune di Trento, in seguito la rilevazione è stata fatta propria dal presidente dell’Università di Trento e ne ha promosso l’estensione a tutti i cittadini della provincia di Trento.

Nell’indagine, si è sondato il grado di accordo rispetto ad una serie di questioni che riguardano l’università e il suo rapporto con il mondo sociale, culturale, economico e politico del territorio.

Ne emerge una complessiva soddisfazione e una grande apertura di credito nei confronti dell’Ateneo, che si traduce in giudizi più che positivi in tutti gli ambiti indagati.

Emergono, inoltre, molti spunti di riflessione sul rapporto tra l’Università e il territorio, e sul ruolo che l’Ateneo dovrà giocare nel prossimo futuro nello sviluppo culturale, sociale ed economico della provincia di Trento.

Coordinata dal professor Ivano Bison del Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale, l’indagine è stata condotta in collaborazione con Doxa nella primavera 2018, con metodologia CATI a un campione di 800 individui rappresentativi degli abitanti della provincia di Trento, di età compresa tra 18 e 65 anni stratificati per genere, età, dimensione del comune con un sovra-campionamento per i comuni di Trento e Rovereto.

Gli studenti e le studentesse del corso di Survey Design for Social Research del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale hanno collaborato alla progettazione, alla realizzazione dell’indagine e alla stesura del presente rapporto.

Che ruolo svolge UniTrento sul territorio? L’82% ha risposte che favorisce l’innovazione del sistema produttivo, il 91% che produce crescita culturale e l’84%
che fa conoscere il Trentino nel mondo. Il 92% ritiene che una maggiore collaborazione  con le amministrazioni locali potrebbe migliorare l’economia locale, la qualità della vita e il coinvolgimento della comunità

L’indagine ha diversificato alcune risposte contrapponendo la città di Trento con  quella di Rovereto.

Nel capoluogo per il 90 % degli intervistati l’ateneo rappresenta un fattore di crescita culturale, per Rovereto invece il 73%

Il 72% degli intervistati di Trento ritiene interessanti gli eventi universitari, a Rovereto solo il 50%%

Per il 75% dei residenti a Trento l’università rappresenta un elemento di modernità, per Rovereto solo il 48%.

È invece utile alla valorizzazione artistica e culturale per il 72% dei trentini e per il 59% dei roveretani.

Ma come vengono percepiti gli studenti nelle due principali città della provincia?  Per l’89% degli intervistati di Trento come una risorsa economica, (per Rovereto il 76%)

Le due città sono concordi sul fatto che siano un arricchimento culturale, (73% Trento e 71% Rovereto). Il 68% dei trentini pensano inoltre che gli universitari partecipino attivamente alle iniziative della città  (a Rovereto il 58%)

Paolo Collini

Infine, per 12% dei Trentini gli iscritti all’ateneo sono troppi, sono invece quattro volte di più gli intervistati di Rovereto che la pensano uguale (sono troppi per il 46%).

Il 45% dei cosmopoliti sostengono l’ateneo e hanno una grande considerazione dell’Università e le riconoscono un appoggio incondizionato. Il 20% dei localisti  sostiene l’università trentina ma  pensa che dovrebbe formare prima di tutto i giovani trentini e inoltre, sono abbastanza favorevoli nel ritenere che UniTrento sia un costo per il territorio.

Il 25% sono positivi ma critici mettondo in luce alcuni limiti rispetto al legame di UniTrento con il territorio e alle ricadute della ricerca in termini di crescita socio
economica del Trentino. Il 10% sono critici ed ostili a UniTrento e la pensano esattamente all’opposto dei sostenitori cosmopoliti. Per queste persone UniTrento non dà vantaggi sociali ed economici al territorio, è solo un costo e non si capisce cosa faccia. In ogni caso, è opportuno che formi prima i trentini.

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Generazione ’68, inaugurata la mostra, il rettore Collini: «L’ateneo è con gli Alpini, il tricolore è l’unico segno che ricordiamo»

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Il percorso espositivo racconta, tra il contesto trentino e il panorama internazionale, tra il movimento studentesco e l’immaginario culturale, il ’68 dei giovani che si contrapponevano a regole e autorità.

La mostra è rivolta a chi abbia voglia di “vedere” il ’68 attraverso la lente di una generazione che si definì prima di tutto “anti-autoritaria”.

È anche un invito agli studenti e alle studentesse a scoprire il fermento intellettuale e politico che cinquant’anni fa ha animato i corridoi di Sociologia. «Una mostra che vuole contribuire a superare alcuni luoghi comuni sul ‘68 e a rileggere quel tempo in una prospettiva meno nostalgica e più critica», come ha sottolineato Giuseppe Ferrandi, direttore della Fondazione Museo storico del Trentino.

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Per farlo, i curatori Michele Toss e Sara Zanatta hanno lavorato in due direzioni. Da una parte, la ricerca si è concentrata sull’idea del ’68 come fenomeno esplosivo ma non improvviso: tutti gli anni ’60 sono stati anni ribollenti, e queste “radici” sono una parte importante della mostra.

Dall’altra, l’allargamento cronologico è stato affiancato da un ampliamento della geografia del ’68: non solo Trento e non solo la contestazione studentesca. L’esposizione, aperta da oggi pomeriggio, rimarrà aperta fino al 15 dicembre.

All’inaugurazione di oggi pomeriggio è intervenuto il rettore Paolo Collini che ha ricordato come il ’68 sia un’occasione di riflessione per la collettività su un fenomeno che ha generato un cambiamento della nostra società. «Un momento di discontinuità che vogliamo contribuire a raccontare per parole e immagini in una narrazione ricostruita grazie alla collaborazione tra il nostro Ateneo e la Fondazione Museo storico. È anche un’occasione per interrogarci, dentro ad un dibattito che coinvolge molti attori, sull’eredità che ha lasciato nelle generazioni a venire, a distanza di cinquant’anni»

Il rettore ha colto l’occasione per condannare le scritte critiche che nei giorni scorsi sono comparse a Sociologia contro la mostra sul ’68 e le offese contro gli alpini: «L’Ateneo è dalla parte della cultura e del confronto libero delle idee, ma anche al fianco di chi opera per il bene del Paese, dentro e fuori i confini nazionali. E questo è un sentimento condiviso dalla stragrande maggioranza degli studenti, dei docenti e del personale tutto. Il nostro impegno nella ricerca e nella ricostruzione e analisi storica proseguirà anche oltre questa mostra. Ma desidero rinnovare la solidarietà dell’Ateneo agli Alpini per gli attacchi ricevuti nei giorni scorsi. I comportamenti di una piccolissima minoranza di persone non possono certamente cambiare il calore e l’amicizia con i quali l’Università e l’intera nostra comunità ha accolto l’Adunata. Il tricolore che in questi giorni abbiamo messo sulle finestre dei nostri edifici è l’unico segno che vogliamo ricordare»

Dello stesso avviso anche Mario Diani, direttore del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale: «L’anno 1968 ha acquisito un peso simbolico enorme, paragonabile a quello del 1789 o del 1848. A distanza di mezzo secolo il riferimento a quell’anno suscita ancora passioni fortissime, anche se basate su una ricostruzione del periodo alquanto stereotipata – in negativo come in positivo.

Gli avvenimenti degli ultimi giorni ce lo ricordano.

Nessuno è proprietario del ’68 e della sua eredità, e nessuno può sensatamente pretendere di fornirne LA vera interpretazione. Questo vale per chi nel ’68 stava dalla parte dei movimenti di contestazione, ma anche per chi stava in qualche modo da un’altra parte – se non dall’altra parte.

Tra questi ultimi stanno certamente gli alpini, destinatari negli ultimi giorni di insulti ingenerosi ed infondati nella loro genericità, e protagonisti anche loro a loro modo del ’68 trentino.

Non si tratta di fare appello a generici “embrassons nous”, o di negare che i conflitti dell’epoca non riflettessero differenze di valori e concezioni di vita molto profonde.

L’arrivo di Sociologia a Trento coincise con trasformazioni sociali profondissime e queste fasi non sono mai semplici da gestire. Voglio però sottolineare che se gestito in buona fede e con uno spirito aperto anche il conflitto può creare le condizioni per un successivo riconoscimento reciproco e per le basi di una nuova convivenza. La mostra che inauguriamo oggi tocca questi ed altri temi.

Lo fa senza nessuna pretesa di completezza: tenta invece di segnalare almeno alcuni degli elementi che rendono quel periodo così ricco e difficile da interpretare. Tra questi vari elementi ogni visitatore sarà in grado, si spera, di operare la sua particolare ricomposizione, di trovare, cioè un filo conduttore personale che permetta di dar senso a quell’esperienza. Il mondo è molto più complesso e ricco di quello che le rappresentazioni schematiche ci portano a credere. Se questa mostra darà anche un piccolo contributo in quella direzione, potremo dirci soddisfatti».

Il percorso dell’esposizione – Per consentire ai visitatori di entrare nel clima di quegli anni, l’allestimento (dello Studio doc office for communication and design di Bolzano) prende in prestito linguaggi e modi che allora emersero con prepotenza. Non può quindi mancare la musica, con playlist scelte da alcuni giovani del ’68 e diffuse attraverso megafoni posizionati nei giardini esterni del Dipartimento. Ma anche il cinema, con la sua capacità di parlare alle masse, e il costume, con le mode, i riti e le nuove libertà. Anche questi “modi” di essere entrano in mostra nell’installazione al pianterreno che ospita slogan, simboli, suggestioni di quegli anni.

I tre livelli tematici in cui si articola il percorso espositivo sono divisi su tre piani dell’edificio. Si parte dal piano terra dove l’ampia corte interna e i giardini invitano a entrare nell’epoca della cultura giovanile targata anni Sessanta, a sostare nello spazio della controcultura, a rileggere brani musicali e stralci di poesie, a ripercorrere mode e miti.

Questa esplosione di colori e di suoni fa da snodo tra il piano interrato e il primo piano, fra Trento e il mondo. Scendendo di un livello troviamo la storia di Sociologia: è lo spazio più esteso della mostra e racconta le tappe principali della facoltà a partire dal 1962, quando è stato fondato l’Istituto superiore di scienze sociali, fino all’anno accademico 1968/1969.

Si parla dell’arrivo dei primi studenti a Trento, delle materie studiate nella prima facoltà di sociologia d’Italia, delle occupazioni e dell’affermazione del movimento studentesco, dell’esperienza (forse irripetibile) dell’università critica; ma anche di qualche passo falso e delle diverse reazioni alla contestazione. Il movimento studentesco trentino però non è trattato come un fatto semplicemente locale, ma diventa parte di un discorso globale.

Al primo piano scopriamo come già dai primi anni Sessanta ci fosse un intero mondo in movimento, non solo nelle università e nelle scuole ma anche nella politica, nei diritti civili, nella religione, nei costumi. Attraverso un richiamo visivo ai simboli della protesta, viene offerto un affresco di alcune esperienze studentesche connesse a Trento, come Berkeley e Torino, e dei principali avvenimenti internazionali, dai movimenti per i diritti civili all’opposizione alla guerra del Vietnam, dalla primavera di Praga alla rivoluzione culturale cinese.

Il percorso dell’allestimento fa da cornice a un calendario di iniziative che accompagneranno i sei mesi di apertura: seminari, visite guidate, presentazione di libri e molti altri eventi, i primi dei quali si terranno tra la fine di maggio e i primi di giugno 2018

La Fondazione ha inoltre avviato una collaborazione con i rappresentanti degli studenti e delle studentesse del Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale per un’attività formativa finalizzata alla realizzazione di visite guidate. A partire da settembre è previsto un ciclo di incontri per la formazione di operatori e operatrici in grado di condurre le visite in autonomia e l’organizzazione di un cineforum, curato e organizzato dall’Unione degli universitari di Trento.

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Doppio lavoro docenti università, Guardia di finanza indaga su 6 casi anche a Trento

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Sono 411 i docenti universitari dei dipartimenti di Ingegneria e Architettura di varie università d’Italia finiti sotto indagine della Gdf perché accusati di svolgere un doppio lavoro.

Tra loro ci sono anche sei professori dell’Università di Trento.

L’ipotesi di reato contestata dalla guardia di Finanza nei loro confronti è quella di attività di un lavoro in libera professione senza autorizzazione.

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In tal senso il rettore Paolo Collini ha subito minimizzato spiegando che non è corretto parlare di secondo lavoro, ammettendo però che in qualche caso c’è l’ipotesi di qualche attività lavorativa extra universitaria senza autorizzazione

Si tratta di professori che, pur avendo optato per il cosiddetto regime di “tempo pieno”, con divieto assoluto di svolgere altri incarichi se non con esplicita autorizzazione del Rettore, si dedicavano ad altre remunerative attività.

Ma durante le indagini sono finiti nel mirino delle Fiamme Gialle anche Chimica, Medicina, Giurisprudenza ed Economia.

Una pratica, che pare particolarmente apprezzata negli Atenei del Nord, con la Lombardia tristemente in pole position con 60 casi al vaglio dei militari.

Segue la Campania con 49 docenti, terzo il Lazio con 38.

Molti, troppi i docenti che, pur scegliendo la formula dell’insegnamento a “tempo pieno“, e con pieno stipendio, si dedicano ad altre attività, infrangendo la legge.

Un’inchiesta che probabilmente si allargherà a macchia d’olio, coinvolgendo, a quanto dice la Guardia di Finanza, un numero per superiore dei 411 docenti fino ad ora interessati e che hanno distorto, a proprio uso e consumo, le prerogative della riforma Gelmini.

 

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