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Paradise Papers. Dorfmann: «Sanzioni per chi favorisce l’elusione fiscale»

Luxleaks, Swissleaks, Panama Papers e ora Paradise Papers: in pochi anni è venuto alla luce un circuito planetario di pianificazione fiscale aggressiva, in cui multinazionali, ricchi contribuenti e banche si danno la mano e lavorano insieme per eludere le imposte.

Come? Elaborando strategie complesse, che approfittano della mancanza di armonizzazione tra i regimi fiscali dei vari stati e permettono quindi di spostare i profitti là dove le tasse sono più basse o, addirittura, inesistenti.

Un esempio è il cosiddetto “sandwich irlandese”, strategia che Facebook utilizza per trasferire le risorse prodotte in Italia alla casa madre irlandese (Facebook Ireland Limited), dove l’aliquota è del 12,5 per cento. Con questo stratagemma, la multinazionale di Mark Zuckerberg è riuscita a versare allo stato italiano solo lo 0,11 per cento dei ricavi reali.

Una vergogna. Ancora di più se si pensa che tutto questo è legale, dato che l’Italia non si è ancora dotata di una misura appropriata per contrastare questa forma di spostamento dei ricavi.

La pianificazione fiscale aggressiva non è un fenomeno solamente immorale: siamo di fronte a un cancro che divora le nostre economie, danneggiando la concorrenza e le politiche fiscali e, soprattutto, aumentando le diseguaglianze. È totalmente inaccettabile che cittadini e piccole imprese paghino il giusto ammontare, mentre i più ricchi ne approfittano per spostare i loro ricavi là dove le tasse sono più basse.

In Parlamento europeo non abbiamo dubbi: le tasse vanno pagate là dove si realizzano il fatturato e i profitti. Per questo stiamo lavorando per cambiare la normativa a livello europeo, in modo che le pratiche aggressive di ottimizzazione fiscale diventino illegali.

Nella legislatura in corso, abbiamo dichiarato guerra a questo tipo di comportamenti. L’elusione fiscale si batte a colpi di trasparenza, perché è della segretezza che si nutrono le pratiche fiscali scorrette.

Abbiamo incominciato eliminando il segreto bancario. Da quest’anno, infatti, le amministrazioni tributarie dei ventotto stati membri si scambiano automaticamente le informazioni sulle attività finanziarie detenute dai cittadini di uno stato presso istituzioni finanziarie degli altri paesi appartenenti all’Ue.

Inoltre, abbiamo legiferato affinché gli stati membri siano ora obbligati a comunicarsi reciprocamente gli accordi fiscali che stringono con le varie multinazionali, per far venir meno la segretezza intorno ai cosiddetti “accordi fiscali preferenziali”, che hanno permesso, ad esempio, ad Apple di pagare lo 0,005 per cento del suo fatturato al fisco irlandese nel 2014. Irlanda che, nel frattempo, è stata sanzionata dalla Commissione perché questo accordo ha avuto conseguenze negative sul gettito fiscale di altri paesi membri.

Sempre a questo proposito, abbiamo votato affinché che le compagnie multinazionali operanti in Europa siano obbligate a “rendicontare paese per paese”, ovvero a trasmettere alle autorità fiscali una rendicontazione specifica, relativa ai profitti e alle imposte versate in ogni paese.

Lo scandalo dei Paradise Papers è un monito a fare ancora di più e, soprattutto, a fare in fretta. Sono almeno tre le misure che abbiamo in serbo per i prossimi mesi, decisive per aumentare la stretta sui “paperoni” che provano a eludere il fisco.

Entro fine anno ci attendiamo l’approvazione da parte dei ministri delle finanze Ue di una lista nera dei paesi con un livello di tassazione molto basso o nullo. È fondamentale che entro quella data si pervenga a una definizione credibile di “paradiso fiscale”. E, soprattutto, che vengano previste delle sanzioni adeguate contro questi paesi.

In secondo luogo, è importante intercettare gli intermediari, come consulenti fiscali, contabili, banche e avvocati, che elaborano e promuovono sistemi di pianificazione fiscale. Una direttiva in proposito è già al vaglio e dovrebbe essere approvata entro sei mesi. L’obiettivo è che gli stati membri si scambino automaticamente le informazioni che hanno su coloro che favoriscono queste pratiche, per consentire un’allerta precoce sui nuovi rischi di elusione. Questo, però, non basta. È fondamentale anche qui introdurre adeguate sanzioni, per fare in modo che chi aiuta a organizzare le frodi venga punito, ad esempio con la sospensione della licenza.

Per ultimo, c’è l’ambizioso progetto, attualmente al vaglio della commissione affari economici del Parlamento europeo, di cui sono membro, di armonizzare le imposte sulle società in Europa, attraverso l’introduzione di una base imponibile fiscale europea sull’imposta sulle società. Ai singoli stati resterebbe la facoltà di determinare l’aliquota da applicare.

L’Unione europea è una superpotenza economica che ha tutti i mezzi per essere leader nella lotta contro i paradisi fiscali. È però necessario che tutti gli stati membri facciano propria questa battaglia, invece di fare loro stessi ricorso alle pratiche che vogliamo eliminare.

A cura di Herbert Dorfmann, Europarlamentare eletto nel collegio del Trentino Alto-Adige

 



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