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Io la penso così…

91° Adunata degli alpini ovvero l’assedio di Trento

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Gentile direttore,

La sua testata “La Voce de Trentino” è nota per dare voce anche al dissenso, diversamente dalle altre che meramente si fanno amplificatrici della “voce del padrone” ovvero dei poteri forti, per cui spero che sulle sue pagine possa trovare spazio la mia opinione, d’altronde l’Italia almeno formalmente dovrebbe ancora essere un Paese che garantisce la libertà di pensiero e quindi anche l’espressione di un pensiero fuori dal coro.

Sono molto contrariato per i disservizi che “l’adunata della discordia” prima ancora di iniziare sta portando nella nostra città.

Adunata della discordia” perché è giusto ricordare che c’è una parte della popolazione trentina che ancora, giustamente, si riconosce nella sua storia e quindi nella sua lunga appartenenza al Tirolo.

Molte di queste persone avevano i nonni che hanno combattuto la guerra con la divisa dell’impero austro-ungarico (che non era certo quella “sbagliata”, come poi hanno infierito i “vincitori”) in difesa delle proprie terre e dei propri valori e siccome questi nonni spesso non hanno più fatto ritorno dall’inutile conflitto, sarebbe stato giusto non fare l’adunata a Trento proprio nel centenario della fine del triste e sanguinario massacro, ma sembra che sensibilità e tatto non appartengano ai vertici di certe organizzazioni.

Passando agli aspetti pratici, il centro storico di Trento sarà sotto assedio per circa cinque giorni durante l’adunata, gli stessi residenti saranno privati dei loro diritti di cittadini non potendo parcheggiare nel proprio quartiere, non potendo nemmeno avere accesso con le auto alle proprie abitazioni per poter scaricare le borse di una spesa fatta al supermercato e nemmeno per assistere una persona disabile o con ridotta mobilità, perché è più importante “l’adunata” che le esigenze di chi soffre ogni giorno a causa di un handicap.

Sono molte le persone che conosco in centro storico che hanno “deciso” forzatamente di andarsene da Trento in quei giorni per evitare i disagi.

Inoltre, l’11 e il 12 maggio le scuole chiuderanno, i centri come ANFFAS per l’assistenza ai disabili pure, i trasporti per i disabili subiranno ritardi e cancellazioni già a partire dal 9 maggio.

Ditemi se questa è una dimostrazione di civiltà.

Ospitiamo un’adunata oppure siamo messi sotto assedio?

Ma poi qual è il significato di questa adunata? Anziani che si riuniscono per fare baldoria e bere più del dovuto? Cosa dobbiamo dimostrare? Dobbiamo fare forse sfilate in stile ex URSS per dimostrare all’Austria che siamo forti? Non siamo forse in una Europa unita e pacifica? Non siamo forse i meno considerati per credibilità ed autorevolezza in Europa? A livello di considerazione internazionale vale più il parere della Polonia e dell’Ungheria che quello dell’Italia! Con tutti i problemi che abbiamo sarebbero altre le cose da fare, non nostalgiche e inutili adunate.

Quali sono i costi che la comunità trentina e lo Stato italiano hanno dovuto sostenere per l’adunata, in questi tempi di crisi? Non è giusto sprecar danaro quando c’è gente che non ha di che mangiare! Se dicono di essere al servizio della nazione, che i soldi per le adunate vengano destinati ai bisognosi.

Inoltre, hanno riempito di bandierine italiane tutta la città (usando automezzi attrezzati dell’esercito e automezzi civili. Ancora una volta mi chiedo: chi paga per tutto ciò?) ma perché? A distanza di cento anni devono ancora ricordarci che Trento è in Italia? Quali sono le paure di queste persone? Che Trento torni con l’Austria? Lo sappiamo tutti che non è più possibile.

Anche Trento e perfino Bolzano hanno dimostrato, poi, ampiamente di appartenere all’Italia con tutti gli scandali tipici di questo Paese che è veramente unito da Bolzano a Lampedusa nella corruzione e nel malaffare.

Non abbiamo bisogno di migliaia di bandierine per ricordarci che viviamo in questo Paese… purtroppo.

Quella bandiera che ogni giorno ricorda alla brava gente i propri problemi e le proprie angosce, gente che vive in uno stato dove tutto è precario, dove i governi si formano (quando e se si formano) per soddisfare interessi personali e non per il bene del Paese, dove gli accordi Stato – Mafia sono la normalità, dove le tasse sono alte ed i servizi sono pochi e scadenti, dove manca il lavoro per i giovani, dove lo stipendio di chi lavora è basso, dove le pensioni degli anziani sono insufficienti, dove la carriera e le porte dei consigli di amministrazione sono aperte solo ai raccomandati, dove il valore e la preparazione non contano e chi li possiede deve emigrare all’estero se vuole cominciare a farsi una vita.

Lo so, gli intransigenti nazionalisti mi diranno: «se non ti sta bene cambia Paese», me lo hanno detto mille volte. Diceva in una sua canzone il grande Giorgio Gaber: «Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono».

Io rispondo ai nazionalisti che non sono io che devo cambiare Paese sono i valori del Paese che devono cambiare perché è giusto che si esca da schemi mentali medievali per poter finalmente avvicinarsi al resto dell’Europa e questo anche nell’interesse loro e dei loro figli, a meno che questi nazionalisti non facciano già parte di quella aliquota intoccabile di “raccomandati di ferro” e quindi proteggono i loro privilegi difendendo il sistema attuale.

Infine, sono strani anche i discorsi e le rassicurazioni che il Presidente della Provincia Autonoma di Trento affida quotidianamente ai media, quando in merito all’adunata parla di una popolazione “amica ed accogliente”. Che bisogno c’è di ribadirlo?

In generale i trentini non sono mai stati ostili a nessuno.

Quali sono le paure del Presidente? Perché tutta questa ossequiosità nei confronti dell’Italia? Nelle regioni ordinarie nessuno si è mai fatto questo problema. Nessun territorio italiano è più servile di noi nei confronti di Roma. Qual è il problema? Forse un’identità trentina che non esiste più e la smania di voler essere accettati a tutti i costi?

Vorrei vivere in una Trento veramente libera da preconcetti e condizionamenti, in una Trento che guarda al futuro come ponte tra Mediterraneo e Mitteleuropa, aperta alle due culture per dare maggiori possibilità ai propri cittadini e non più in una Trento ostaggio delle retoriche ultranazionaliste.

Lettera firmata.

Io la penso così…

Amr e farmacie comunali di Trento – di Paolo Farinati

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E’ di questi giorni la pubblica presentazione dei dati di bilancio e dell’attività svolta delle Farmacie Comunali di Trento relativamente al 2017.

Numeri importanti, che ci dicono di un fatturato poco sotto i 22 milioni di Euro, in crescita del 2,4% rispetto all’anno prima, e di un utile di 1 milione e 132 mila Euro, di cui 817 mila Euro da distribuire come dividendo al Comune del capoluogo.

Accanto ai numeri finanziari, grande soddisfazione per la qualità del servizio, riconosciuta anche a livello nazionale ai ben 82 dipendenti, tutti di significativa professionalità.

Le Farmacie Comunali di Trento, che già oggi gestiscono il servizio nei dintorni della città, come pure a Pergine, ma anche ad Arco e Riva del Garda, sulla base di precisi accordi e convenzioni, stanno guardando giustamente verso la città di Bolzano.

Riflettendo sulla nostra AMR, che ben sappiamo gestisce, tra gli altri servizi, anche le nostre farmacie comunali, non posso non ricordare l’accordo sottoscritto ancora nel 2008 tra i due Sindaci Alberto Pacher e Guglielmo Valduga. Tale accordo invitava esplicitamente i C.d.A. delle due aziende a collaborare e a ricercare possibile intese anche societarie.

Credo che per AMR si impongano visioni e scelte strategiche di medio-lungo termine. Guardando in primis alla Vallagarina, vedi la farmacia d’Isera gestita da anni da AMR, ma soprattutto non avendo timore di andare oltre territorialmente e pianificando ben oltre il contingente.

Questo significa, in primis, dare garanzie a tutte le professionalità presenti in AMR, oltre al dare continuità all’alta qualità offerta ai cittadini. Se tale premessa è condivisa, credo vi possano essere concrete nuove opportunità, con cui, in giusta osservanza anche delle nuove normative, si possa dare adeguate risposte al progressivo restringersi dei margini economici aziendali di AMR, dovuto soprattutto al limite comunale dell’operatività dell’Azienda stessa.

Ritengo che un dialogo proficuo con Trento sia indispensabile e improrogabile.

Per arrivare, lo dico con assoluta convinzione, anche ad una fusione delle due realtà in un’unica società. Questo darebbe vita ad un unico soggetto pubblico nel settore farmaceutico per un bacino di più di 250 mila abitanti, con comprensibili vantaggi sulla qualità dei servizi offerti ai cittadini, sulla economicità ed efficienza ottenute dalle evidenti economie di scala, su una possibile crescita anche occupazionale della nuova Azienda.

Aggiungo che la PAT, e con essa l’Azienda Sanitaria Provinciale e tutte le A.P.S.P. sul territorio, potrebbero così collaborare con un soggetto forte e qualificato.

La lingua cinese individua la parola crisi con due ideogrammi: l’uno avente il significato di rischio e l’altro di opportunità.

In sostanza, non vorrei che si perdessero le nuove opportunità che la nostra AMR ha chiaramente innanzi a sé. Come a metà degli Anni ’90 Rovereto seppe leggere con intelligenza, determinazione e responsabilità l’evoluzione in atto nel settore strategico delle multiutilities ( leggasi energia elettrica, metano, calore, acqua, RSU ed altro ), giungendo via via a creare l’attuale Gruppo Dolomiti Energia, così altrettanto si dovrebbe saper agire oggi per quanto riguarda l’importante settore delle farmacie comunali.

Un piccolo ma prezioso patrimonio pubblico che Rovereto potrebbe indubbiamente meglio valorizzare.

Paolo Farinati

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I 90 anni del «Che»: «Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso» – di Paolo Farinati

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E’ una delle frasi più famose di Ernesto Guevara, detto el “Che”.

Oggi avrebbe compiuto 90 anni, essendo nato a Rosario in Argentina il 14 giugno 1928.

Questa immagine (vedi sotto) scattata nel 1960 dal fotografo cubano Alberto Diaz Gutierrez detto Korda, intitolata “Guerrillero Heroico“, è un’icona del Novecento e riconosciuta come la fotografia più rappresentata ed amata nell’ultimo secolo.

Nel giugno 1967 l’editore milanese Giangiacomo Feltrinelli, che a L’Avana incontrò Korba, la usò quale copertina del libro “Diario in Bolivia” del “Che”.

Quale significato può avere oggi riflettere e scrivere de “ el Che” nel 90° anniversario della sua nascita ?

Negli anni del liceo quell’immagine io l’avevo nella stanza dove dormivo e studiavo. Non sono mai stato uno spirito rivoluzionario, ero piuttosto un riformista iscritto alla Federazione Giovanile Socialista Italiana.

Ma gli ideali di libertà, uguaglianza e dignità di ogni essere umano su cui si fondò la vita di Ernesto Guevara, li vedevo idealmente ben sposarsi con il socialismo moderno e riformatore.

“ El Che “, figlio di una famiglia borghese, suo padre era un imprenditore di origine per metà basca e per l’altra irlandese, non abbandonò mai lo studio, laureandosi in medicina.

Da vorace ed eclettico lettore amò i grandi libri di Jules Verne, Alexandre Dumas, Jack London, Miguel de Cervantes, Emile Zola, William Faulkner, Federico Garcia Lorca e poi di Sigmund Freud, Bertrand Russel e Karl Marx. Siamo, pertanto, innanzi ad una persona che fece della conoscenza, anche letteraria, la fonte delle sue scelte e delle sue azioni più ardite e coraggiose. Lasciò una vita tutto sommato agiata, per porsi in difesa della giustizia e della libertà di popolazioni sottomesse da regimi di varia natura.

“ Fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza “, queste le immortali parole che Dante fa pronunciare nel 26° Canto dell’Inferno ad Ulisse, innanzi alle Colonne d’Ercole. Può sembrare un po’ eretico questo mio accostamento de “ el Che “ al Sommo Poeta.

Per Dante la conoscenza era il presupposto base per giudicare una persona. La sua “ virtute “ è indubbiamente quella cristiana. Per Ernesto Guevara lo studio e la conseguente conoscenza era il patrimonio personale che gli permise fin da giovanissimo di sentirsi libero e forte nei suoi ideali. Le sue virtù furono indubbiamente più laiche, ma non per questo meno elevate, laddove parliamo di un protagonista nella liberazione dalla sottomissione di milioni di persone del Centro – Sud America, dal Perù al Cile e alla Bolivia, e dell’Africa, dal Mali al Congo e alla Tanzania.

Virtù fatte di un immenso coraggio personale nel proporsi in prima persona in questa lotta civile fino all’estremo sacrificio, accompagnate da una ferma giustizia morale e politica, allorquando ad esempio si allontanò da Fidel Castro, lasciando Cuba, in quanto aveva capito che là stava nascendo un regime contro i suoi inscindibili valori di libertà e di autodeterminazione di quella popolazione. Ecco, in estrema sintesi, perché nelle mie riflessioni, pur tenendo ben presente i diversissimi e lontanissimi contesti storici, “ el Che “ e Dante Alighieri vissero, agirono e scrissero mossi da ideali assai comuni.

Ernesto Guevara amò e praticò molto il gioco degli scacchi e il rugby. La cosa non è casuale. Entrambi stimolano molto la riflessione e la pazienza, e nel contempo allenano altrettanto significativamente alla decisione e all’azione. Per “ el Che “, malato fin da bambino di asma, gli scacchi furono una piacevole utile compagnia, nel mentre il rugby ne tonificava il fisico ma pure lo spirito. Certamente dal rugby ricavò un coraggio senza pari. Nelle molte lotte di liberazione a cui partecipò era sempre in prima fila.

Venne catturato con gli ultimi suoi fedelissimi compagni in Bolivia, dove si era recato per combattere il regime del Presidente Renè Barrientos Ortuno. Nella cattura la CIA giocò un ruolo determinante. La sua uccisione avvenne il 9 ottobre 1967. Svaniva così il suo sogno di un’America Latina unita, libera e pacifica.

La storia ha dato varie sentenze sulla vita di Ernesto Guevara. Certamente tutte rispettabili. A me rimane dentro un ricordo emozionante e sempre vivo. Ogni uomo può compiere errori, ma quello che mi sento di scrivere è che “ el Che “ non conobbe mai la viltà e il tradimento.

Vorrei che i giovani d’oggi leggessero i suoi diari, guardassero il suo volto, avessero il poster della sua immagine esposta da qualche parte.

Certamente quell’immagine farebbe riflettere molto meglio di quella di un qualsiasi youtuber. Lo scrivo con il massimo rispetto.

Ma solo per ricordarci che la libertà, l’uguaglianza, la fraternità e la pace conquistate col sangue non sono per sempre e hanno ben altro valore e si identificano in ben altra “ virtute “.

Paolo Farinati

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Io la penso così…

Donne contenitori e schiave per difendere i diritti dei Gay. – di Giuseppe Rizzoli

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Caro Direttore,

chissà se i tanti giovani che hanno marciato al Gay pride di ieri a Trento, senza essere gay, convinti di difendere i diritti di una minoranza senza diritti, sanno chi è Premila Vaghela.

Siamo nel maggio 2012.

Premila Vaghela è una donna trentenne, indiana, che fa riferimento al PulseWomen’s Hospital, struttura privata presentata come sicura ed efficiente e che segue le madri surrogate ad Ahmedabad, nel Gujarat, stato dell’India occidentale.

Da otto mesi porta in grembo un bimbo “commissionato” da americani quando, dopo aver accusato dei forti dolori, viene immediatamente ricoverata nella locale unità di terapia intensiva prenatale.

I tempi e la qualità del soccorso non sono dei migliori dato che, purtroppo, i medici non sanno cosa fare contro il grave collasso cardiaco che la attanaglia.

Il figlio, di appena 1,740 kg, viene fatto nascere con parto cesareo e messo subito in incubazione.

Ci si fa in quattro per salvare il bambino, che vale migliaia di dollari. E’ già stato comperato.

Tantissime sono le donne come Premila che subiscono uno sfruttamento che ha fatto dell’India l’Eldorado mondiale della maternità surrogata.

All’utero in affitto ricorrono i ricchi, per lo più bianchi; coppie naturali e, soprattutto coppie gay.

Per queste ultime, il ricorso all’utero in affitto, è infatti necessario, imprescindibile.

Per questo, nei paesi dove viene riconosciuto il matrimonio gay, diventa inevitabile legalizzare anche l’utero in affitto, detto anche“maternità surrogata” o “gpa” (gestazione per altri).

Ma, qualunque sia il nome, rimane un fatto: donne contenitori, donne schiave, per partorire bimbi che rimarranno senza madre.

Cari giovani, vi hanno detto che avrete marciato per i diritti: ma non quelli di Premila. Non quelli dei bambini innocenti. Per i diritti di chi ha ha soldi e usa gli altri, donne e bambini, come fossero una proprietà.

Giuseppe Rizzoli

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