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Università di Trento: la catapulta di Leonardo ispira la nuova robotica

Un braccio robotico flessibile che trae ispirazione dalla catapulta elastica disegnata da Leonardo da Vinci è la nuova idea sviluppata da un team di ricercatori italiani del laboratorio ERC Instabilities dell’Università degli Studi di Trento, che ha conquistato la copertina del numero di febbraio della rivista britannica Proceedings of the Royal Society A.

Le classiche catapulte per il lancio di un oggetto sfruttano la forza di gravità, come nel caso del trabucco, oppure utilizzano l’energia elastica di un elemento esterno. La genialità di Leonardo da Vinci fu quella di disegnare una “catapulta elastica” che trasformasse l’energia elastica immagazzinata nel braccio in energia cinetica, così da migliorare le prestazioni di lancio facendo leva sulla deformabilità degli elementi strutturali.

Proprio dai disegni del genio toscano è nata l’ispirazione per il nuovo articolo scientifico che vede come autori Davide Bigoni, professore ordinario di Scienza delle costruzioni del Dipartimento di Ingegneria civile, ambientale e meccanica dell’Università degli Studi di Trento, insieme ai ricercatori Costanza Armanini, Francesco Dal Corso e Diego Misseroni.

Nell’articolo, i ricercatori presentano un modello meccanico sviluppato nel laboratorio trentino per descrivere il comportamento di bracci robotici estremamente deformabili. Il sistema mostra comportamenti diversi e inaspettati al variare dell’entità del carico che il braccio deve sollevare, passando dal comportamento del compasso elastico al comportamento dinamico realizzato dalla catapulta elastica concepita da Leonardo.

I risultati ottenuti sono un’ulteriore conferma dell’applicabilità dei modelli teorici della meccanica dei solidi alla progettazione dei cosiddetti soft robot, da impiegare in settori delicati come la medicina oppure in ambito sportivo, ad esempio per ottimizzare le performance atletiche nella disciplina del salto con l’asta. La ricerca rappresenta un ulteriore riconoscimento per il gruppo di ricerca coordinato da Davide Bigoni, che in 18 mesi ha conquistato quattro copertine sulla stessa rivista scientifica.






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