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Arrestato anche un magistrato insospettabile.

Smantellata rete di pedofili su Internet: 10 arresti, 47 perquisizioni. Nei guai anche un Trentino

Dieci persone arrestate, 47 perquisizioni eseguite e ingente materiale informatico sequestrato sul quale sono stati trovati file prodotti mediante lo sfruttamento sessuale di minori.

E’ il bilancio di un’operazione di perquisizione informatica della Polizia di Stato di Trento delegate dalla Procura locale. Nella rete dell’operazione denominata «Black Shadow» coordinata dal pubblico ministero di Trento Davide Ognibene, è finito anche un infermiere trentino incensurato di 46 anni.

Nel suo computer sono state ritrovate e sequestrate oltre 1.500 foto e video che ritraggono bimbe in pose oscene, violate, costrette a rapporti con adulti. Immagini a dir poco raccapriccianti, scoperte tra i files segreti del computer dell’infermiere trentino arrestato e messo ai domiciliari, ma dopo qualche ora liberato in attesa di processo.

Le accuse sono associazione a delinquere finalizzata alla detenzione e diffusione di materiale pedopornografico. Tutte le persone arrestate sono insospettabili e con uno stile di vita ottimo e a contatto per lavoro con i ragazzini. Alcune sono anche laureate e svolgono la libera professione. 

Le indagini sono state condotte dagli agenti della Sezione della Polizia Postale e delle Comunicazioni della Polizia di Stato di Bolzano, coordinate dal Centro Nazionale Contrasto alla Pedopornografia Online e dirette dal sostituto Davide Ognibene della Procura Distrettuale di Trento.

È stata l’abilità messa in campo dagli investigatori informatici altoatesini che ha permesso di ricostruire una fitta rete di pedofili e pedopornografi che, utilizzando il servizio di instant messagging criptato di un notissimo applicativo, ritenuto riservato e sicuro, aveva prodotto e scambiato numeroso materiale.

L’avvio alle indagini parte dall’arresto di un 38enne altoatesino, avvenuto il primo febbraio 2016, trovato in possesso di 4 Terabyte di materiale digitale (foto/video) contenente esibizioni pornografiche di minorenni.

Le dichiarazioni rese dall’arrestato, che affermava essere materiale scaricato dalla navigazione internet, e quindi ceduto da soggetti dei quali non era in grado di indicare generalità od ulteriori elementi utili alla loro identificazione, hanno insospettito gli investigatori informatici della Polizia delle Comunicazioni i quali hanno individuato tra le prove digitali del computer in sequestro un abnorme utilizzo dell’applicazione VOIP ed una impressionante rubrica composta da numerose decine di contatti.

Sono riusciti quindi, attraverso l’utilizzo di particolari software, a ricostruire a posteriori un’enorme quantità di conversazioni dalle quali emergeva la morbosità degli interlocutori nei confronti di pratiche sessuali con minorenni.

L’uomo risulta essere il fulcro di una rete con oltre un centinaio di contatti con i quali lo stesso, a volte presentandosi come madre di una bambina minorenne, affermava essere attratto sessualmente da bambini in tenera età e offrendo, agli interlocutori di volta in volta succedutisi nelle comunicazioni, materiale pedopornografico.

I target coinvolti nel traffico della produzione e cessione di materiale illecito hanno accordi ben stabiliti, patti di segretezza da mantenere e l’obbligo di fare uso dell’instant messaging per la condivisione delle foto proibite di minori al fine di rimanere anonimi e quindi restare impuniti.

L’indagine prende quindi dimensioni rilevanti in quanto le persone con le quali l’altoatesino intrattiene rapporti telematici sono residenti in tutto il Paese. Gli investigatori riescono a tirare le fila su ben 48 persone le cui attività di produzione e condivisione di materiale illecito prendono il via dalle regioni del Trentino Alto Adige, Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Lazio, Abruzzo, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna.

Nella rete della polizia di Stato una settimana fa era caduto anche un magistrato insospettabile di sopra di ogni sospetto. Lunedì gli uomini della polizia postale della Sicilia Orientale, su delega della procura di Trento, hanno perquisito la casa di Messina del giudice Gaetano Maria Amato, magistrato 58enne in servizio alla Corte d’Appello di Reggio Calabria: mentre portavano via computer e cellulari hanno raccolto le ammissioni del magistrato. Amato avrebbe detto di aver chattato occasionalmente e di aver inviato alcune foto ad un suo contatto

Gli investigatori del web avrebbero documentato rapporti in chat del giudice con uno degli indagati dell’operazione «Black Shadow», fra giugno 2014 e settembre 2015. Il magistrato – secondo le accuse – avrebbe anche «autoprodotto» gli scatti di due bambine. L’ordinanza di custodia cautelare è stata emessa lunedì 2 ottobre dalla procura di Messina.

L’accusa è di essersi procurato o aver detenuto (articolo 600 ter del codice penale) materiale pornografico ritraente soggetti minori di 18 anni.

Nel 2009, quando era in servizio a Messina subì un procedimento del Consiglio superiore della magistratura per presunti ritardi nel deposito degli atti. Nella contestazione si rilevava come ci fossero troppe sentenze del magistrato depositate oltre i termini. Per questi ritardi il Csm lo aveva dichiarato colpevole e sanzionato con ammonizione.

Gaetano Amato, nel giugno dello scorso anno, quando era ancora al civile, partecipò ad una conferenza stampa, insieme a tutti i colleghi giudicanti della Corte, per spiegare e difendere l’operato di una collega finita al centro delle polemiche per non avere osservato i tempi per la redazione delle motivazioni della sentenza del processo “Cosa mia” sulle cosche di ‘ndrangheta di Rosarno, circostanza che avrebbe portato alla scarcerazione di tre presunti affiliati alle ‘ndrine.

 






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