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La fabbrica «lenta» a regola d’Arte di Giovanni Bonotto

Magiche stoffe e lane pregiate che sembrano sfornate dalle migliori cucine… un’alchimia di tessuti prodotti nell’azienda manifatturiera di Molvena Vicenza, direttore creativo Giovanni Bonotto, che il 7 novembre 2017 presso il Teatro del polo scolastico A.Degasperi di Borgo Valsugana ha presentato la sua intuizione geniale di “fabbrica lenta”.

Chi si aspettava la classica lezione di economia e finanza, nello stile del ciclo di conferenze di qualità organizzate dalla Cassa Rurale Valsugana e Tesino forse è rimasto spiazzato, ma forte era la curiosità del pubblico accorso numeroso, tra cui studenti seduti in prima fila.

Giovanni Bonotto in completo bianco e cappello (un simbolo che non toglierà per tutto l’incontro) incanta la platea raccontando la sua giovinezza e la passione che ha saputo trasmettere nell’azienda famigliare. A volte un monologo più che un dialogo con Michele Andreaus, docente universitario di Economia Aziendale e Gabriele Buselli moderatore.

La storia della manifattura tessile Bonotto fondata nel 1912 da Luigi Bonotto inizialmente per produrre cappelli di paglia, è riassunta in un interessante video che viene trasmesso durante la serata ed è presente sul sito dell’azienda.

Luigi II° Bonotto – tra i massimi collezionisti al mondo di opere d’arte del movimento d’avanguardia Fluxus – decide di convertire i cappelli in un nuovo prodotto (il tessuto) e inaugura la fabbrica-museo, un luogo di lavoro e nel contempo uno spazio che ospita numerose opere d’arte, spesso donate dagli stessi artisti.

All’età di 25 anni Giovanni fa l’autista al padre accompagnandolo dai clienti, ma entra subito in conflitto generazionale e così il padre all’epoca 50enne consegna  le chiavi dell’azienda al figlio e si mette da parte.

Giovanni Bonotto con il fratello Lorenzo, si trova così a guidare un’azienda che oggi conta 250 dipendenti maestri artigiani, ma deve fare i conti con la crisi che ha investito anche il comparto del tessile.

Recentemente il gruppo Ermenegildo Zegna ha acquisito il 60% delle quote della manifattura Bonotto, che in tal modo può dotarsi di un approccio più industriale e una mentalità internazionale per prepararsi alle nuove sfide, fermo restando la tecnologia d’epoca della “fabbrica lenta”. E’ anche un modo per dare un futuro ai propri dipendenti, seguendo la lezione del padre.

Giovanni Bonotto ritiene di avere avuto una grande fortuna, quella di indossare “gli occhiali della fantasia”, poter fare impresa in modo non convenzionale, adottando delle tecniche di marketing che hanno fatto aumentare il fatturato di 10 volte, occupa la carica di direttore creativo dell’azienda in ambito europeo con una filiale anche in Portogallo.

Determinante è stata la contaminazione tra arte contemporanea ed impresa, poter crescere a contatto con grandi artisti (tra i quali Yoko Ono) e negli anni Settanta  scoprire l’arte performativa e il talento di Marcel Duchamp. Vita e opere d’arte coincidono, l’arte non è qualcosa di astratto, ma esce nella strada e ci parla, la vita è arte.

Dopo una premessa incentrata sulle correnti artistiche che hanno influenzato la sua formazione, Giovanni Bonotto racconta della fabbrica di Molvena, un piccolo paese sede di altri due grandi marchi famosi a livello internazionale, Diesel e Dainese.

La Diesel di Renzo Rosso inventa la tribù di riferimento, vestire un jeans è uno stile di appartenenza, così come avviene per le magliette o le cinture di Dolce e Gabbana.

Dal 2000 il prodotto è comunicazione e le fabbriche diventano fotocopiatori di prodotti che non hanno anima. Ben presto l’overdose di comunicazione si tramuta in rumore, come in un mercato sovraffollato e non ci sono più orecchie per ascoltare.

Giovanni Bonotto che è stato anche allievo di Umberto Eco, ha potuto conversare e approfondire questi temi; oggi non c’è crisi ma saturazione, manca credibilità, è la crisi di un’epoca. Introduce la metafora della finestra del Novecento che non è più contemporanea, non si riesce a comunicare, non conosciamo più l’alfabeto per capire cosa succede intorno a noi, è critico riguardo alle start up, un inutile dispendio di soldi a parte qualche eccezione.

Invece lentamente si sta aprendo la finestrella della contemporaneità e il suo lavoro odierno è quello di interpretare l’alfabeto del futuro insieme ai suoi collaboratori.

I fatti gli hanno dato ragione perché a Molvena si produce con requisiti diversi dall’impresa tradizionale, lo stesso docente universitario Andreaus accompagna i suoi studenti di Economia a visitare l’azienda Bonotto, un caso da manuale.

Ma come è nata l’idea di questo cambio di passo?

Nel pieno della crisi gli imprenditori scappano all’estero e Giovanni Bonotto durante  un viaggio in Giappone decide di acquistare una serie di vecchi telai del 1956 che fa caricare su un container, direzione Italia.

Occorreva pulirli e prendere conoscenza del vecchio telaio in ogni suo ingranaggio e per questo gli operai venivano a lavorare anche il sabato, curiosi ed interessati.

Trecento artisti hanno prodotto 17000 opere d’arte che sono rimaste dentro la fabbrica e per sovrintendere questo patrimonio è stata creata la Fondazione d’arte contemporanea Bonotto che ha il ruolo di motorino di avviamento dell’azienda. Ogni dipendente è motivato a lavorare nell’azienda Bonotto anche per il valore intrinseco delle opere d’arte installate in fabbrica.

Oggi la “fabbrica lenta” ha assunto una visione moderna del lavoro e dell’impresa, in un affascinante connubio tra arte, ricerca e sviluppo, antiche tecnologie e innovazione.

La Cina è diventata il primo cliente che acquista i tessuti Bonotto, piccole opere d’arte eseguite a regola d’arte.

Nell’azienda Bonotto sono state messe da parte le tecnologie performanti (Off/On), provando a dipingere l’aria come faceva Leonardo da Vinci nei  quadri  dell’Annunciazione e della Gioconda.

I vecchi telaietti chiedono aiuto all’uomo e maestri oliatori con l’orecchio allenato sentono dal rumore della macchina se ci sono difetti, maestri artigiani seguono intrecci e fili che compongono il tessuto, con una modalità non standardizzata, utilizzando strani materiali e sapori, così sono nate le flanelle all’Amarone Masi, il vello dello yak tibetano tinto con il caffè Illy, lana di pecora nera armena bollita in confettura di mirtilli Rigoni di Asiago, ecc…

La nuova generazione di fabbrica 4.0 è la finestra che si apre per produrre l’indipingibile, “provando e riprovando” (come ha scritto Dante nel canto 3.3.3).

Nella “fabbrica lenta” si adottano dei modelli di riferimento che guardano a Leonardo da Vinci e Dante Alighieri e si lavora con questi insegnamenti. Da questo processo escono capi unici e originali, molto ambiti dalla clientela del lusso.

Bonotto sostiene che gli italiani non sono industriali, ma figli del Rinascimento.

Dopo la seconda guerra mondiale è sorto un secondo Rinascimento mediante tecnologie artigianali (ing. meccanico Piero Laverda memoria storica della moto Laverda Spa fin dalla sua fondazione nel 1949 , Lino Dainese costruì la prima tuta della moto con la tenda da sole di sua madre e Renzo Rosso che inventò lui stesso il jeans denim).

Sono grandi imprenditori con figli istruiti, ma i padri anche senza cultura conoscono il “saper fare” e gestiscono organizzazione e processi.

Spunta ora il terzo Rinascimento: la “fabbrica lenta” che produce il 75% in meno della fabbrica tradizionale, con nuove assunzioni di personale ed elevato fatturato, ma con un elemento in più, l’arte è la fabbrica stessa.

Dove si trova il magazzino delle materie prime? A Ushuaia in Argentina, la città più australe del mondo nella Terra del Fuoco. In Patagonia esiste la lepre selvatica che per sopravvivere ai venti ghiacciati, si è costruita una specie di piumino resistente ai micro ghiaccioli. Ogni anno la Bonotto “affitta” le lepri argentine, più precisamente le guardie forestali argentine catturano le lepri nel periodo della muta, le pettinano e raccolgono il pelo in un sacco, poi le rilasciano. E’ un particolare tipo di pelo molto lungo e sottile, lo scorso anno ne sono stati raccolti 85 kg.

Anche lo yak tibetano ha un pelo molto lungo e folto, idrorepellente e vuoto all’interno come una camera d’aria. E’ ambita pure la pecora nera, che nonostante la nomea, è ritenuta pregiata per i boccoli di lana dal nero al grigio scuro che non necessita di coloranti, diffusa una volta per i cappotti di astrakan.

Con questi filati di rara qualità vengono recuperati i valori di un tempo, la lentezza dei telai meccanici ed il saper fare dei maestri artigiani, per realizzare tessuti a regola d’arte.

Giovanni Bonotto sollecitato dalle domande degli studenti dell’Istituto Degasperi risponde in modo eloquente:

“Cambierebbe il suo lavoro?” – “Ci penso ogni giorno.. si parla di fabbrica lenta, mentre il pensiero è velocissimo per poter realizzare prodotti attraenti e cool. E’ difficile stare al passo nel mondo contemporaneo dei Wi-Fi, riusciamo a farlo perché gli Asiatici, i nuovi ricchi vogliono avere un pezzetto delle nostre creazioni nelle loro case. L’Italia ha un sacco di DNA e la fabbrica non è più la capanna, ma è il territorio, la storia del mio territorio. Quando vedono i nostri pezzi unici, ci chiedono subito i tempi di consegna e successivamente quanto costa”.

“Come è strutturata la fabbrica lenta?” – “La fabbrica lenta è organizzata in modo scientifico, con una normale gestione amministrativa, è lo spirito dei prodotti che cambia il processo industriale, si produce il 75% in meno perché dipingiamo l’aria e le signore ricche desiderano proprio questo, non prodotti standardizzati. Ai consumatori piacciono prodotti veri e autentici con un proprio DNA, si consumano meno e sono sostenibili, trasmissibili da madre in figlio. La Fondazione Bonotto è stata invitata alla Biennale di Venezia, ma l’artista non è più un personaggio, occorre grande sensibilità per capire dove siamo e dove sta andando il mondo. A noi interessa creare i prodotti migliori a livello internazionale”.

“Come ha reagito alle sconfitte?” – “Inizialmente mi hanno preso in giro tutti, mio padre era un bizzarro non un imprenditore, ma poi mi sono preso la rivincita perché gli altri hanno chiuso le fabbriche. La Bonotto è una comunità di 250 persone con scopo di lucro, ha un legame col territorio, un catalogo di storie enormi e questa è la nostra ricchezza. Una volta in aereo due indiani mi hanno chiesto di comprare delle bottiglie di Amarone, Lambrusco, Cantuccini… e questo mi ha illuminato: il nostro territorio è da scoprire perché ricco di storie antiche e straordinarie. Occorre lavorare sulle storie, piccole opere d’arte da valorizzare, rompendo gli schemi, con coraggio e serenità verso il futuro. Ho provato anche a delocalizzare in Cina, Marocco e India, ho speso molti soldi ma poi è da stupidi perdere di vista il nostro DNA perché soltanto noi (italiani) siamo figli di Piero della Francesca”.

Giovanni Bonotto conclude il suo intervento con un auspicio per tutti, avere la fortuna di lasciar uscire il sole che c’è in noi. L’arte non è mai ridicola.

“La vita è stata data per una creatività. Il tempo è come il tessuto su cui occorre disegnare una creazione.”  (Luigi Giussani)

Maria Cristina Betzu – (m.betzu@tin.it)

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