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Terrorismo, sono dieci le persone monitorate nelle carceri di Trento.

Sono 373 gli stranieri detenuti in Italia ritenuti a rischio terrorismo.

Un decina dei quali sono rinchiusi nel carcere di Trento.

A renderlo noto è stato nei giorni scorsi il Corriere della Sera.

Sono soggetti con alle spalle crimini comuni che vanno dai piccoli furti, alle aggressioni, allo spaccio.

In prigione, mentre scontano la condanna, cominciano i primi segnali della radicalizzazione come la crescita di una barba folta e lunga, il rifiuto di pregare insieme ai «fratelli musulmani» perché ritenuti moderati, oppure lunghe ore con la testa china sul pavimento fino a farsi venire  i calli sulla fronte.

Come riporta il corriere della sera c’è poi l’attività fisica, portata alle estreme conseguenze e infine il proselitismo. La decorazione delle celle, il cambiamento di abitudini, l’abbigliamento e gli episodi di violenza. Il rifiuto delle perquisizioni è solo il primo passo. Esultano per le stragi in Occidente: il «grande nemico».

È a questo punto che la polizia penitenziaria comincia a monitorare da vicino questi soggetti che entrano nel mirino della magistratura.

Il rischio di radicalizzazione è presente anche in Trentino. A Trento, presso il carcere di Spini di Gardolo, sono una decina gli stranieri detenuti sotto sorveglianza (il dato riferito a circa un mese fa registrava 8-9 stranieri sotto controllo), ma il numero è tutt’altro che stabile e in aumento Cambia di continuo per effetto di nuovi trasferimenti o arrivi.

La piazza trentina è appetibile per molti immigrati dove trovano buone possibilità in termini di accoglienza, poi c’è il passaggio del Brennero. Ma molti detenuti quando entrano in carcere — spiegano gli investigatori della polizia penitenziaria — sono musulmani moderati, poi in cella cambiano. Lo status di detenuto, la privazione della libertà, alimentano sentimenti di odio e di radicalismo religioso. Gli stranieri che finiscono sotto la lente della polizia penitenziaria rientrano in tre categorie, si tratta di diversi livelli di pericolosità.

Ci sono i detenuti «monitorati», perché sospettati di reati connessi al terrorismo o perché hanno «atteggiamenti che rilevano forme di proselitismo e o radicalizzazione» (sono 172 in Italia), poi ci sono «gli attenzionati» perché hanno atteggiamenti che fanno pensare ad una loro vicinanza a ideologie jihadiste e infine ci sono i «segnalati».

I quattro jihadisti della cellula di del terrore di Merano, arrestati dai carabinieri del Ros e condannati nel maggio scorso a pene tra i sei e i quattro anni, sono stati tutti trasferiti in altre carceri. Il presunto «capo» Abdul Rahman Nauroz, e i tre «affiliati» Eldin Hodza, Abdula Salih Ali Alisa e Hasan Saman Jalal, attualmente sono detenuti in strutture diverse, per evitare possibili contatti.

La polizia penitenziaria osserva ogni giorno, studia i comportamenti e controlla. Un lavoro delicato, indispensabile. Un monitoraggio costante, già in atto da molto tempo, ma che dopo i recenti attentati è stato ulteriormente potenziato nel carcere di Spini e poi all’esterno, in particolare da parte della Digos della polizia e dai carabinieri del Ros impegnati in un costante lavoro di «intelligence» e infine dai militari dell’Arma, poliziotti e guardia di finanza sul territorio.






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