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Solo l'intervento privato di una guardia forestale ha sbloccato la cosa.

Investe un capriolo a Peio, poi il delirio del «112».

Incidente ieri sera alle 22.30 circa sulla statale fra Peio e Dimaro che ha coinvolto una 58 enne trentina che stava viaggiando verso Trento.

La donna, che stava viaggiando pianissimo per via del forte temporale, ha incrociato un’intera famiglia di caprioli che stavano attraversando la carreggiata. Purtroppo ha evitato i primi tre ma nulla ha potuto fare con il quarto che ha centrato in pieno. Il capriolo di piccola taglia è morto all’istante. Per la conducente nessun problema ma solo un grande spavento.

Ma la cosa non è finita qui, infatti i veri problemi per la donna sono iniziati quando ha chiamato il numero della centrale unica d’emergenza, il 112.  L’automobilista sotto shock, sotto il diluvio universale e con un animale morto davanti alla macchina, si è sentita chiedere da una non precisata operatrice (non ha pronunciato il suo nome) del 112 il numero della Statale dove fosse successo l’incidente, come fosse facile sapere il numero di tutte le statali del Trentino a memoria. Alla risposta «sono sulla strada che da Peio porta a Dimaro e non so che statale sia» l’operatrice si è pure indispettita e ha chiesto di quale operatore aveva bisogno. Visto che non succede di investire un capriolo tutti i giorni la donna ha risposto di non sapere bene a chi rivolgersi.

L’operatrice del 112 individua così nel corpo dei vigili del Fuoco le persone giuste per intervenire sul luogo dell’incidente. Nel frattempo ad aiutare la donna sono intervenuti alcuni passanti «loro sono stati davvero gentilissimi – afferma la 58 enne – mi hanno aiutata e mi hanno messo a mio agio»

Dopo l’arrivo di vigili del fuoco la donna racconta quanto successo e con sorpresa si sente dire, «ci spiace ma non siamo noi a dover intervenire ma il corpo forestale, il 112 si è sbagliato». Si ricomincia quindi tutto daccapo, la donna richiama il 112 ma non riesce a prendere la linea. Dopo numerosi tentativi parla con la stessa operatrice che aveva erroneamente inviato sul posto i Vigili del Fuoco. (sarà mica l’unica che lavora al CUE?)

Dopo aver nuovamente spiegato quanto successo l’operatrice la indirizza al 115, ma non risponde nessuno, il telefono squilla a vuoto. A questo punto spazientita la donna si rivolge ad uno degli automobilisti che si sono fermati chiedendo disperatamente cosa può fare.

L’uomo, residente in zona allora chiama direttamente un operatore della forestale che abita a due passi dal luogo dell’incidente che arriva in due minuti. Dopo il verbale di rito e le fotografie dell’animale morto arriva anche l’ultima beffa. La Provincia infatti non risarcisce più i danni provocati dagli animali ma ti lascia prendere la carcassa. Il danno provocato dall’animale si aggira intorno ai 2.000 euro. Il capriolo morto è stato donato dalla donna ad uno degli automobilisti che lavora come cuoco in un ristorante della zona con la solerte promessa che la signora sarà invitata a cena quando il capriolo verrà servito con la polenta. «Ma ci pensate – si sfoga la donna – io che mi carico l’animale morto pieno di sangue nel baule e che me lo porto a casa, cose da pazzi»

Ma i problemi legati al numero unico 112 non sono solo in Trentino, anche se nella nostra regione continuano le segnalazioni di cittadini insoddisfatti del servizio. A Torino per esempio il numero unico – entrato in funzione a marzo – è finito nel mirino dei sindacati della Polizia, del 118 e dei Vigili del fuoco. E questi ultimi hanno addirittura preparato un libro bianco con tutti i guai della centrale operativa unica e hanno presentato un esposto in Procura. L’accusa più frequente: «Ci allertano anche con 15 minuti di ritardo». In altre parti d’Italia ci sono state interrogazioni parlamentari – una per mano di Giulia Bongiorno, dopo un caso a Roma per l’incendio in un bar – e indagini delle procure. 

Intanto, non c’è ancora in modo uniforme da Bolzano alla Sicilia. Sono partiti la Liguria, la Lombardia, il Piemonte, il Trentino, la Sicilia ed il Lazio. Sta per decollare quello veneto. Umbria e Marche, invece, hanno deciso di fondersi (per quanto riguarda l’emergenza) e fare una sola centrale che serva le due regioni. Un po’ come la Valle d’Aosta che dipende dalla centrale Piemontese di Torino. Altrove? Se ne parla. Ed è dal 1991 che se ne discute. E nel 2002, il ministro Beppe Pisanu lo dava per certo entro l’anno. Da allora i rinvii sono stati infiniti. Fino a che l’Europa ha multato l’Italia con 40 milioni e così si è partiti. Ma senza unificare le centrali. Il risultato è un ibrido che ha fatto crescere il numero delle sale operative esistenti in Italia, che erano già più di 800. E il 112 non ne cancellerà mai nessuna.

Dietro i telefoni non ci sono poliziotti come nei telefilm ma operatori civili (in qualche caso, come a Trento, ex volontari di protezione civile assunti ad hoc per lavorare in centrale) e formati con un corso di due mesi – o anche meno – che smistano le chiamate a chi deve intervenire. Nella stragrande maggioranza sono invece ex ambulanzieri della Croce Rossa (che prima di diventare privata ha attivato meccanismi di trasferimento per gli ex dipendenti), che conoscono bene i problemi sanitari, ma con il resto – dagli incendi alle rapine – hanno poca dimestichezza.

La base di lavoro è un elenco con 32 tipologie di intervento preparato dal ministero dell’Interno. Chi riceve la chiamata, grazie a quel vademecum, dovrebbe sapere immediatamente chi deve attivare. «E i guai si vedono: gli operatori della sanità allertano il 118 ma hanno poca dimestichezza con il soccorso. E, ad esempio, spesso non avvisano i pompieri», accusa Alessandro Maglione del Conapo dei Vigili del fuoco.

C’è di più. «In questo modo il cittadino fa un doppio passaggio che rallenta il soccorso» accusano i sindacati di polizia – da destra a sinistra sono sulla stessa lunghezza d’onda – che ovunque hanno a lungo protestato per questa scelta. E un doppio passaggio lo è davvero, perché prima si spiega la ragione della chiamata all’operatore del 112, si forniscono i dati richiesti. Poi si aspetta che la chiamata venga girata a chi di competenza: polizia, carabinieri, soccorso sanitario o Vigili del fuoco. A cui si deve di nuovo dire qual è il problema e rispondere ad altre domande. «E così si perde tempo prezioso, si irrita il cittadino e viene meno la risposta pronta di cui si parla nelle linee guida del servizio 112 stilato dall’Europa» accusano i sindacati della sanità.

Ciò che tutti chiedono a gran voce – ma ormai la scelta politica è fatta e difficilmente si farà retromarcia – è la creazione di sale interforze. Cioè con operatori del soccorso, della sicurezza che fanno quello di mestiere. Non centralinisti. Così da organizzare al meglio l’intervento. Ma si tratta di utopie. «Hanno sbagliato tempi e modi su tutto. Hanno messo un numero, sperando di risolvere tutti i problemi. Invece hanno solo accresciuto il disagio» tuona Eugenio Bravo del Siulp, il più grande sindacato della Polizia di Stato.

 






Un commento A Investe un capriolo a Peio, poi il delirio del «112».

  1. vittorio domenegoni ha detto:

    Il 30 maggio del 2007 mia moglie si senti male, chiamai i numeri di emergenza, che mi mettevano in attesa, chiamai il medico di base, che disse collasso, chiamai l’inverosimile, mia moglie stava sempre peggio, la pressione sanguinea era nella norma, mia moglie stava sempre male, nessuno rispondeva al telefono, me la caricai in spalle, la misi sul pavimento, ruggine, di un furgone W, con un amico la portai al pronto soccorso di Desenzano, da li in eliambulanza fù trasportata al civile di Bs, ora, mia moglie è da più di 10 anni tetraplegica, da 8 è a casa sua. Se credete, commentate. Ps mia moglie all’epoca aveva 52 anni.

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