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Ambiente Abitare

Delitti ambientali: Nel 2017 sono state 197 le vittime

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Si contano circa quattro morti a settimana. È un massacro senza fine quello degli attivisti ambientalisti che in tutto il mondo difendono la terra e gli ecosistemi dalle mire di forti interessi privati. Il nuovo rapporto della ONG Global Witness sui delitti ambientali ha censito 197 vittime nel 2017, quattro volte il numero che compariva nel suo primo rapporto del 2002.

«La situazione rimane critica – ha detto Ben Leather, campaigner della ONG – Fino a quando le comunità non saranno davvero coinvolte nelle decisioni sull’uso della loro terra e delle risorse naturali, coloro che si opporranno continueranno a subire vessazioni, incarcerazioni e minacce di omicidio».

Non andiamo bene nemmeno sui reati ambientali, che sul territorio nazionale sono 71 al giorno, circa tre ogni ora. Il tutto per un business che vale 13 miliardi. Resta la morsa dell’ecomafia nel Mezzogiorno. La Campania in testa alla classifica regionale degli illeciti. Il Lazio è sempre la prima regione del centro Italia, la Liguria è la prima del nord.

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Questa la fotografia scattata dal rapporto `Ecomafia 2017´ di Legambiente (edito da edizioni Ambiente, con il sostegno di Cobat e Novamont), presentato oggi a Roma alla Camera, in cui sono raccontate storie e numeri della criminalità ambientale in Italia.

Nel 2016 – spiega il report – il fatturato delle ecomafie scende a 13 miliardi registrando un -32% rispetto allo scorso anno, «dovuto soprattutto alla riduzione della spesa pubblica per opere infrastrutturali nelle quattro regioni a tradizionale insediamento mafioso e al lento ridimensionamento del mercato illegale».

Per tornare ai delitti ambientali tuttavia, la piccola buona notizia è che, dopo quattro anni di aumento degli omicidi, il numero di morti sia lievemente diminuito: forse merito di una crescente consapevolezza globale dei governi e delle imprese. La maggior parte dei crimini è perpetrata in remote aree dei paesi in via di sviluppo, soprattutto in America Latina.

Ma difendere la terra è rischioso anche in India, dove quattro persone sono state uccise per aver cercato di impedire l’estrazione di sabbia dalla riva del fiume dove sorge il loro villaggio di Jatpura, nello stato di Uttar Pradesh.

In Turchia, una coppia di pensionati è stata freddata a colpi di arma da fuoco nella propria casa dopo aver vinto una battaglia legale per chiudere una cava di marmo che riforniva hotel di lusso. La fame di minerali, che ha causato 36 vittime lo scorso anno, ha trasformato le Ande in una zona di guerra tra indigeni e imprese.

Resta comunque l’agrobusiness il principale driver di violenza, con la crescente domanda di soia, olio di palma, canna da zucchero e carne che spinge imprenditori agricoli e allevatori a cercare terre sempre più in profondità nel territorio indigeno e sulle terre pubbliche. Il Brasile, non per nulla, è il primo paese per omicidi a sfondo ambientale nel 2017, con 46 vittime.

 In Colombia sono morte invece 32 persone, mentre il Perù è menzionato per il peggior massacro dell’anno, con sei contadini uccisi da una banda criminale che puntava alle loro terre per rivenderle alle imprese dell’olio di palma. Crescono i delitti anche in Messico ed esplodono nelle Filippine (41 vittime).

In Africa, la più grande minaccia viene come sempre dai bracconieri e dal commercio illegale di specie selvatiche. Nella Repubblica Democratica del Congo, quattro ranger e un facchino sono stati assassinati in un’imboscata lo scorso luglio.

Molti altri omicidi, oltre a quelli riportati nel dossier di Global Witness, non vengano denunciati. Forse perché avere giustizia è ancora un miraggio: gli assassini sono spesso assunti da uomini d’affari o politici e rimangono impuniti. La polizia spesso è collusa con il potere.

Se non altro, in alcuni paesi che negli scorsi anni sono stati nell’occhio del ciclone, il numero di morti è sceso. Ad esempio in Honduras e Nicaragua, dove comunque gli attivisti rimangono molto vulnerabili.

Alcune istituzioni internazionali hanno prestato orecchio all’indignazione globale: a seguito delle critiche per aver sostenuto il progetto idroelettrico in Honduras legato all’omicidio di Berta Cáceres, la Dutch Development Bank (FMO) ha dichiarato che la sicurezza dei difensori dei diritti umani sarà un fattore chiave nelle sue future decisioni di investimento.

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Ambiente Abitare

«Salute, ambiente e competività: il ruolo della chimica». Oggi il convegno al Muse

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Salute e ambiente al centro del convegno organizzato dall’Ordine Regionale dei Chimici del Trentino Alto Adige in scena oggi 22 giugno al MUSE di Trento.

Un momento di studio che vuole aprire una finestra di approfondimento dedicata ai regolamenti europei REACH e CLP che, a 12 anni dalla prima emanazione, sono entrati definitivamente in vigore il primo giugno 2018, imponendo controlli sulla pericolosità delle sostanze che compongono prodotti e oggetti di uso e consumo quotidiano.

Oltre 180 gli iscritti alla giornata.

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Scontrini fiscali, abiti che indossiamo, telefoni con cui chiamiamo, detergenti e cosmetici che utilizziamo, giocattoli per bambini, noi stessi. Tutto è chimica.

Questo affermano gli oltre venti esperti che si sono alternati al tavolo dei relatori del convegno Salute, ambiente e competitività: il ruolo della chimica, organizzato dall’Ordine Regionale dei Chimici del Trentino Alto Adige, per il coordinamento scientifico di Fabrizio Dematté.

Il controllo dei “chemicals” rappresenta un passaggio determinante per la tutela della salute dei consumatori e dell’ambiente.

Proprio a questo fanno riferimento i regolamenti europei REACH e CLP (Reg. 1907/2006 e Reg.1272/2008), focus del convegno di oggi.

Le normative sono complementari tra loro: CLP armonizza i criteri di classificazione dei pericoli, REACH è il sistema di registrazione, valutazione e autorizzazione delle sostanze chimiche. 21.551 le sostanze registrate entro il primo giugno, che costituiscono ad oggi uno dei più corposi registri pubblici al mondo con informazioni in merito alle proprietà chimiche, fisiche e tossicologiche di sostanze presenti in tutti gli oggetti di uso quotidiano.

I regolamenti impongono controlli a tutto il sistema produttivo con verifiche relative anche all’utilizzo, proponendosi anche come strumento per stimolare la competitività e l’innovazione.

Grande l’interesse dimostrato infatti da Confindustria che ha partecipato attivamente all’organizzazione del convegno, coinvolgendo numerosi associati.

Studi specifici sulle sostanze in circolazione devono essere ottenuti e depositati dalle stesse realtà produttrici e non più dalle istituzioni: un forte invito alla responsabilità, un ingente costo da sostenere per le imprese, ma anche un impulso al miglioramento delle prestazioni e, quindi, alla competitività.

Secondo il legislatore europeo l’importanza del miglioramento del controllo delle sostanze pericolose e dell’etichettatura dei prodotti sarà in breve tempo dettata dal mercato stesso: i consumatori sono sempre più attenti alla salubrità dei prodotti acquistati, le grandi aziende sono sempre più attente all’immagine che forniscono all’esterno.

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Ambiente Abitare

Soddisfazione dell’Enpa per la condanna di Durnwalder: è la fine delle impunità

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Questo il commento dell’Enpa (Ente Nazionale Protezione Animali) dopo la condanna di Luis Durnwalder ed Heinrich Erhard: “Condanna Durnwalder: finita l’impunità… Messaggio per Rossi e Kompatscher: niente colpi di mano sui lupi o ne risponderanno in prima persona. Con il loro patrimonio”.

La storica sentenza con cui la Corte dei Conti ha condannato al pagamento di oltre 1 milione di euro Luis Durnwalder, già Presidente della Provincia di Bolzano, ed Heinrich Erhard, già Direttore dell’Ufficio Provinciale Caccia e Pesca, per aver emanato numerosi decreti in violazione della legge caccia, fissa un limite invalicabile per le Istituzioni delle Province di Trento e Bolzano, e non solo.

Una linea di confine oltrepassata la quale i detentori di cariche pubbliche rispondono personalmente – con i loro averi – delle decisioni assunte in materia di fauna selvatica durante il loro mandato.

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«Questa – commenta Enpa – è la fine non soltanto dell’impunità ma delle pretesa stessa di impunità».

Secondo l’Associazione, la sentenza della Corte dei Conti non avrà conseguenze tangibili sulla questione lupi.

Infatti, come noto, le Province Autonome di Trento e Bolzano, stanno cercando di avocare a sé il potere di vita e di morte sui lupi, e di autorizzarne – con un vero colpo di mano incostituzionale (la tutela della fauna selvatica, a maggior ragione se rigorosamente protetta, rientra tra le competenze esclusive dello Stato) – le uccisioni illegali ricorrendo al meccanismo tristemente famoso delle deroghe.

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Ambiente Abitare

Conforti Pavimenti: il futuro cammina su basi sicure

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In tre parole passione, esperienza, qualità. In due: Conforti Pavimenti. (altro…)

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