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Alla scoperta della grande pianista trentina

Isabella Turso, da Rachmaninov a Patti Smith (passando per il rap).

La pianista trentina Isabella Turso domenica scorsa ha chiuso il concerto di Patti Smith all’Ariston di Sanremo assieme al rapper Dargen d’Amico.

Un altro traguardo importante della nostra artista Trentina di punta.

Vi proponiamo qui di seguito, a corredo dell’intervista radiofonica recentemente andata in onda su RadioWebShow,  all’interno del format «Vivere Trento» curato ed ideato da Roberto Conci, una sintesi dell’intervista stessa che potrete riascoltare integralmente cliccando qui.

Partiamo dalle tue origini artistiche, quando hai iniziato a interessarti alla musica, e perché il pianoforte, uno strumento impegnativo, rigoroso, che quasi non si addice, almeno in ambito classico ad una persona solare e vulcanica quale sei?

«Ho sempre dimostrato una grande curiosità per il mondo dei suoni fin da piccolissima. I primi input li ho ricevuti da mio padre che ha una vera e profonda passione per la musica. Ero sempre attaccata al mio mangiadischi Penny, ascoltavo di tutto da Celentano a Miles Davis, da Chopin a Frank Zappa. A scuola detestavo i flauti dolci, ringrazierò sempre la maestra di musica che un giorno si presentò con un borsone pieno di diamoniche. Tornai a casa tutta soddisfatta e lanciai il flautino dalla finestra».

Amore puro e viscerale per il mio strumento, non sono ammessi tradimenti.

In ambito locale e nazionale sei conosciuta ma raccontaci un po’ del tuo percorso artistico…

«Dopo il diploma in pianoforte al conservatorio di Trento ho vinto una borsa di studio che mi ha permesso di trasferirmi in Spagna per due anni e studiare con Alicia De Larrocha, che è stata un importante punto di riferimento. In quegli anni iniziai un’intensa attività concertistica sia in Italia che all’estero, come solista ma anche in gruppi cameristici e in orchestra. Poi che dire, l’irrequietezza fa proprio parte del mio carattere, sono sempre in movimento e sono curiosa per natura. Per questo a un certo punto ho deciso di ampliare il mio orizzonte musicale affrontando repertori sempre più eterogenei con qualche piacevolissima immersione nella musica pop e da film. Ho iniziato quindi a comporre miei brani originali per pianoforte, grazie anche agli stimoli di un grande musicista come Maurizo Dini Ciacci, con cui ho la fortuna di collaborare tutt’oggi. Scrivo per ricercare un mio personale linguaggio, che attraverso il pianoforte prende forma e si amplifica».

Per un musicista raggiungere un proprio stile identitario è importante, in questo sembra che tu abbia trovato la strada della ricerca di abbinamenti innovativi o sbaglio?

«Avvicinare è la parola d’ordine. Con il mio primo album di inediti per pianoforte solo “All Light” ho cercato di avvicinare stili differenti, che si sono fusi in un’atmosfera classica pop jazz. Nel secondo album di inediti, Omaggio a Donaggio, mi sono divertita a citare alcuni temi di Pino Donaggio, inseriti però in un contesto del tutto nuovo.

Mi piace sperimentare, portare avanti dei progetti, delle idee, che in molti casi sono stati condivisi con altri artisti, come con Arnoldo Foà, Paolo Fresu, David Riondino, Andrea Morricone, Elio, Pino Donaggio, Dargen D’Amico… Avvicinare mondi differenti mi affascina lo trovo estremamente appagante. Sto cercando di far confluire tutte queste esperienze in un unico grande contenitore, che riassumerà tutti i colori della mia musica».

Mantieni comunque un rigore stilistico che ti distanzia dai ricercatori della performance commerciale a tutti i costi, compreso un certo esibizionismo gridato, hai dei tuoi punti di riferimento a cui ti ispiri?

«Mi ispiro a tutti quegli artisti che hanno saputo scardinare l’abitudine di pensiero, a rompere gli schemi, con coraggio e sfrontatezza. Chi agisce per contrasto, chi trova nello scontro un punto di incontro. Cerco di sviluppare musicalmente un linguaggio più diretto ma non scontato, semplificando senza banalizzare, perché quello che voglio è travolgere più persone possibili. Siete tutti avvertiti…»

Hai delle sensazioni particolari quando sei ispirata, nelle esecuzioni, una sorta di trascendenza che spesso si vede nei solisti durante i concerti? O è solo concentrazione?

«Ti dirò di più, queste “esperienze mistiche” in psicologia vengono chiamate “flow experience”, esperienze ottimali, una sorta di trance che io stessa ho provato nel momento clou di una performance. Non capita sempre, ma quando accade stai creando qualcosa di magico, che il pubblico percepisce, un flusso armonico in cui la tua creatività scorre senza fatica. In parole povere, una figata».

Tra le tue innumerevoli esperienze artistiche, quali ritieni le più formative per la tua creatività?

«Tutte. Dalle più entusiasmanti alle meno travolgenti. Ognuna mi ha regalato qualcosa di nuovo, di stimolante».

Uno delle proposte più innovative a detta della critica è il recente album Variazioni con Dargen d’Amico, è difficile comporre con un rapper? Mi viene da pensare che dopo questo sei pronta per tutto, da Prevert ai Metallica…

«E perché non i Sex Pistols? O gli ACDC? Ho già in mente qualcosa… Con Dargen D’Amico è stato un incontro molto speciale, ero in preda all’ansia da “ho un’idea, realizzala!!” e ho avuto la fortuna di trovare un artista che come me aveva la stessa voglia di sperimentare. Non ci siamo contaminati, inquinati, fusi…ci siamo semplicemente avvicinati. E alla fine ci siamo resi conto di non essere poi così diversi. Il rischio di spersonalizzare il proprio linguaggio c’era, di confondere più che di suggerire qualcosa di nuovo, anche. Ma alla fine il risultato ha superato le mie aspettative. Abbiamo da poco iniziato il “Variazioni di Primavera Tour” che ci porterà in giro per lo stivale, e che mi sta già dando molte soddisfazioni».






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