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Coniugi Deambrosis (genitori nonni): Ecco perché è difficile dare torto alla Cassazione

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La sentenza della Cassazione che ha tolto la figlia a Gabriella Carsano e Luigi Deambrosis, divenuti genitori rispettivamente a 57 e 69 anni ha destato molto scalpore.

Decidere di togliere i figli a due genitori, infatti, è sempre una questione delicatissima, e purtroppo sappiamo che vi sono casi in cui ciò viene fatto con eccessiva “leggerezza” da parte di qualche magistrato. Con i drammi che ne derivano.

Ma in questo caso è piuttosto difficile dare torto alla Cassazione. Proviamo a vedere perchè, con delle domande retoriche.

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Mettiamola così: è giusto che una coppia violi la legge 40/2004, che vieta le mamme-nonne e, all’epoca del fatto, la fecondazione eterologa, per prodursi una figlia attraverso il ricorso a pratiche clandestine o recandosi all’estero?

E’ giusto che per avere quella figlia si siano comperati ovuli di una donna terza che è stata iperstimolata per via ormonale e che ha corso seri rischi fisici (emorragia, sterilità, talora cancro…) e psicologici, o per ignoranza, o per bisogno?

E’ giusto che una figlia sia privata, a priori, della sua madre genetica?

E’ giusto che una figlia di un anno abbia per legge una “mamma adottiva-nonna” di 59 anni e un padre di 70?

E’ giusto che, così facendo, si neghi a quella bimba, sempre a priori, e non per una disgrazia o per sopravvenuta morte naturale, il rapporto con i suoi nonni?

E’ giusto che questa pratica, vietata in Italia, sia sdoganata, cosicchè da domani ognuno possa percorrere tranquillamente questa strada? Così che da domani qualcuno possa dire: “io non ho 57 anni, ma 60, però, cosa cambia?“. Oppure: “io, pur avendo non 58 anni ma 55, ma non potendo portare la gravidanza per motivi fisici, ho bisogno non solo di comperare un ovulo, ma anche di affitare un utero: perchè io no?”.

Se la risposta che diamo è: “Sì, è giusto”, allora hanno ragione a Renzi e Obama, quando, in nome del motto love is love, sostengono che tutto è lecito. Se invece rispondiamo: “è sbagliato; non è amore ma egoismo“, è perchè riteniamo che il diritto stia dalla parte del più debole, il bambino, e non del più forte, l’adulto; e che il primo diritto del bambino sia quello di avere un padre e una madre, in modo naturale.

A mio parere l’unica obiezione possibile è: “ma ormai, la bimba ha 7 anni, si doveva lasciarla dove è!”.

Può anche darsi, ma siamo sicuri che sia il bene di quella bimba vivere non solo con due nonni, al posto dei genitori, ma soprattutto con due persone che pur di avere una figlia “loro”, hanno deciso a priori di violare delle leggi, e di mettere a rischio la salute fisica e psicologica della figlia?

Ancora di più: se si lascia passare il principio che la coppia ha fatto bene, quante altre coppie “ordineranno” bambini in questo modo, o in modi ancora peggiori?

Infine un’ultima riflessisone: qualcuno ha notato che il “mammo” Nichi Vendola ha avuto un figlio a 58 anni, uno in più di Gabriella Carsano, e che nessuno gli ha tolto il figlio, nonostante Vendola abbia violato la legge italiana, e negato al figlio una madre, dopo averne pagate due (quella genetica e quella gestazionale).

L’ obiezione, credo, è del tutto corretta, ma non riguarda la recente decisione della Cassazione, chiamata a decidere non sul caso Vendola, ma sul caso Carsano.

Si aggiunga che mentre la legge italiana continua a vietare le mamme nonne, la legge Cirinnà, voluta da Matteo Renzi e dal Pd, di fatto sdogana l’azione compiuta da Vendola, rendendola di fatto legale (ma non morale, nè giusta).

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Autorità per le minoranze: più tutele giuridiche, ma mocheni e cimbri sono a rischio senza un piano

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La parte in ombra sta nella mancanza, per quanto richiesta da tempo, di un piano economico – sociale per mettere in sicurezza le minoranze più deboli, cioè mocheni e cimbri; la parte in luce nella solida corazza legislativa che è stata resa ancora più forte dalla recente legge regionale, dalla norma di attuazione sulla scuola ladina e dal dibattito nella Consulta per la riforma dello statuto dove il tema delle minoranze è stato centrale. Questa potrebbe essere la sintesi estrema della relazione dell’Autorità per la tutela delle minoranze presentata in mattinata dal presidente Dario Pallaoro, da Giada Nicolussi e Luciana Rasom. (altro…)

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Sei sordo e devi chiamare il 112? Sei abbandonato a te stesso.

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L’Italia è il paese dei furbi, ormai non fa più notizia. Ma che ci debbano andare di mezzo i sordi è inaccettabile. Da qualche mese, a livello nazionale, è possibile attivare una app specifica per i sordi che si chiama SOS 112 che permette di chiedere aiuto in modo immediato e di attivare istantaneamente i mezzi di soccorso.

L’unico problema è che serve l’attivazione della locale Questura che, visto e considerato che in Trentino c’è già un App dell’CUE Trentino, non si attiva, non sapendo, però, che la fantastica app del CUE, non è adatta per i non udenti.

Mentre nel resto d’Italia, vengono attivati sistemi tramite smartphone per richiedere assistenza, vedasi il recente lancio dell’APP 118 SORDI in Puglia, se sei sordo e abiti in Trentino e hai l’urgenza di chiamare il 112, sei abbandonato a te stesso.

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Un disservizio clamoroso, in piena sintonia con l’operato di Luisa Zappini, l’ex dirigente (per fortuna) della Centrale Unica per l’Emergenza arrestata e rimossa dall’incarico per aver usufruito dei permessi di assistenza previsti dalla Legge 104 (che prevede l’assenza dal posto di lavoro per assistere i Disabili familiari) per andare in vacanza.

Nessuno deve essere lasciato indietro, è fondamentale che le istituzioni si attivino per abilitare questo sistema il prima possibile, visto e considerato che siamo nell’anno elettorale niente di strano che qualcuno si attivi entro Ottobre. Speriamo.

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Diagnosi autismo: negli anni ’70 un caso su 5 mila, oggi 1 su 110

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“C’e’ un’escalation preoccupante delle diagnosi di autismo non solo in Italia ma anche all’estero. Assistiamo a una maggiore sensibilizzazione rispetto alle diagnosi con strumenti diagnostici piu’ attendibili, ma negli Stati Uniti alcune ricerche affidabili parlano di numeri inquietanti“.

Ad affermarlo e’ Enrico Nonnis, neuropsichiatra infantile e direttore dell’Unita’ Complessa di Salute mentale dell’eta’ evolutiva della Asl Roma 3, che giovedi’ 14 giugno riassumera’ in pillole ‘La questione dell’autismo: aspetti diagnostici ed epidemiologici’ al convegno ‘Risorse e vulnerabilita’ del soggetto autistico’.

L’evento e’ stato organizzato dall’Universita’ ‘La Sapienza‘, dall’Osservatorio Oisma e dall’Istituto di Ortofonologia (IdO) e si svolgera’ a Roma nell’aula Cesare Gerin del dipartimento di Medicina sociale de l’Universita’ ‘La Sapienza’ (Piazza Aldo Moro 5).

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A livello epidemiologico, il primo studio pilota di prevalenza dell’autismo in ambito europeo e’ la ricerca ASDEU (Autism Spectrum Disorder in European Union), che ha visto partecipare l’IRCCS Stella Maris di Pisa.

A questo si aggiunge lo studio dell’Istituto Superiore di Sanita’ condotto al Nord, al Centro e al Sud Italia. “I dati preliminari arrivano dalla Toscana- fa sapere Nonnis- e si attestano su 1 minore con disturbi dello spettro autistico su 110 bambini dai 7 ai 9 anni. Nei maschi, inoltre, l’incremento e’ maggiore perche’ l’incidenza e’ di 4 ad 1 rispetto al genere femminile”.

Un trend aumentato vertiginosamente negli ultimi 40 anni, “passando da un soggetto autistico ogni 5 mila persone negli anni ’70 ad uno ogni 120 oggi”.

Gli autismi sono tanti.Si parla di sindrome proprio perche’ i bambini autistici sono tutti diversi. Lo testimonia l’introduzione di una visione dimensionale del disturbo negli ultimi sistemi di classificazione, che permette di evidenziare una serie di situazioni molto diversificate fra loro come eziopatogenesi“, aggiunge Nonnis alla Dire.

La diagnosi e’ sempre piu’ precoce. “Prima veniva effettuata a 3-5 anni- ricorda il neuropsichiatra infantile- adesso si riesce a farla in maniera attendibile dai 18 mesi di vita. Bisogna, in ogni caso, stare attenti ad avere una visione clinica accurata e a prendersi il tempo necessario per la valutazione ed il monitoraggio”.

La ricerca clinica ha fatto progressi ed e’ importante differenziare l’intervento. “Un tempo veniva prevalentemente diagnosticata la disabilita’ intellettiva come diagnosi principale piuttosto che l’autismo; oggi l’impostazione dimensionale del sistema classificatorio Dsm 5 permette di differenziare i livelli medio, lieve e grave del disturbo e indica quindi anche le forme ad alto funzionamento cognitivo. L’autismo- ricorda Nonnis- e’ un disturbo del neurosviluppo, una condizione che dura tutta la vita, e le cause sono molto diversificate. Solo del 25% dei casi si conosce l’origine e si e’ evidenziata la causa genetica, come ad esempio nella sindrome di Rett”.

Se e’ vero che la genesi dell’autismo inizia durante la gestazione, “quando si arriva ad avere una diagnosi all’eta’ di un anno e mezzo la situazione e’ gia’ avviata e l’intervento non potra’ intervenire sulle cause dell’autismo, ma se precoce e intensivo potra’ ridurra’ i sintomi ‘core’ del disturbo (isolamento e bassa cognitivita’) e la cascata sintomatologica secondaria che aggrava la condizione autistica. Proporre programmi terapeutici intensivi di 40 ore la settimana, che le strutture pubbliche non offrono- continua il direttore dell’Unita’ Complessa di Salute mentale dell’eta’ evolutiva della Asl Roma 3- porta le famiglie a sostenere alti costi. Sarebbe piu’ opportuno utilizzare, almeno a livello prescolare, cio’ che gia’ esiste a livello nazionale: gli educatori aggiuntivi negli asili nido, gli insegnanti di sostegno e gli educatori nella scuola dell’infanzia (personale pagato dal Miur e dagli enti locali) per attuare programmi terapeutici sostenibili. Gli operatori della scuola potrebbero essere supervisionati da psicoterapeuti esperti nel trattamento dell’autismo, ed attuare, sotto la loro guida, metodi terapeutici per obiettivi.

In tal modo si realizzerebbe quell’intervento precoce ed intensivo auspicato e raccomandato da tutte le linee guida nazionali ed internazionali”.

Nonnis con l’aiuto di Costanza Colombi, ricercatrice presso l’universita’ di Ann Arbor in Michigan e con la collaborazione dell’Universita’ di Pisa, ha portato in tutte le scuole d’infanzia e negli asili nido comunali di un distretto della Asl Rm3 l’Early Start Denver Model: un programma applicabile in eta’ prescolare.

“Nelle scuole d’infanzia si gioca e si utilizza il gioco, un’attivita’ socializzante e comunicativa. Tutto e’ supervisionato da operatori ben formati. È previsto il contatto con il pediatra per riconoscere precocemente le situazioni a rischio, in accordo con i servizi del Comune di Fiumicino. Cio’ permette di individuare i bambini molto precocemente. È un progetto sostenibile, ma ancora in una fase iniziale- aggiunge il neuropsichiatra- sta funzionando e vorremmo coinvolgere piu’ bambini possibile. Il nostro e’ un ambito territoriale che conta 85 mila abitanti, e dopo la parte sperimentale si spera di andare a regime per avere educatori formati e competenti. Lavoriamo per obiettivi di gioco, attuiamo degli interventi pedagogici rivolti a tutti i bambini, con l’inclusione dei bambini autistici nel gruppo. Gli educatori coinvolti- conferma il neuropsichiatra infantile- hanno risposto molto positivamente e sono entusiasti del progetto”.

Nonnis conclude con una riflessione sulla politica sanitaria: “Occorre disinnescare questa sorta di partigianeria de ‘Il mio metodo e’ meglio del tuo’“.

Lo studioso sa che un limite va messo: “Deve esserci uno spartiacque netto tra metodi dannosi e non efficaci (come ad esempio la terapia chelante) e trattamenti abilitativi e riabilitativi che hanno delle evidenze di efficacia. Deve esserci una riflessione scientifica continua, perche’ sposare un unico metodo quando gli autismi sono tanti non ha senso. I metodi che piu’ funzionano sono un mix variabile di proposte ‘neuroevolutive’ e ‘comportamentali’ e il loro uso dipende dal tipo di bambino e dalla pervasivita’ del disturbo. È come se dovessimo tagliare un abito su misura per ciascun bambino. Nell’autismo navighiamo in un mare difficile, dove e’ sempre necessario avere una visione clinica generale dell’individuo- termina il medico- visione che ci permette sia di confermare le ipotesi diagnostiche, sia di scegliere i trattamenti piu’ adatti e piu’ efficaci per quel determinato bambino e per l’espressivita’ del suo disturbo”

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