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Vicenda Kaswalder: Lo stupro al diritto di pensiero – di Claudio Cia

Signor Direttore,

intervengo sul tema delle purghe autonomiste non per sondare terreni che non mi appartengono, ma per allertare contro derive autoritarie ed illiberali che non hanno colore e sulle quali l’attenzione deve essere assoluta.

Il tema non è dunque il complotto che la Giunta del Patt ha ordito contro il Patt, quindi contro se stesso, chiedendo l’allontanamento disciplinare di uno dei suoi massimi esponenti.

Non mi compete entrare in dinamiche che nel dettaglio non conosco.

Ma sul metodo della purga, che non è una questione interna, ma un tema di tutti, non possiamo fare finta di niente. Lo stupro al diritto di pensiero non è un tema da tenere dentro un Partito, perché il principio di libertà applicato alla politica non è un fatto privato.

Egoisticamente parlando i competitor del Patt dovrebbero solo che ringraziare. Ma così non può essere perché il deficit di democrazia non può che rattristare tutti. Quindi mi allarmo per l’azione goffa e maldestra in atto nella e dalla nuova dirigenza uscita dall’ultimo Congresso: atto di defenestrazione dell’l’intera area di minoranza, più del 40% congressuale.

Fuori l’on. Mauro Ottobre, fuori la cons.a Manuela Bottamedi, fuori il candidato alla Segreteria Corona. Ora gli sforzi del Partito del Presidente Rossi, incapace evidentemente di trovare altre priorità politiche degne di questo titolo, si concentrano contro Kaswalder e contro la Presidente Tamanini. Contro, termine che non aiuta a superare la crisi.

Contro, termine che dobbiamo smettere di usare applicandolo con irresponsabile disinvoltura.  Del nuovo acronimo di Patt (Purghe autonomiste trentino tirolesi) il Trentino può anche non accorgersi. Invece rileva e molto a mio parere ciò che questo manifesta. E ciò vale per l’intero mondo politico trentino. Perché a perdere non è una parte del Patt, è il libero pensiero.

E’ comodo affrontare le dinamiche di dissenso interne ai partiti con le purghe. La politica è però, prima di tutto, mediazione, capacità di includere, voglia di mettersi in discussione, capacità di rispettare l’altro non per ciò che rappresenta, ma per ciò che è. Non può essere discriminante avere un buon canale di collegamento col capo, ma essere valutato per il portato complessivo che l’uomo ha dentro. Tra l’avere e l’essere dunque non si dovrebbe indugiare nella scelta.

Ad esempio, quando rifiutando il dibattito, divido tra me e coloro che sono “piccoli uomini”, così pubblicamente definiti dal capo dell’Esecutivo provinciale il Presidente del Consiglio provinciale e il vice Presidente della Giunta provinciale, non faccio opera di composizione ma creo le premesse dello scontro: con me o contro di me. E ritorna il “contro”, appunto.  Quando nell’aula consiliare un rappresentante dell’Esecutivo taccia di ignoranza agricola la minoranza, rea di non seguirlo nel suo elevato ragionamento, alimento l’idea che l’insulto ha schiacciato la dialettica.

Quando impongo in aula il ritiro di un buon disegno di legge sulla piaga delle droghe e bullismo nelle scuole, reo solo di non essere stato proposto dalla maggioranza, violo il principio dei diritti della minoranza. Poi ci si meraviglia se il cittadino insorge. Quando il mio avversario è “un’accozzaglia”, semino odio. Quando adombro lo scontro sociale quale intimidazione istituzionale per avversare un temuto esisto referendario sfavorevole, minaccio il libero voto.

Ma tornando alla nostra Terra.

Visto che con la vicenda Kaswalder parliamo di confutazioni che riguardano diritti costituzionalmente previsti di libertà di parola e di non vincolo di mandato, e atteso   che non sono contestate corruzioni elettorali, saluti littori o immorali finanziamenti editoriali, non vedrei certamente foriera di sventura una maggiore prudenza inquisitoria da parte di chi, di questi macchiettistichi eventi del recente passato autonomistico ha ridotta memoria.

Claudio Cia – consigliere provinciale e regionale Trentino Alto Adige






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