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Orsi pericolosi e provincia di Trento: la giostra dell’inganno – Di Michele Corti.

Questa volta non basta alla Pat il gioco dello scaricabarile (“le catture le deve autorizzare Roma”), né i giochi di parole (“non è un vero attacco”). Se sarà accertato, come tutto lascia supporre, che ad attaccare è stata Kj2, orsa catturata e poi rilasciata (e mai più ritrovata) emergerebbe non solo l’incapacità delle strutture della provincia a garantire la sicurezza delle persone, ma anche una responsabilità dolosa nel provocare le gravi lesioni al pensionato di Cadine.

Il 25 maggio 2014 si apriva la serie degli attacchi degli orsi, In quel caso ad essere aggredito fu Sisinio Zanella di Dimaro in val di Sole. Non si seppe mai quale orso fu responsabile dell’aggresisone a Zanella anche se a lui i forestali dissero che era un maschio che aveva ucciso due cuccioli. Nello stesso anno, a ferragosto,Daniza – già nota per la sua esuberanza –  aggredì il fungaiolo Maturi di Pinzolo, che se la cavò con lievi ferite. Lo strascico è noto: la cattura, la narcosi andata male e l’isteria animalista. Nonostante la collutazione con l’orsa l’episodio venne classificato (lo dice il testo dell’ordinanza di cattura):  ” l’orsa in questione aveva manifestato atteggiamenti aggressivi verso l’uomo pur non giungendo mai ad un contatto fisico e che quindi era oggetto di monitoraggio intensivo”.

Qui (clicca sull’immagine) l’intervista da noi registrata a Sisinio Zanella. Oltre alla dinamica dell’aggressione è interessante quello che riferisce: i forestali che lo hanno accusato di essere un bugiardo con il pretesto delle fototrappole foraggiano gli orsi contro ogni regola.

Nel 2015 vi furono due attacchi più gravi in zone molto vicine (Cadine di Trento e Zambana vecchia, pochi km più a Nord).  Zadra fu aggredito il 29 maggio e  si salvò gettandosi in una forra. Riferì che l’orso che lo aveva aggredito era un maschio.  Rimediò nella collutazione solo una profonda ferita al braccio.


Peggio andò a Wladimir Molinari, colpito alle spalle dall’orsa  Kj2  e ferito alla testa, al torace, ma, soprattutto con un braccio spolpato a morsi. Molinari, di professione artigiano imbianchino, ora è inabile al lavoro e non ha ancora ricevuto alcun indennizzo dalla provincia. Va notato che nei nosocomi trentini nonostante gli incidenti non esiste un protocollo specifico per il trattamento delle ferite da orso. Morsi e unghiate possono veicolare batteri patogeni specifici in grado di provocare infezioni. Sia nel caso di Maturi (che dovette tornare in ospedale per curare le ferite suppurate) che di Zadra (le condizioni del braccio si osservano nella foto sopra). Perché? Forse perché gli orsi non sono pericolosi e i casi di lesioni all’uomo sono talmente eccezionali (ma lo dice la Provincia). Così le strutture sanitarie pubbliche, non allertate del pericolo “per non allarmare la popolazione” non sono neppure in grado di curare bene i malcapitati. Tutto all’insegna del minimizzare, non allarmare.
 Quest’anno un altro caso gravissimo: Angelo Metlicovez di Cadine è stato aggredito con modalità simili a quelle di Molinari (ovvero colto alle spalle) su una strada forestale nei pressi di Terlago. Morso al braccio e alle gambe. Già buttato a terra, con l’orsa che lo trascinava via (un chiaro indizio di vero attacco predatorio) si è salvato grazie al suo cane, che teneva al guinzaglio, che ingaggiando con l’orso e ricavandone anch’esso delle ferite, è riuscito a divincolarsi e a gettarsi in un canalone. Nonostente fosse malconcio e terrorizzato ha avuto la forza di chiamare con il telefonino i soccorritori. Quello che ha fatto arrabbiare Angelo è che nella stessa zona una ragazza è stata anche lei inseguita dall’orso ma è stato messo tutto a tacere e così lui ci ha rimesso le penne. Riferisce Metlicovez:

Nella stessa zona una ragazza è stata anche lei inseguita dall’orso. Per salvarsi si è buttata giù per il dirupo e ha tutte le gambe rovinate, me l’ha detto una dottoressa dell’ospedale. Ha già fatto la denuncia in Provincia ma non dicono nulla e mettono tutto a tacere. Se sapevo che la mattina era successo una cosa simile non passavo di certo per quei luoghi.

L’attacco è sempre “falso”, l’alibi per non agire, ma così si mettono a repentaglio vite innocenti

La provincia non ha fatto nulla dopo l’episodio della ragazza perché ha avuto la fortuna di sfuggire all’orso. Quindi l’attacco è stato “falso”. Ovviamente non si tiene conto che è stata inseguita e ha dovuto anch’essa gettarsi giù per una scarpata per non farsi prendere. La provincia ha commentato:

Questi falsi attacchi se ne verificano, ed è noto che in quella zona ci sono diverse orse con cuccioli [6 come precisato in altra sede] . Anche per questo non manca la cartellonistica. Noi abbiamo subito attivato tutte le procedure del caso e le indagini che comunque, in casi come questo, non prevedono la chiusura dell’area.

Come qualificare queste affermazioni? “Abbiamo messo i cartelli” (e si sentono la coscienza a posto). “Questi attacchi sono normali”.

Quando hanno recuperato Meticovez i soccorritori si sono trovati davanti ad un uomo in un lago di sangue. Così, temendo che potessero esservi fratture e/o emmoragie interne, hanno chiamato l’elicottero per portarlo all’ospedale Santa Chiara di Trento, dove è tutt’ora ricoverato. Metlicovez ha già subito due inteventi al braccio. Anche se il grave attacco a Metlicovez parrebbe aver procurato ferite meno gravi di quelle di Molinari non c’è dubbio che esso appaia come il più grave sinora registrato in Trentino. La protagonista, infatti, è (con grande probabilità) la stessa orsa che ha massacrato Molinari e ci si sarebbe molto da stupirsi e da insospettirsi se non fosse lei. Ma se fosse un’altro individuo ci troveremmo di fronte a un ulteriore orso con comportamento molto aggressivo, forse predatorio, il che solleverebbe fortissimi interrogativi sulle responsabilità di chi ha attuato e poi proseguito sino ad oggi il progetto Life Ursus. Comunque vadano le cose per la provincia non sarà facile barcamenarsi.

Non convincono le spiegazioni sulla mancata cattura di Kj2 a due anni di distanza

Se fosse confermato che la responsabile dell’ultima aggresione è Kj2 si farebbe particolarmente pesante la posizione del presidente Ugo Rossi (sopra) che, due anni fa, firmò un’ordinanza “urgente e contingibile” per la sua cattura (tutt’ora valida, tanto è vero che Rossi ne ha emessa un’altra nel caso il nuovo “orso cattivo” non sia Kj2). Finalmente il 15 ottobre, quando le acque  si calmarono (gli animalisti erano sul piede di guerra per scongiurare un altro “caso-Daniza”) i forestali la catturarono alle pendici del Bondone. Probabilmente la tenevano sotto controllo ma aspettavano che calasse l’attenzione dei media per agire. Una volta catturata, la Provincia, si limitò a radiocollararla. L’urgenza, dopo mesi di infruttuosa ricerca (per incapacità o calcolo?) non sussisteva più e l’intervento e seguire una prassi più “tranquilla” ovvero il rilascio dell’animale in vista di un’eventuale ricattura.  Era  pericolosa, si era certi che fosse lei,  ma si doveva accertarsi dell’identità. Una scusa perché bastano 96 ore (come dichiarato dallo stesso ass, Dallapiccola) per avere il responso. Ad ottobre i cuccioli non sono più così piccoli da morire  picco Ma si preferì adottare un semplice “fermo di polizia” e lasciare il sospetto colpevole a “piede libero”. Non sarà facile in sede giudiziaria per la Pat e per il pres. Rossi giustificare tutto ciò. Oggi, per giustificarsi, dicono che “aveva i cuccioli”. Ma anche Daniza, i cui cuccioli se la cavarono benissimo. Nelle dichiarazioni dei rappresentanti della provincia oltre al maledetto timore di un’anestesia “letale” traspare anche quello per la sicurezza dei forestali (prima che faccia effetto il narcotico, infatti, l’orsa potrebbe caricare. Insomma grande prudenza quando c’è di mezzo la pelle dell’orso e dei forestali, poca quando è in gioco quella dei sudditi.

In attesa del  responso dell’analisi genetica,  i nostri eroi la “mollarono”, tornò uccel di bosco.Tanto garantismo nei confronti di orsi pericolosi esiste solo in Italia. Un’orsa in gabbia da gestire, dopo il caso Daniza, era l’ultima cosa che la Provincia desiderasse: troppa pubblicità negativa. Meglio giocare sulla pelle delle potenziali vittime umane. Quando l’esame del Dna confermò quanto si sapeva già, l’orsa si liberò del radiocollare. Un’altra circostanza singolare, perché “nonostante il restringimento del collo per la perdita di grasso invernale” (come riferito da Dallapiccola) ad altri esemplari è in altri casi rimasto più a lungo? Fatto sta che non fu più ritrovata (o cercata) anche se l’ordinanza emessa nel 2015 è tutt’ora in vigore. Se ne sono dimenticati. Oggi ci si trova nella medesima situazione. Rossi ha emesso una nuova ordinanza per«intervento di monitoraggio, identificazione e rimozione di un orso pericoloso per l’incolumità e la sicurezza pubblica» . Vedremo come andrà a finire. Vedremo se la radicollareranno ancora e la rilasceranno. Se lo fanno la credibilità della provincia andrà a picco, se non lo fanno significa che anche nel 2015 potevano non farlo in quanto si trattava di una situazione di emergenza (ma preferirono rilasciare l’orsa dando la colpa a Roma). Va ricordato che il contenzioso sulla gestione delle emergenze fu vinto dalla Pat al Consiglio di stato e che il contenzioso con il quale Rossi cerca di confondere le acque, riguarderebbe la cattura “preventiva” di orsi indipendentemente dal loro coinvolgimento in aggressioni agli umani. Una cattura preventiva di cui parla da tempo Rossi per tenere buoni i trentini ma che la “struttura” e lo stesso Dallapiccola (molto influenzato dalla tecnostruttura) non vogliono affatto.

Per fortuna che il Pacobace, “Piano d’azione interregionale per la conservazione dell’orso bruno sulle Alpi centro-orientali” al capitolo 3 – criteri e procedure d’azione nei confronti degli orsi problematici e d’intervento in situazioni critiche  recita:
Ai fini dell’accettazione sociale dei plantigradi, è importante che le autorità competenti per la conservazione e la gestione dell’orso attivino azioni tempestive ed efficaci di prevenzione dei rischi per la sicurezza dell’uomo e di mitigazione dei conflitti, in particolare finalizzate a correggere eventuali comportamenti di assuefazione all’uomo. La definizione di procedure snelle e la messa a punto di un’adeguata organizzazione di pronto intervento nelle situazioni critiche e di emergenza provocate dagli orsi, costituiscono un essenziale presupposto per limitare i rischi per l’uomo e per il patrimonio, nonché per mitigare i conflitti tra uomo ed orso, condizione essenziale per assicurare uno stato di conservazione favorevole della popolazione di orsi delle Alpi centro orientali.

In ogni caso una sequenza di fatti mette in luce l’incapacità a tenere sotto controllo un animale pericoloso (grave) o, peggio, una volontà dolosa di eludere le stesse norme del Pacobace (il piano d’azione a suo tempo elaborato dagli esperti conservazionisti di Life Ursus e adottato dalla Provincia e dalle regioni confinanti).  Le negligenze, le furbizie, gli atti omissivi e dolosi della Provincia sono costati qualche giorno fa l’aggressione a Metlicovec che ha seriamente rischiato la vita. Questo giuoco d’azzardo con la vita dei cittadini deve finire. Se queste autorità assegnano più importanza a calcoli di opportunità politica che alla sicurezza dei cittadini che amministrano, se per loro contano più gli orsi, il rischio di proteste animaliste,  contraccolpi sul turismo che la legalità (che impone di tutelare la sicurezza, di non mentire ai cittadini) se ne devono andare, si devono dimettere (restando impregiudicate le eventuali responsabilità penali personali).

Nel 2015 sono stati gruppi di cittadini ad affiggere dei cartelli di pericolo. La Provincia, anche nelle zone più frequantate dagli orsi utilizza i soliti rassicuranti e fuorvianti cartelli

Un gioco di sofismi e di manipolazioni della realtà
L’aggressione di Zanella venne derubricata dalla provincia come “falso attacco” . Ma ci fu contatto, l’uomo fu atterrato e reagì difendensosi con un bastone, Eirik Granqvist, già direttore del Museo Zoologico dell’Università di Helsinky, ora consulente dell’Unesco, fu interrogato sul fatto dall’avv. Mario Giuliano. Giuliano, che si batte da anni per costringere la provincia ad una maggiore trasparenza e ad un cambio di rotta necessario a garantire sicurezza dei cittadini e rispetto della legge, ebbe questa risposta: “L’uomo ha avuto molta fortuna a sopravvivere, questo genere di attacchi è sovente mortale”. Valerius Geist è probabilmente la migliore fonte di informazioni riguardo ai cosiddetti falsi attacchi. Interrogato anch’egli da Guliano rispose: “Secondo me se l’orso ferisce l’uomo, se danneggia i suoi vestiti, o se tenta di atterrarlo si tratta di vero attacco. Solo chi ha una mentalità totalitaria può garantire il beneficio del dubbio ad un orso”. L’esperto,  professore emerito di scienze dell’ambiente all’Università di Calgary (l’università più vicina ai grandi parchi nazionali degli orsi del Nord America), ha rincarato la dose: “L’affermazione del governo provinciale del Trentino è errata. L’attacco è stato portato da un orso privo di esperienza di uccisione di umani, ma è stato determinato e persistente”.  Ma la Provincia, sicura di avere a che fare con dei docili sudditi, è riuscita a superare sé stessa e a non ammettere neppure che i casi di Maturi, Molinari e Zadra, che hanno ingaggiato una collutazione con l’orso, corrispondessero a “veri attacchi”. Qui emerga il genio sofistico e azzeccagarbugli del Dr. Claudio Groff, responsabile del servizio che si occupa degli orsi ma laureato in giurisprudenza. Dallapiccola, uno sprovveduto pronto a lasciarsi mettere in bocca la corbelleria dei campanelli (che la succitata Università di Calgary considera utili solo in aree deserte senza alcun contatto tra orsi e umani e  pericolosi in aree antropizzate), su evidente suggerimento di Groff, nel 2015, ha inventato la categoria dei “finti attacchi”. Dal momento che la Commissione europea e i gruppi tecnici sull’orso hanno definito con precisione il “falso attacco” come  “attacco senza contatto in presenza di un orso sorpreso o provocato” (DG AMBIENTE  Defining, preventing, and reacting to problem bear behaviour in Europe, 2015) i nostri “eroi” hanno classificato come “finti attacchi” quelli a Maturi, Molinari e Zadra, derubricando invece casi come Zanella (e altri 12) come “falsi attacchi”. Per la DG Ambiente della Commisisone europea il “vero attacco” è quello in cui l’uomo riporta ferite più o meno gravi indipendentemente del fatto che l’orso sia 1) sia provocato o disturbato; 2) sia stato ferito; 3) agisca per proprio impulso. Ci sarebbe da scrivere un’interrogazione solo per chiedere al fenomeno se almeno considera “vero attacco” quello che porta al cimitero. Chissà? Lo chiediamo formalmente a Dallapiccola: Per lei un “vero attacco” è certificato solo dall’obitorio? Se non risponde a noi risponda a chi in Consiglio provinciale avrà lo scupolo di chiederglielo. Altrimenti dobbiamo pensare che l’assessore (e chi sta dietro di lui) sono perfettamente allineati all’animalismo becero. Sono quelli come Lorenzo Croce dell’Aida, l’associaizione animalista che ha subito presentato un esposto in Procura contro la cattura del feritore di Metlicovez insinuando che il medesimo avrebbe provocato l’orso e chiarendo che per gli animalisti “un vero attacco da parte di un orso avrebbe lasciato conseguenze letali”. Siamo cursiosi di sapere se la Pat è allineata a questo pensiero.

Dallapiccola: un megafono di Groff

Perché questo atteggiamento della Pat? Per barcamenarsi nel gioco d’azzardo pericoloso iniziato con Life Ursus,  un gioco sporchetto sin dall’inizio che e diventato ancora più pericoloso quanto più la gestione della reintroduzione dei plantigradi non ha mai ammesso autocritiche o cambi di rotta, lasciando sempre al timone tecno-burocratico il personale che ha ideato Life Ursus o si era inserito quasi subito nel progetto. Una specie di lobby.

Obiettivo della Provincia è minimizzare e occultare la reale pericolosità degli orsi. Se un orso è “problematico”, ovvero si avvicina ai centri abitati, si preferisce correre il rischio di interventi di emergenza all’ultimo momento piuttosto che allontanarlo per tempo con i mezzi previsti dagli stessi protocolli stesi dagli esperti: petardi e pallottole di gomma. Utilizzare questi mezzi diventa imbarazzante perché, in caso di recidiva, l’orso deve essere “promosso” a “orso problematico”. Ma un orso problematico, una volta che commetta qualche “birichinata” di troppo. è automaticamente elevato al rango di “orso pericoloso”. E qui arrivano le rogne, prché deve essere cattutato (con la trappola a tubo e la narcosi) e rimosso (che poi significa trasferito alla “prigione” del Casteller. Ma la cattura e la narcosi di un animale selvatico non sono prive di rischi. Non essendo conosciute le  condizioni, come nel caso di un “paziente” domestico, l’alea di un sovradosaggio è incombente.

Per evitare il putiferio, gli animalisti che protestano contro un’altra Daniza, contro il lager degli orsi (Casteller) la Pat, per scelta politica preferisce far correre rischi ai cittadini trentini piuttosto che gestire simili “rogne”. L’ipocrisia, però, non finisce qui: si fronte all’ennesimo grave caso di Metlicovez la provincia ha sbandierato di avere le idee chiare e ha sfacciatamente ancora giocato allo scaricabarile tirando in ballo il Ministero dell’ambiente. Ancora una volta si pensa che i Trentini o siano sprovveduti o così invischiati nella tela di ragno della spesa clientelare, da non essere capaci o da non aver voglia di capire ciò che appare elementare: 1) che siamo di fronte ad un’orsa pericolosa che ha già tentato di uccidere due volte (e che ogni volta diventa più “esperta”) e che quindi la Provincia può/deve agire con urgenza, in deroga a qualsiasi autorizzazione, per prevenire un altro fattaccio (potrebbe, anzi dovrebbe, farlo anche un sindaco in quanto autorità di p.s. in base al t.u. del 1927); 2) Rossi aveva già firmato un’ordinanza ugente e contigibile e solo la sospetta “incapacità” dei forestali l’hanno resa inoperante

Già ai tempi di Zanella (2014) l’avv. Giuliano esprimeva in modo lapidario la natura dolosa del comportamento della provincia, tale da mettere a repentaglio le vite dei cittadini e di farsi responsabile della loro eventuale perdita e delle lesioni subite: che la Provincia la finisca di dedicarsi alla sofistica interessata e catturi quell’orsa, che è evidentemente pericolosa. Se non lo fa e quell’orsa uccide qualcuno, la Giunta Provinciale e i suoi cosiddetti esperti risponderanno di omicidio volontario per dolo eventuale. Potrebbe essere configurato tale reato anche nel caso di un orso che uccide qualcuno senza aver palesato prima la sua pericolosità. Se però la pericolosità è conclamata, come in questo caso, direi che non ci sono dubbi.

Se Metlicovez fosse deceduto dopo la rocambolesca “fuga” di Kj2 la banda avrebbe dovuto rispondere di omicidio volontario. Ma le lesioni gravi subite dall’uomo sono sempre imputabili alla provincia e un reato grave.In un paese normale Rossi, Dallapiccola, Groff, Masé, responsabili della “politica dell’orso”,  avrebbero hà dato le dimissioni. Ma siamo in un Trentino che, a dispetto della collocazione geografia, è – per certi versi – più mediterraneo di altre regioni italiane.  Il cittadino è suddito: non viene informato per “non allarmarlo”. Lo si espone coscientemente al pericolo. Non solo si considerano “finti attacchi” delle aggerssioni gravissime e con pesanti conseguenze (persone che restano invalide, inabili al lavoro), non solo si cerca di non  “promuovere”  (per evitare “allarmismo”, grane con gli ambientalisti, contraccolpi al turismo) gli orsi alle categorie della “problematicità” e della “pericolosità”, ignorando gli stessi protocolli provinciali, ma si fa anche dell’altro, ed è anch’esso molto grave. Parliamo delle norme di comportamento suggerite dalla provincia in caso di “incontro ravvicinato”.

Le norme di comportamento della provincia, pur di non ammettere che un orso possa attaccare intenzionalmente con lo scopo di ferire o uccidere, espongono i malcapitati a rischi elevati. Trattasi di un pericolo procurato consapevolmente pur di non ammettere che tutta la politica dell’orso seguita in Trentino è stata basata sull’inganno, sul far credere che gli orsi non sono aggressivi, non attaccano mai intenzionalmente. Rispetto alle prime “campagne di comunicazione”, in cui si sottolineava che l’orso “normalmente” non è mai pericoloso e che non attacca mai se non è provocato o disturbato, qualcosa è cambiato. A denti stretti si ammette che esistono “eccezionalmente” soggetti aggressivi. Il Pacobace, che è di fatto la fonte normativa della gestione dell’orso recepisce anch’esso (è stato scritto sempre da persone dello stesso gruppo) l’ideologia dlel’orso “non pericoloso” elevandola a dogma di legge.

Salvo casi eccezionali e fortuiti, un orso dal comportamento schivo, tipico della specie, non risulta pericoloso e tende ad evitare gli incontri con l’uomo.

Il caso “eccezionale” corrisponde al grado di pericolosità 18 della scala del Pacobace. Le aggressioni all’uomo che abbiamo elencato sono avvenute in presenza di orsi maschi o di femmine che non difendevano i cuccioli, senza provocazioni. L’ “eccezionalità”, il massimo grado di pericolo sono la norma. C’è qualcosa che non va nella “dottrina dell’orso”.

La Pat oggi tende ad ammettere che qualche orso può essere pericoloso perché il dogmatismo “l’orso non è pericoloso e non attacca l’uomo se non provocato” è ormai insostenibile, na solo quando avviene il fattaccio o quando c’è un contradditorio. Ma negli opuscoli ufficiali, nel sito della Pat, sui cartelli, la “dottina dell’orso” non è cambiata.Tutt’oggi si legge nel sito ufficiale della provincia: L’orso è un animale solitario ha abitudini prevalentemente notturne, è schivo e diffidente, estremamente difficile da incontrare. Non è aggressivo e non attacca, se non provocato. vai alla fonte

Questo tipo di “comunicazione” è sistematica. L’opuscolo  “L’orso bruno in Trentino” (ed. 2014) ribadisce lo stesso concetto con più dettaglio

L’orso non attacca se non è provocato. L’eventuale atteggiamento aggressivo o minaccioso ha il solo scopo di intimorire ed allontanare la persona che lo ha in qualche modo disturbato. Per questo qualche volta si possono verificare falsi attacchi, che non portano ad un reale contatto con l’uomo; nel caso in cui l’attacco dovesse invece realmente verificarsi, esperienze acquisite in Nord America ed in Europa orientale (IN QUANTO NON SI CONOSCONO CASI DI AGGRESSIONE DELIBERATA DELL’ORSO NEI CONFRONTI DELL’UOMO REGISTRATI IN EUROPA MERIDIONALE) suggeriscono di: mettere qualcosa davanti a sé, come il cesto dei funghi, lo zaino o l’equipaggiamento da pesca; se ciò non aiuta, sdraiarsi a terra in posizione fetale, proteggendo la testa con le braccia

Quante menzogne! Innanzitutto Molinari e Metlicovez non hanno sorpreso l’orso ma è stato l’orso a sorprendere loro, alle spalle, e ad attaccarli. Molinari aveva il cane al guinzaglio, idem Metlicovez, persona molto consapevole del pericolo, che aveva un bastone e lo spray al peperoncino (ma non ha avuto il tempo di usere nessuno dei due tanto l’attacco è stato fulmineo). Uno che va in giro con lo spray (purtroppo quallo che non serve a nulla)  non lascia certo slegato il cane (che comunque ha dichiarato di aver tenuto al guinzaglio). Molinari e Metlicovez non sono incappati in nessuna, dicesi nessuna, delle circostanze che possono provocare l’attacco dell’orso.

Altra menzogna: Groff continua a sostenere che non ci sono stati attacchi “veri” in tutta l’Europa meridionale nonostante che, nel novembre 2012, gli abbia trasmesso (ho la copia della email)  una pubblicazione scientifica di medicina foresnse relativa a un attacco mortale da parte di un orso a danno di una donna anziana che stava camminando da sola in un’area non abitata nella regione di Metsovo. L’autopsia, cha ha riscontrato un’emorragia cerebrale, ha escluso che la donna abbia avuto il tempo di tentare di difendersi. Quindi si escludeva la “provocazione”. Piacerebbe sapere se Groff: 1) non considera la Grecia parte dell’Europa meridionale; 2) anche di fronte a un cadavere si possa ancora, secondo lui, non parlare di “vero attacco”. Fortuna per i Groff i morti non possono più parlare.

Lesioni subite da una donna di 85 anni in Grecia nel 2005 – fonte: T. Vougiouklakis (2006), Fatal Brown Bear (Ursus arctos) Attack Case Report and Literature Review Am J  Forensic Med Pathol, 27: 266–267.

Con il restyling del sito Groff, forse perché stanco di essere da me “aggiornato” sui morti per opera degli orsi , ha tolto anche quella lacunosa pagina sul “pericolo degli orsi”. Era ferma ad uno studio svedese del 2004 (che ometteva alcuni casi), ma almeno ricordava che “eccezionalmente” di orso si muore. Anche in Europa, non solo in Romania.

Il totalitarismo consiste nel sostituire alla realtà la “verità del partito”

La “dottrina dell’orso” di Groff è nient’altro che ideologia ambientalista, tanto proterva da sfidare impavida la realtà.  Grazie a questa “dottrina” gli animalisti, ad ogni aggressione, non perdono l’occasione per incolpare l’aggredito che “ha provocato o disturbato”. Il meccanismo è identico a quello dell’Unione sovietica, un regime cui, sia pur in modo soft, la Pat si ispira. Se “l’orso attacca solo se provocato”, allora per sillogismo: “se attacca è provocato”. L’autorità del partito e del materialismo “scientifico” garantiva status di verità alle asserzioni del regime totalitario sovietico. In effetti questo status di realtà era assicurato dal fatto che chi osava richiamare la realtà, per esempio lamentandosi in pubblico per le interminabili code per rifornirsi di generi alimentari, era classificato “elemento antisociale” e, in base ad un art. del codice penale, severamente punito (prima in Siberia poi in galera). Di fatto spariva e con lui spariva la realtà, restavano solo le balle del regime.

La paura del regime (oggi la paura di apparire “retrogradi”, “scarsamente sensibili per l’ambiente”) fa si che i sudditi di un regime totalitario si autocensurino, siano spinti a ritenere di ingannarsi, di interpretare male, quando scoprono quelle realtà sgradite e negate dal regime. Ma non è solo la paura e il conformismo ad autoconvincere i sudditi della rwaltà ribaltata dal potere.  La Arendt, che ha studiato la genesi dei totalitarismo del XX secolo, ha evidenziato come la neutralizzazione della verità immunizzi i governati dall’impatto della realtà inducendoli a non cercare alcuna conferma nella vita reale alle asserzioni del potere anche per evitare di confrontarsi con condizioni umilianti e dolorose (Hannah Arendt: Le origini del totalitarismo. Torino, 1999)Si tratta di un meccanismo di brain washing che nei regimi “democratici” si ottiene con le sofisticate tecniche di manipolazione dei media. Oggi c’è l’ideologia ambientalista “scientifica” (“scientifica” allo stesso modo del marxismo-leninismo, si intende). La differenza che corre tra le “dottrine dell’orso” della provincia di Trento e quelle di altri paesi è la stessa che correva tra “socialismo reale” e le socialdemocrazie. L’ambientalismo si impone attraverso la forza lobbystica anche altrove, ma non in modo così sfacciatamente totalitario.>

Norberto Bobbio parlava del “potere invisibile” come anticamera del totalitarismo e ne delineava i tratti: la  segretezza, la menzogna, la neutralizzazione della verità. Secondo il filosofo della politica  questo “potere invisibile”, che impone alle istituzioni il volere delle lobby, ovvero decisioni mai passate al vaglio di votazioni in organi rappresentativi, non solo limita la democrazia ma la abroga
La democrazia è “potere pubblico esercitato in pubbico” (N. Bobbio , La democrazia e il potere invisibile, 1980). Il filosofo torinese aggiungeva  “Laddove la sfera pubblica è gestita in segreto viene meno la capacità di controllo dei cittadini (Ivi). Un altro eminente filosofo che si è occupato di politica, Karl Jasper ha condensato in una sentenza tombale gli effetti del “potere invisibile”:  “L’esercizio del potere occulto trasforma i cittadini in sudditi” (K. Jaspers, Kleine Schule des philosophischen Denkens, 1965; trad. it., Piccola scuola del pensiero filosofico, Milano 1984, p. 101.)

Emblematico della politica della Pat in materia di lupi oltre che di orsi, è il rendere noto solo tardivamente dell’insediamento o comunque della presenza del predatore. Quest’anno in Trentino sono apparsi, come funghi dopo la pioggia, nuovi branchi di lupi. Ma da anni la provincia sapeva dove erano in formazione. Francesco Aita, un imprenditore di Rovereto ha così stigmatizzato il comportamento della provincia (L’Adige 27.05.17).La settimana scorsa – racconta – ho rinvenuto, nella proprietà della mia famiglia ‘Maso Brentegan’, alle Porte di Trambileno, la carcassa di un capriolo maschio predato a da poco dilaniato. Credo che sia giusto che i cittadini trentini siano messi a conoscenza della presenza del lupo in un’area così vicina alle abitazioni ed alla stessa città di Rovereto. So che da parte delle autorità preposte (Provincia e corpo Forestale, ndr ) c’è la tendenza a minimizzare od “oscurare” le notizie riguardanti il lupo. Ma credo che invece l’accaduto debba essere messo a conoscenza delle persone

Una volta che i cittadini producono, a loro spese,o prove della presenza di orsi e lupi la provincia è costretta ad ammetterlo. Prima tace. Ma a volte nega anche l’evidenza, smentisce i cittadini e li tratta da bugiardi, come un perfetto potere totalitario. Nell’estate del 2015 abbiamo raccolto testimonianze sulla presenza dell’orso in Valsugana. Non solo dichiarazioni ma, in un caso, anche la fotografia dell’orso scattata da un apicoltore. Queste persone hanno dichiarato che i forestali li avevano indotti (senza successo) a tacere “per non creare allarmismo”.

Ma quante volte gli “invitati a tacere” hanno obbedito? Quanti casi di “incontri ravvicinati” nascosti?, quanti casi di persone colpite da shock per l’incontro con l’orso mai affiorati alla visibilità mediatica, quanti casi di orsi transitati da scuole o altri luoghi sensibili messi a tacere? Vi è sicuramente anche la complicità delle vittime che hanno mille paure (“un mio famigliare lavora in provincia, ho fido in banca, la cooperativa, il Parco mi da da lavorare, ho bisogno di un contributo, ho fatto una domanda”). Atteggiamenti di complicità che portano a gravi conseguenze, per tutta la società.Va sottolineato come. dopo tante denunce delle iniziative dei forestali finalizzate a “mettere a tacere”  fatti poco edificanti riguardanti gli orsi e la loro gestione. non sia arrivata alcuna seria smentita, nessuna querela.

Di recente, mentre le stime ufficiali parlano di una popolazioni di orsi stabile da 3-4 anni, alcune “gole profonde” all’interno del corpo forestale (si dice anche che sono della Vallagarina) forse non troppo in sintonia con Groff e/o Masé,  avrebbero confessato che gli orsi sono saliti inopinatamente a 130. In realtà un lavoro pubblicato dagli “esperti” nel 2015  indicava una previsione per il 2017 di 60-94 orsi. Una stima che contraddice quella, resa ufficiale nel 2016, di soli 49-66 esemplari (Tosi, G., Chirichella, R., Zibordi, F., Mustoni, A., Giovannini, R., Groff, C., … & Apollonio, M., 2015. Brown bear reintroduction in the Southern Alps: To what extent are expectations being met?. Journal for Nature Conservation, 26, 9-19).

Che cosa è siccesso? Perché questo crollo, specie in presenza di numerose cucciolate? Forse che il clima creatosi in Trentino ha suggerito di non “allarmare” l’opinione pubblica e di “congelare” (sulla carta) l’incremento demografico?

Consigli pericolosi

L’ideologismo che caratterizza la gestione degli orsi della Pat ha conseguenze gravi ed è potenzialmente causa di rischi di morte e lesioni gravi. Torniamo al “codice di comportamento”, quello da osservarsi in “caso di orso”.  L’assunto che: “l’orso non attacca mai di proposito se non provocato” porta al consiglio pratico di “non fuggire e fingersi morti”. Un consiglio che va bene se l’orso non parte all’attacco per ferire o uccidere. L’ideologia dice che l’orso è una creatura innocente (mentre l’uomo è una creatura malvagia) e spinge, per coerenza interna, a far credere che, se vi gettare a terra e vi fingete morti, l’orso, che agisce solo per difendersi (ma è sempre l’assunto di loro signori), desisterà.

E’ difficile capire a priori se siamo di fronte ad un falso attacco, perciò fingere di essere morti comunque prima del contatto induce l’orso a capire che non rappresentiamo un pericolo. Quando ci distendiamo a terra mettiamo le mani sul collo o sulla faccia per proteggerci. Restiamo passivi cercando di rimanere più fermi possibile finché l’orso termina l’attacco. Prima di rialzarci, verifichiamo che l’orso non sia più nei paraggi.

“Fare il morto” è una scommessa fatta dai “signori dell’orso” sulla pelle dei malcapitati. L’orso nei casi di: Molinari, Zadra, MetlicoveC ha ripetutamente cercato di attaccare, atterrare, trascinare. Non si stava difendendo, stava attaccando. Ma lui, per definizione, per assunto totalitario, “non attacca mai”. Chi ascolta la Pat rischia la vita in omaggio all’ideologia ambientalista (e in vista del poco nobile scopo di non far emergere il dolo commesso e l’irresponsabilità sin qui seguita).  Se Molinari, Zadra, Matlicovez (e forse anche altri protagonisti di casi meno gravi messi a tacere),  avessero seguito le indicazioni della provincia, ovvero fossero rimasti a terra invece che difendersi con bastoni, sassi, pugni nudi. Invece che scappare gettandosi lungo ripidi pendii (per sfruttare il maggior impaccio nel procedere in discesa del plantigrado), essi non sarebbero più vivi a raccontarci la loro storia. Fortunatamente l’istinto di conservazione spinge a comportarsi diversamente, infonde una forza incredibile, spinge a trovare vie di fuga, a urlare, a bastonare l’orso. Probabilmente anche il più sfegatato adepto della Lav o dell’Enpa in quelle circostanze non ascolterebbe i precetti animalisti. A Groff e ai forestali, purtroppo, non può capitare perché loro girano armati.

Totalitarismo: il governo non mette in pratica il volere dei cittadini ma impone ai sudditi di volere cià che  che desidera  il potere

Il piano di comunicazione sull’orso della Pat chiude il cerchio del potere invisibile della lobby ambientalista. Un cerchio fatto di realtà nascoste ai sudditi, di verità distorte, di sofismi, intimazioni a tacere, neutralizzazione della verità (delegittimando preventivamente qualsiasi dissenso: “non sono esperti”, “parlano per pregiudizi”, “sono ignoranti e retrogradi”). C’è qundi a far girare il tutto  la macchina della propaganda (oggi si chiama “comunicazione” ma il concetto è identico). Come nei regimi totalitari la “comunicazione” fa leva con sofisticate metodologie sulle emozioni e i desideri inconsci delle persone. Ma anche con ragionamenti “buonisti”, sui “valori ecologici” (un tempo c’erano la “nazione tedesca” e la “edificazione del socialismo”). Un mix efficace. Sempre.

Obiettivi del piano di comunicazione sull’orso 2016 sono:

  • cereare una “cultura dell’orso” diffusa tra la popolazione trentina, in particolare tra le comunità locali;
  • far comprendere la valenza del progetto di tutela e conservazione dell’orso in Trentino;
  • rendere più diffuso l’orgoglio di appartenenza alla “terra dell’orso”;
  • incrementare la fiducia nei confronti delle amministrazioni pubbliche che curano il progetto di conservazione dell’orso;
  • aumentare le conoscenze di ordine biologico ed etologico sull’orso nei residenti e turisti;
  • aumentare le conoscenze in merito al comportamento da tenere in caso di incontro con l’orso;
  • superare la diffidenza nei confronti delle informazioni fornite dall’Amministrazione provinciale;
  • conseguire una maggiore accettazione nei confronti delle politiche di gestione adottate da parte dell’opinione pubblica.

L’attività di comunicazione dovrà essere imperniata attorno ai seguenti messaggi base:

  • l’orso è un animale ad alta valenza estetica e carico di significati simbolici,
  • l’orso è un elemento importante dell’ecosistema alpino
  • le reintroduzioni forniscono un contributo essenziale alla biodiversità,
  • la gente trentina ha una responsabilità particolare nei confronti dell’orso, che è una risorsa collettiva da conservare per le generazioni future,
  • la gente può frequentare i boschi senza paure particolari, facendo attenzione a puntuali accorgimenti.

Come si vede l’obiettivo è smaccatamente “persuasorio” e tale da convincere paternalisticamente il suddito che il governo provinciale “merita fiducia”, e non la “diffidenza nei confronti delle informazioni da essa fornite”, che deve accettare (passivamente e fideisticamente) le politiche di gestione. Un programma da “Grande fratello”. Un po’ da Corea del Nord.

Un programma di completa autoreferenzialità che non lascia spazio a dissenso, contradditorio (al massimo puoi fare una domanda negli incontri publbici), suggerimenti, segnalazione di criticità, barlumi di partecipazione. Il “Grande fratello” opera per il meglio, ha la verità in tasca e ai sudditi non resta che affidarsi ad esso come figli minorenni (o minorati).

Michele Corti   (foto)






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